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La valutazione e la comunicazione dei rischi aziendali

Informazioni tesi

  Autore: Evelin Salafia
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Economia
  Corso: Scienze economico-aziendali
  Relatore: Maurizio Cisi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 78

Il disastro ambientale che ha colpito il Golfo del Messico nello scorso Aprile a causa dell’attività della Compagnia petrolifera BP ha sollevato dubbi e domande riguardo la valutazione e la comunicazione dei rischi aziendali nelle imprese, ed in questo caso, in quelle specificamente petrolifere.
Ciò che è accaduto in America ha risvegliato l’interesse collettivo nei confronti della responsabilità aziendale, in un’ottica di sostenibilità: l’azienda infatti dovrebbe operare in un’ottica di lungo periodo, con l’obiettivo di ottenere performance economiche associate ad un basso impatto ambientale e a benefici nel lungo periodo per la società, le generazioni future, e per le comunità in cui opera. E’ d’obbligo ricordare che, attualmente, le imprese devono affrontare tutta questa situazione in un clima post – crisi, instabile e caratterizzato da volatilità dei prezzi, il che rende più difficile previsioni esatte nella valutazione dei propri rischi aziendali.
Altro fattore negativo, risultante dalla crisi, ma che influisce sul presente è il clima di sfiducia in campo sociale: la disoccupazione e la precarietà, infatti, alimentano sfiducia nei confronti dell’impresa, che viene vista come il soggetto a cui si deve dare la colpa di tutto quello che è successo, e viene dimenticato il ruolo positivo che un’azienda svolge.
Dal punto di vista normativo, lo IAS 37 è il punto di partenza di tutta la tesi, in quanto offre i criteri per la rilevazione di accantonamenti, attività e passività potenziali. Attualmente, lo IASB ha emanato un Framework per migliorare lo IAS 37 ed aggiornarlo per renderlo più in linea con alcuni IFRS.
Il passo successivo è capire quali sono e come sono valutati i rischi aziendali delle quattro compagnie petrolifere prese in considerazione, cioè BP, SHELL, EXXON MOBIL e ENI.
I fattori di rischio fanno capo a tre aree aziendali, comuni a tutte le imprese, quindi è possibile vederli in un’accezione generale: area strategica, area di compliance e controllo e area operativa.
Nel secondo capitolo, infatti, oltre ai rischi aziendali, sono affrontati i metodi di valutazione di tali rischi: il Value at Risk, modelli parametrici e non parametrici e lo Stress testing.
Il terzo capitolo si occupa delle quattro Compagnie più nel dettaglio, individuando le informazioni relative ai rischi aziendali direttamente dai bilanci consolidati, ed andando a confrontare i metodi di valutazione tra i quattro Gruppi, anche se questi sono prevalentemente omogenei.
Secondo argomento chiave è la comunicazione dei rischi aziendali ai possibili stakeholders, utilizzando come documento informativo principale, il bilancio di sostenibilità.
Tale documento di reportistica volontaria, è divenuto uno strumento indispensabile per la comunicazione tra impresa e stakeholders interni ed esterni. I quattro Gruppi utilizzano principi di redazione differenti: Shell utilizza le linee Guida del GRI, Eni sfrutta i principi GRI ma li integra con i dieci principi del Global Compact, infine le altre due Compagnie redigono il sustainability report seguendo la guida di IPIECA&API, due associazioni industriali petrolifere. Oltre al bilancio sociale, un altro modo di comunicare la propria responsabilità aziendale, è rappresentato dalle certificazioni. I Gruppi analizzati sono coperti da certificazione ISO 14001, OHSAS 18001 ed EMAS, rispettivamente in ambito ambientale con ISO ed EMAS e in ambito sicurezza e salute dipendenti con OHSAS.

