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La Scrittura Collettiva nei Laboratori di Scrittura e Teatro

Questo lavoro si articola attorno ad una riflessione sulla scrittura collettiva, pratica di recente formazione, che negli anni ‘70 del Novecento diviene modalità largamente utilizzata nell’ambiente teatrale. È scrittura collettiva - per esempio - quella che nella VIII circoscrizione di Roma, nel Quartiere di Castelverde, la cooperativa Giocosfera accompagnava proprio in quegli anni. Un progetto che è stato condiviso, comunicato con mezzi espressivi diversi, e nello specifico, un video, due drammatizzazioni, un cantastorie. Ma, cosa significa precisamente scrittura collettiva? Perché viene confusa, talvolta, con la tradizionale scrittura drammaturgica oppure con la innovativa scrittura scenica?
La questione nasce all’interno delle rivoluzioni socio-culturali degli anni sessanta/settanta, dove, anche la figura del regista/drammaturgo assume nuovi connotati, meno “autoritari” e più “rispettosi” dell’altro-attore con cui egli lavora per realizzare un prodotto, ora più performativo che teatrale. Perciò, come Peter Brook ebbe a dire, il regista è più un animateur. Non a caso proprio nell’ambito del teatro antropologico si farà strada la nozione e la pratica della “drammaturgia dell’attore”. I fautori saranno: P. Brook, J. Grotowski, ed E. Barba.
A partire dagli anni ’70 nell’ambito del Teatro Antropologico e del Terzo Teatro il regista ha assunto i contorni del conduttore, del trainer, dell’animatore, a seconda dei casi e con varie gradualità. Adesso toccheremo l’altra decisiva esperienza italiana, del Teatro Educativo e del Teatro d’Animazione cioè, per notare come anche qui la regia subì le medesime, e inevitabili, trasformazioni.
In Italia l’animazione teatrale ha vissuto in quegli anni una stagione davvero felice e promettente. Essa nacque «dalla crisi del teatro pubblico che cerca di uscire dai suoi limiti specialistici e, attraverso il decentramento, di coinvolgere le masse nel fatto teatrale e dalla crisi della scuola che tenta di rifiutare la tradizione scolastica che vuole l’alunno passivo ricettore di formule nozionistiche, per aprire la strada alla ricerca dell’autoformazione attiva guidata» . Ebbe il proprio campo sperimentale e di diffusione innanzitutto nelle scuole con la teatralizzazione di contenuti didattici al fine di rendere piacevole e più efficace l’apprendimento delle nozioni scolastiche. Ma l’obiettivo vero dei giochi era quello di restituire ai ragazzi la libera espressione come forma primaria e necessaria di comunicazione e di relazione tra persone.
Purtroppo, i grandi intenti utopistici dell’animazione teatrale, oltre a determinarne il successo, ne stabilirono la morte. Da un lato, i teatranti vissero la scuola come ampliamento del mercato dell’offerta del proprio contributo - è da questo momento che nascono cooperative, gruppi, collettivi che si propongono come esperti di attività di animazione teatrale -, dall’altro, l’istituzione scuola intuiva la possibilità di trasformare l’animazione teatrale in attività curriculare, cioè, in disciplina come le altre. Non sarebbe stato più l’esperto esterno a condurre le attività ma uno degli insegnanti interni - questa specificazione del teatro nella scuola permetterà di parlare esplicitamente di teatro educativo.
A partire, dunque, dalle esperienze di queste forme di teatralità cerchiamo ora di focalizzare l’attenzione sulle procedure della conduzione di un processo non autoritario e non autoriale per arrivare a una scrittura, a una drammaturgia di gruppo. In particolare, a partire dalle recenti metodologie del teatro sociale che hanno fatto tesoro sia del teatro animazione sia delle altre forme di teatralità e di processi apportati dagli artisti teatrali del secondo Novecento. Toccheremo diversi temi per arrivare a esplicitare le prassi di scrittura collettiva ormai diffuse nell’ambito appunto del teatro sociale e dell’arte-terapia in genere. Cercheremo di descrivere i diversi momenti che vanno dalla composizione di un gruppo intorno a un lavoro, i ruoli e le funzioni all’interno del gruppo, le metodologie per far emergere contenuti, vissuti, proposte da parte dei partecipanti, le metodologie per creare una scrittura di gruppo, la forma che può prendere tale lavoro sia nei laboratori di scrittura creativa in ambito sociale o socio-sanitario, sia nei laboratori di teatro sempre in ambito socio-sanitario.
La seconda parte del presente lavoro sarà dedicata proprio al resoconto di due esperienze di tirocinio, uno svolto presso il Centro Diurno “Villa Lais” sulla Tuscolana a Roma, e l’altro presso i locali del Centro di Salute Mentale 12 anch’esso nella zona C di Roma, conosciuto come “Laurentino 38”. Luoghi destituzionalizzati che cercano di rispondere in qualche modo alle necessità derivate dalla chiusura dei manicomi. Il primo laboratorio era di “scrittura creativa”, l’altro prettamente “teatrale”; entrambi erano svolti con utenti portatori di disagio psichico.

