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Parole di piombo. Il linguaggio giornalistico del caso Mazzola-Giralucci (Padova, giugno 1974)

Informazioni tesi

  Autore: Emmanuele Michela
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze storiche
  Relatore: Silvano Petrosino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 210

Qual'è stato l'atteggiamento della stampa italiana di fronte al fenomeno della violenza terroristica rossa degli anni di Piombo? Da questa domanda ha avuto origine la mia tesi, che ha voluto analizzare il linguaggio dei giornali durante gli Anni di Piombo, prendendo in particolare come riferimento il delitto Mazzola-Giralucci, duplice omicidio operato a Padova nel ’74 e prima azione di sangue delle Brigate rosse. L’ispirazione l’ho avuta leggendo il libro di Michele Brambilla "L’eskimo in redazione", dove si mostra bene l’atteggiamento ambiguo di molti quotidiani durante questo periodo, colpevoli in più occasioni di aver guardato con faziosità alla violenza di quegli anni, e di aver puntato il dito solo verso l’estremismo di destra senza riconoscere quello che facevano gruppi come Lotta Continua o le Brigate rosse.
Dopo un primo capitolo storico introduttivo, con una analisi rapida ma essenziale delle vicende del mondo giornalistico italiano tra anni Sessanta e Settanta, con un particolare riferimento alla contestazione del ’68 e alle vicende degli anni di Piombo, sono passato appunto al caso di Padova, su cui da qualche tempo si è giunti ad una verità giudiziaria. I due uomini dell’Msi Mazzola e Giralucci vennero uccisi il 17 giugno 1974 da un commando di cinque brigatisti in seguito ad un tentativo di rubare documenti e informazioni finito nel sangue. Questa è la verità che ho raccontato anche nel secondo capitolo della mia tesi, mentre nel terzo, quello più ampio, ho dato spazio all’analisi dei quotidiani, soffermandomi sulle pagine e sugli articoli da loro dedicati a questo delitto di giorno in giorno. In particolare, i 5 giornali analizzati sono stati "Corriere della Sera", "l’Unità", "La Stampa", "Il Giorno" e "Il Gazzettino".
Ciò che è emerso è la conferma di questa posizione ambigua, che anzi ha preso ulteriore consistenza, emergendo nelle scelte lessicali ed editoriali, tra titoli, sommari, immagini e quant’altro. Ho trovato alcune costanti alle 5 testate, accomunate, chi più chi meno, dalla posizione di sospetto di fronte alla rivendicazione firmata Br pubblicata già il giorno successivo il delitto a favore invece di costanti dubbi sulle possibili faide interne all’Msi padovano. Un sospetto che l’analisi ha messo in luce essersi esplicato in vari modi, dall’uso di titoli lapidari e carichi di insinuazioni, alla definizione aggettivale del nome del gruppo terroristico, spesso preceduto da attributi come «sedicenti», «fantomatiche», «inafferrabili»; dall’utilizzo frequente a "voci di corridoio" o raccolte per strada erte di conseguenza a verità diffuse, fino al continuo ricorso al tema della Strage di Stato, che proprio in quegli anni Pasolini indicava essere diventato luogo comune dei sospetti della stampa italiana, senza un’effettiva indagine di approfondimento.
Dopo aver sottolineato i tratti comuni alle cinque testate e le cifre specifiche di ognuna di esse, ecco che ho voluto soffermarmi a dare un giudizio più ampio su questo mestiere, chiedendosi se, al di là di ogni discorso che si possa fare sul giornalismo di quegli anni, sia possibile fare in maniera leale e obbiettiva questo lavoro. Dopo una riflessione approfondita sono arrivato alla conclusione che la notizia è diversa dal fatto, essendo la prima un prodotto culturale, ovvero la trasposizione sulla carta del secondo, ed è sempre quindi figlia di scelte, a volte anche inconsapevoli, di un testimone, il giornalista stesso. L’obbiettività sembrerebbe così una chimera. Questa però trova una qualifica credibile solo se la si guarda come ideale, ovvero come traguardo cui un giornalista deve continuamente tendere per trasmettere la verità e quindi il senso delle cose al lettore. Per far ciò, un giornalista dovrebbe essere prima di tutto obbiettivo nel suo rapportarsi a ciò di cui ha da scrivere: deve essere umile e servile di fronte a ciò che osserva, per poter cogliere prima di tutto lui il senso di un fatto, in un lavoro che tratta una verità che non è assoluta, bensì in divenire, in evoluzione continua. Il fatto di Padova ha messo in luce come spesso questo atteggiamento di umiltà sia mancato, in un periodo in cui scrivere sui giornali voleva dire partecipare direttamente a una lotta contro il Potere, e di conseguenza si cadeva tante volte in pregiudizi.
Infine, ho cercato di capire quale potesse essere il guadagno di un atteggiamento simile per un giornalista, individuandolo nella sete di conoscenza che porta ogni uomo ad interessarsi del mondo in cui vive. È un bisogno, quello della verità, che è insito in tutti: è per questo che i lettori comprano il giornale, e per questo gli editori dovrebbero stamparli. Al giornalista, il privilegio di lavorare ed essere pagato per soddisfare questa sua esigenza, che gli appartiene in quanto uomo.

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  5   INTRODUZIONE «C’è un’autocritica mia e di tutto l’establishment, di tutto il giornalismo indipendente. Per almeno tre- quattro anni abbiamo avuto tutte le possibilità di capire che cos’era questo terrorismo, e di stabilire anche dei legami informativi, il mondo del terrorismo non è poi chiuso ermeticamente. Invece ci siamo fatti prendere da un peccato di presunzione: eravamo talmente convinti che in Italia non sarebbe cresciuta né una forza seria a sinistra del Pci né un’opposizione armata» 1 . (Giorgio Bocca, giornalista, 1978). «Ce l’avevamo con la stampa, specie con quella “democratica” che continuava a chiamarci fascisti, quando a Milano fra il 1970 e il 1973 chiunque poteva sapere che cosa fossero e che stessero facendo le Br. Solo che a volerlo sapere erano in pochi. Diciamo che l’impressione che ci facevano i media era questa: un muro» 2 . (Giorgio Semeria, brigatista, 1985). È dall’amore per un periodo storico, gli anni Settanta, che è nato il mio desiderio di portare avanti questo lavoro di tesi. È un periodo segnato da una grande vitalità, che formatasi nelle piazze e nelle università del ’68 si protrae in Italia per buona parte del decennio successivo. Ma sono un entusiasmo e un desiderio, quelli sessantottini, disperati, illogici e senza limiti, che, nel momento in cui non riescono a trovare una corrispondenza nella vita                                                                                                                 1 Citato in G. PANSA, Carte false, Rizzoli, Milano 1986, p. 35. 2 Citato in G. FARINELLI, E. PACCAGNINI, G. SANTAMBROGIO, A. I. VILLA, Storia del giornalismo italiano, Utet, Torino 1997, p. 380.

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