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5 INTRODUZIONE Il 20 aprile 2010, mentre la trivella della Deepwater Horizon stava completando il pozzo Macondo su un fondale profondo 400 metri al largo della Louisiana, un’esplosione sulla piattaforma ha innescato un violentissimo incendio; 11 persone sono morte all’istante, incenerite dalle fiamme, mentre 17 lavoratori sono rimasti feriti. In seguito all’incendio la flotta della BP ha tentato invano di spegnere le fiamme, oltre a recuperare i superstiti . I giorni successivi all’esplosione della piattaforma il contrammiraglio di Guardia Costiera Mary Landry, intervistato dall’ ABC, escludeva un’emergenza ambientale significante. Due giorni dopo la piattaforma Deepwater Horizon si è rovesciata, affondando e depositandosi sul fondale, a circa mezzo chilometro più a nord ovest del pozzo. Le valvole di sicurezza presenti all’imboccatura del pozzo sul fondale marino non hanno funzionato correttamente e il petrolio greggio, spinto dalla pressione del giacimento petrolifero, ha iniziato a uscire senza controllo, in parte risalendo in superficie per via della minor densità rispetto all’acqua . Il 7 maggio 2010 la BP ha poi tentato col progetto Top Kill di arginare la falla utilizzando una cupola di cemento e acciaio dal peso di 100 tonnellate, ma la perdita non si è arrestata ed il tentativo di ridurre il danno è fallito. In attesa di trovare una strategia risolutiva, la BP ha poi approntato il progetto Lower Marine Riser Packge, con la posa in opera di un imbuto convogliatore sospeso sopra al pozzo e collegato a una nave cisterna in superficie, volto a recuperare almeno in parte il petrolio che fuoriesce senza controllo dal pozzo sul fondo del mare. In contemporanea la BP iniziava a trivellare due pozzi sussidiari in previsione di riuscire a raggiungere per fine agosto 2010 al condotto del pozzo che perde, intercettandolo in profondità, per cementarlo definitivamente. Il 10 luglio 2010, quando ormai l’entità della perdita era stimata da un minimo di 35000 ai 60000 barili d’idrocarburi al giorno, di cui solo la metà riusciva in qualche modo ad essere recuperata, veniva effettuato un secondo tentativo con un nuovo tappo per ridurre drasticamente la fuoriuscita. Dopo 86 giorni dall’inizio dello sversamento di petrolio, il 15 luglio 2010, la BP dichiarava di essere riuscita a tappare la perdita del greggio, per la prima volta dal giorno dell’esplosione, pur non essendo certa della durata della soluzione. Secondo le stime della BP stessa erano già stati versati in mare trai 3 e i 5 milioni di barili di petrolio. Dopo 100 giorni dall’inizio del disastro , presumibilmente a causa della tempesta tropicale che si è abbattuta sulla zona per più giorni, la macchia di petrolio che prima galleggiava sull’acqua è in pratica scomparsa; rimane visibile solo il catrame piaggiato sulle coste. Quanto manca, a eccezione di quanto aspirato nelle operazioni di pulizia o date alle fiamme in incendi controllati, si presume sia in parte evaporato, in parte dissolto, in parte digerito dai batteri; ma si ipotizza che la maggior parte sia finita sul fondale marino, formando laghi di petrolio, destinato a solidificarsi. Un terzo delle acque degli stati USA che si affacciano sul Golfo del Messico sono state chiuse, la pesca sta morendo e il turismo registra la chiusura del 20% delle spiagge. Il 3 agosto 2010 inizia l’operazione Static Kill, con la quale BP si propone di tappare definitivamente il pozzo mediante un’iniezione di fango e cemento attraverso i pozzi sussidiari, così da deviare il greggio in un b acino sicuro a 4 chilometri di profondità. Il disastro della piattaforma petrolifera avrà nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale, in termini di esacerbazione di malattie respiratorie e patologie della pelle e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell’incidenza di tumori. Gli effetti nel lungo periodo comprendono anche aumenti statistici legati ad aborti spontanei, neonati di basso peso alla nascita o pretermine. Le prime specie animali vittime del disastro sono state quelle di dimensioni più piccole e alla base della catena alimentare, come ad esempio il plancton. Sono seguite le specie di dimensioni via via maggiori che sono state contaminate direttamente o indirettamente, mangiando gli animali contaminati. Fra le specie coinvolte: numerose specie di pesci, tartarughe, squali, delfini e capodogli, tonni, granchi e gamberi, ostriche, uccelli delle rive, molte specie di uccelli migratori e pellicani. Gli agenti dispersanti, cioè le sostanze chimiche utilizzate per disperdere gli idrocarburi in parti più piccole e per farli precipitare sul fondale del mare hanno consentito di nascondere la marea nera della superficie; tuttavia tali sostanze non hanno ridotto la quantità di greggio, che continua ad esercitare i suoi effetti nefasti sulla catena alimentare a tutti i livelli. I danni del disastro ambientale sono impossibili da calcolare, tuttavia è possibile fare una stima.

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