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2 INTRODUZIONE Questo lavoro si articola attorno ad una riflessione sulla scrittura collettiva, pratica di recente formazione, che negli anni ‘70 del Novecento diviene modalità largamente utilizzata nell’ambiente teatrale. ¨ scrittura collettiva - per esempio - quella che nella VIII circoscrizione di Roma, nel Quartiere di Castelverde, la cooperativa Giocosfera accompagnava proprio in quegli anni. Un progetto che è stato condiviso, comunicato con mezzi espressivi diversi, e nello specifico, un video, due drammatizzazioni, un cantastorie. Ma, cosa significa precisamente scrittura collettiva? PerchØ viene confusa, talvolta, con la tradizionale scrittura drammaturgica oppure con la innovativa scrittura scenica? La questione nasce all’interno delle rivoluzioni socio-culturali degli anni sessanta/settanta, dove, anche la figura del regista/drammaturgo assume nuovi connotati, meno “autoritari” e piø “rispettosi” dell’altro-attore con cui egli lavora per realizzare un prodotto, ora piø performativo che teatrale. Perciò, come Peter Brook ebbe a dire, il regista è piø un animateur. Non a caso proprio nell’ambito del teatro antropologico si farà strada la nozione e la pratica della “drammaturgia dell’attore”. I fautori saranno: P. Brook, J. Grotowski, ed E. Barba. Ora, se «l’antropologia teatrale è la scienza che studia il comportamento dell’essere umano in quella particolare situazione che è la rappresentazione organizzata» 1 , allora il teatro antropologico metterà al centro del suo interesse il lavoro dell’attore su se stesso, l’organicità, la verità del suo comportamento. L’antropologia teatrale è il punto di arrivo di tutta la ricerca del Novecento, l’erede della scienza di Stanislavskij e perciò non si può non parlare di drammaturgia dell’attore. Nel teatro antropologico, piø che il risultato, fondamentale è il processo ove «l’attore mette volontariamente in equilibrio precario il corpo impegnando i muscoli, ma anche le emozioni impegnando l’immaginazione» 2 . Il testo drammaturgico e gli elementi caratteristici del genere teatrale come la musica, la dizione, la scenografia ecc., vengono messi in secondo piano per focalizzare lo studio dell’evento teatrale avente come centro l’uomo ed il corpo. Così, a seguito della virata stanislavskijana, si sono prodotti modelli non univoci di spettacolo teatrale, a tal punto che la distinzione fra teatro di regia e teatro di 1 FALLETTI C. (2008), Il corpo scenico, ed. Editoria & Spettacolo, Roma, pag. 6 2 Ivi, pag. 8

Tesi di Master

Autore: Rosalba Scaturro Contatta »

Composta da 62 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 1647 click dal 01/03/2012.

 

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