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Occupazione e Over 40: le implicazioni psicosociali

Questo lavoro nasce da un vissuto personale, in quanto quarantenne che in un momento di crisi lavorativa, non trovando lavoro, ha deciso di iscriversi all'università come investimento per i prossimi venti anni; ne è seguita la percezione di non essere l'unica ad avere la sensazione che ci fosse qualcosa di anomalo nel mercato del lavoro attuale, che porta tendenzialmente ad escludere i quarantenni e oltre dalla maggior parte di possibilità lavorative: in qualunque ambito si parli di lavoro, si parla solo di giovani.
La riflessione che ne è derivata, grazie anche agli approfondimenti che gli studi universitari mi hanno dato la possibilità di fare, ha riguardato l'ipotesi di un bisogno ancora inesplorato, che sembra emergere a livello sociale, e ha voluto tradursi in una breve ricerca ed analisi della situazione attuale.
Perché occuparsi dei lavoratori quarantenni, anzi Over 40, e del loro rapporto col mondo del lavoro? Per quale motivo? Visto che non se ne parla, probabilmente il problema non sussiste. O forse proprio il fatto che qualcuno cominci a manifestare apertamente un disagio indica che siamo in presenza di un fenomeno che sta nascendo e che è semplicemente trascurato dagli osservatori ufficiali perché ancora mancano i grandi numeri e non è di moda.
Il momento storico che stiamo vivendo è caratterizzato da una rivisitazione del mondo del lavoro e delle politiche ad esso inerenti: la crisi, la precarietà, il welfare, tutto sembra stia subendo un terremoto tale da rimettere in discussione principi e normative sulle quali è costruita la società che conosciamo. Questo è risaputo e si stanno facendo fior fiore di dibattiti, studi, analisi, ricerche su come risolvere questioni riguardanti categorie di individui con caratteristiche e problematiche comuni come, ad esempio, le donne, i giovani, i pensionati o chi alla pensione ci dovrà arrivare, insomma tutto ciò che può riguardare le pari opportunità.
Accantonando per questa volta la distinzione fra uomini e donne, cosa intendiamo per giovani? Cosa per adulti? Se i giovani, una volta chiarito il concetto, hanno determinate problematiche e necessità e gli anziani anche, che fine ha fatto la fascia di esseri umani che sta nel mezzo? Se essere non più giovani e non ancora anziani porta ad ipotizzare nuove politiche del welfare, perché non vengono prese in considerazione le relative politiche del lavoro? Se per i primi il problema è l'inserimento nel mondo del lavoro e per i secondi l'uscita da esso con il relativo pensionamento, quali sono le difficoltà per la cosiddetta "fascia di mezzo"? Non stiamo parlando delle chiusure aziendali causate dalla crisi, che coinvolgono in blocco tutti i lavoratori indipendentemente da età, sesso, formazione o anzianità aziendale, ma di come si sta evolvendo l'identità lavorativa di un Over 40 in quanto tale.
L'intenzione di questa esposizione è quella di fornire le basi per una riflessione, partendo da una panoramica sulla situazione attuale e sulle cause che possono aver portato a questo disagio, considerando poi i fattori psicologici che entrano in gioco e quali strumenti, individuali e non, possano essere utili per affrontare e superare le difficoltà legate a tale problematica, ed infine proporre una riflessione sulla formazione per tutta la vita e portare esempi di come un movimento partito dalla base stia cominciando a manifestarsi. L'approccio è di tipo qualitativo poiché non esistono ancora abbastanza dati o ricerche specifiche al riguardo, la bibliografia specializzata è scarsa e quindi ho scelto di approfondire l'argomento utilizzando le cognizioni acquisite attraverso gli studi universitari, integrando il materiale con la raccolta di informazioni sul campo, articoli, fonti web e testimonianze.

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1 Lo stato dell’arte E’ un dato di fatto che stiamo vivendo in una società che inneggia alla giovinezza attraverso i mass media, la pubblicità, prodotti per la bellezza e per la salute. Anche la medicina e le migliori condizioni di vita acquisite progressivamente fanno sì che si invecchi più lentamente, meglio, e si viva più a lungo. Innumerevoli sono i trattati, gli studi, i dati sull’invecchiamento progressivo della nostra società e sulle conseguenze socioeconomiche che questo fenomeno sta causando. Si parla e si studia di tutto, dai problemi dell’educazione dei bambini a come fare sì che gli anziani, quelli veri, quelli che a ragion veduta si può dire che abbiano una “certa età” e specifiche esigenze ad essa legate, possano sentirsi utili alla società o quanto meno non abbandonati da essa. In realtà stiamo assistendo ad un processo di svecchiamento delle società, proprio perché vivendo meglio e più a lungo le potenzialità stanno aumentando. Come ha osservato Norberto Bobbio (1996) la soglia della vecchiaia si è spostata di circa un ventennio quindi la vecchiaia non burocratica ma psicologica comincia quando ci si approssima agli “ottanta”. Di conseguenza discipline quali l’andragogia, ovvero l’educazione degli adulti, e la psicologia del ciclo di vita (Hendry e Kloep, 2008) si stanno rivelando più che mai attuali e centrali nell’affrontare un’epoca di continui cambiamenti e con un sempre maggior invecchiamento anagrafico della popolazione. Ma anche il fenomeno dell’ageism, che verrà approfondito più avanti, sembra diffondersi sempre di più e radicarsi profondamente nel nostro tessuto socio-culturale. In questo specifico ambito a noi interessa approfondire il concetto di gioventù e vecchiaia in ambito lavorativo. A che punto siamo? Proviamo a riassumere alcuni concetti principali. 1.1 Le politiche attive 1.1.1 I giovani Nel campo imprenditoriale o manageriale gli individui vengono definiti giovani fino a 40 anni. Ad essi lo Stato, le Regioni, le Province e anche i Comuni 9

Laurea liv.I

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Stefania Mengoli Contatta »

Composta da 42 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 898 click dal 02/03/2012.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.