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La fatica del cuore: l'etica della cura in Eva F. Kittay

Il presente lavoro si propone di trattare un argomento non nuovo nell'ambito della riflessione sul femminile, quello dell'etica della cura, ma declinato da una pensatrice ancora poco conosciuta dal pubblico italiano, la filosofa Eva Feder Kittay. La studiosa americana ha inquadrato in modo originale il tema della cura sottolineandone il nesso con l'inevitabile dipendenza -come lei definisce le situazioni di fragilità e di disabilità -in una società che possa realmente definirsi democratica. È tempo di dare forma ad una nuova visione del concetto di uguaglianza. È questo quello che Eva F. Kittay ci vuole dire attraverso le pagine dei suoi scritti; questo quello che appare evidente ad una attenta analisi della società odierna. Per l'uguaglianza l'uomo, in varie fasi della storia, e in varie modalità, si è da sempre battuto: schiavi che hanno rivendicato la libertà; donne che hanno combattuto per ottenere pari diritti e dignità; minoranze religiose che hanno cercato un posto nella società. Difficilmente però le riflessioni sulla dipendenza, su chi ha bisogno di cura, e sulle persone che prestano la cura, sono entrate all'interno della riflessione sull'uguaglianza, rendendo così certe conquiste assolutamente parziali. Si può definire davvero democratica, legalitaria e giusta una società che non presta attenzione o addirittura volutamente ignora la sua parte debole, costituita da persone in stato di bisogno? Le opere di Eva Kittay sono illuminanti in tal senso. Non è possibile considerare giusta una società che si occupa solo di chi sta bene, e relega i bisognosi ai margini della vita e della riflessione politica e filosofica.
"All'inizio siamo tutti figli": con questa sua affermazione Eva Kittay vuole sottolineare come tutti noi, indipendentemente da sesso, colore di pelle, religione, e a dispetto di una società che desidera e premia solo individua sani, autonomi, capaci di rapporti simmetrici, attraversiamo momenti in cui siamo totalmente dipendenti dalle cure di un'altra persona, che solitamente è donna. Femminista dichiarata e madre di una ragazza fortemente disabile, la Kittay, attraverso il rigore dell'argomentazione filosofica e della sua personale esperienza di vita, ci offre una visione estremamente lucida delle problematiche che le donne, da sempre deputate alla cura, sono costrette ad affrontare ancora oggi, e di come, se alla cura venisse finalmente riconosciuto il ruolo e concessa l'importanza che realmente ha, si potrebbe enormemente migliorare la condizione femminile in primis, e dell'intera società come naturale conseguenza.

Il presente lavoro si suddivide in due parti.
La prima parte costituisce una premessa teorica utile a inquadrare le teorie della Kittay all'interno della storia del pensiero femminile e femminista. Si ripercorre, pertanto, in maniera sintetica la storia del femminismo, soffermandosi in particolare sulla questione della differenza di genere e dell'etica della cura. Particolare attenzione ê dedicata alle varie teorie sul genere, analizzando le conseguenze e i processi culturali che hanno comportato. La seconda parte è totalmente incentrata sul pensiero di Eva F. Kittay. I primi due capitoli costituiscono una premessa di carattere biografico: la genealogia del tema della cura nel pensiero della Kittay, la sua formazione come filosofa e quanto la sua esperienza di madre di una ragazza disabile l'abbia indirizzata verso questo campo di studi. Il terzo capitolo è dedicato al dibattito della studiosa con Jeff McMahan, studioso americano con teorie sui disabili e sul loro trattamento in netta contrapposizione con quelle della Kittay, e che lei ampiamente e duramente critica. Il quarto capitolo è incentrato sul trapianto globale di cuore: la Kittay qui analizza il fenomeno della migrazione transazionale delle madri, che per prendersi cura dei loro figli emigrano verso paesi ricchi dove prestano materialmente quella stessa cura che darebbero alla loro prole, a persone in stato di bisogno. Il quinto ed ultimo capitolo è dedicato a ciò che la Kittay chiama l'inevitabile dipendenza: la studiosa analizza la dipendenza, nonché il ruolo di chi si occupa di dare cura, ne dà la sua personale definizione e pone le basi per un auspicabile cambiamento in merito al trattamento di chi ha bisogno e di chi fornisce la cura.
Mi ê sembrato opportuno concludere il lavoro con un'appendice, in cui si istituisce un confronto fra Eva F. Kittay e la filosofa Julia Kristeva, anche lei madre di un figlio disabile e impegnata nella lotta al cambiamento della visione che la maggior parte della società ha
nei confronti della disabilità, e quindi della dipendenza, nell'ottica di un' importante e necessaria ridefinizione del significato di qualità della vita.

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3 PRIMA PARTE Capitolo 1 Femminismo e Femminismi 1.1 Storia di donne e di femministe Sulla storia delle donne e del femminismo, le giovani generazioni hanno ricevuto gli stereotipi più volgari e contraddittori, da quello della militante che odia tutti gli uomini a quello della femminista che rimpiange mitici poteri femminili e odia la modernità; mentre è ormai tramontata l’immagine della donna emancipata negli affari e nella politica, che si comporta seguendo modelli maschili. Alle origini c’è il problema di tramandare una tradizione che non vuole presentarsi né come autoritaria né come immediatamente autorevole, ma piuttosto come la consegna di un messaggio rimasto in sospeso. Il dialogo è essenziale per sviluppare una storia della soggettività e dell’intersoggettività quale è quella delle donne negli ultimi decenni e in particolare dei loro movimenti. Il tema della soggettività è centrale rispetto al problema della trasmissione: esso informa il mutuo riconoscimento di sé e dell’altra come soggetti in senso pieno nel rapporto di comunicazione anche dispari, tra madre e figlia, tra maestra e allieva, tra generazioni diverse, negli affetti e nell’intellettualità. Accettata l’esistenza delle disparità, passo fondamentale per le donne nel recente passato, riconoscersi a vicenda come soggetti vuol dire avviare un processo verso la piena libertà di parola e di critica, nel rispetto reciproco e nel contrasto pacifico. La soggezione, storica e non naturale, delle donne rispetto agli uomini costituisce, per J.S Mill, lo scandalo principale del mondo moderno, il quale nelle società e culture più avanzate ha riconosciuto l’uguaglianza naturale dei diritti di ciascun essere umano. Come egli stesso afferma: “La subordinazione sociale delle donne si configura come un fatto unico nelle istituzioni sociali moderne; una rottura isolata di quella che è divenuta la

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Alberto Luciano Principe Contatta »

Composta da 167 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.