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Dinamiche e modelli dell'immigrazione musulmana a Bologna

La ricerca è improntata sulla dimostrazione delle tesi sulle caratteristiche dell’immigrazione musulmana in Italia e, più specificatamente in Emilia Romagna e nel suo capoluogo Bologna, attraverso la metodologia delle interviste.
Gli aspetti più indagati sono stati quelli di ciò che gli studiosi, come Oliver Roy e Stefano Allievi, chiamano “comunitarismo”, cioè tutte quelle dinamiche che vedono lo strutturarsi degli stranieri musulmani secondo caratteristiche religiose e/o nazionali/culturali; la relazione, quindi, di interazione con gli altri stranieri musulmani e l’integrazione con gli italiani.
A differenza di altri stati europei in cui l’immigrazione di origine musulmana è caratterizzata da poche nazionalità ben radicate sul territorio che tendono, secondo questi studiosi, a raggrupparsi e ad isolarsi dal contesto e dagli altri stranieri, lo stato italiano è caratterizzato, invece, da una maggiore varietà di provenienze che dovrebbero evitare questa ghettizzazione. L’islam, in Italia, tenderebbe ad avere carattere ‘ummico’, comunitario, diventando un fattore identitario primario per i musulmani.
Ma a Bologna esiste questo comunitarismo, secondo il quale l’islam è preso come fattore identitario che separa dal contesto e unisce tra loro i suoi credenti, o è esso stesso, tra i musulmani, fonte di diversità e di separazione della umma?
In una comunità multietnica inevitabilmente musulmani provenienti da luoghi e con bagagli culturali differenti si incontrano e a volte si scontrano: la religione è sempre un fattore culturale prima di tutto.
Ma se l’islam è davvero un fattore identitario così potente da unire tutti i musulmani, se è una religione che non fa differenze al suo interno e nessuno ha l’autorità per farlo, perché a Bologna non si trovano musulmani pakistani, marocchini, senegalesi tutti insieme a parlare per strada? Sul lavoro è più facile trovare un miscuglio di queste provenienze, ma è proprio sui luoghi di lavoro che nascono gli scontri e le incomprensioni su come viene praticato l’islam. Al di fuori ogni comunità è separata, e queste non comunicano tra loro: si va in moschea tutti insieme a pregare, si festeggiano le feste sacre, ma, osservando bene questi fenomeni, si scopre che anche in questi momenti ogni comunità è separata da un’altra perché non esiste una sola festa del sacrificio in tutta Bologna, la fine del mese di ramadan viene festeggiato in momenti diversi. Ogni comunità musulmana fa riferimento a se stessa e al proprio luogo di origine.
Ciò che davvero unisce le comunità di musulmani a Bologna, quindi, non è la religione, ma la cultura; per questo non si vedono pakistani insieme a marocchini o insieme a senegalesi: è la cultura del proprio paese, dal modo di vestire, al modo di parlare, alla cucina, che unisce e divide, allo stesso tempo, la umma. La religione è un fattore aggregante solo in momenti come la preghiera in moschea o alle feste sacre.

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4 INTRODUZIONE La questione della rappresentatività della comunità musulmana di fronte allo Stato Italiano è alquanto complessa. La presente ricerca cerca di indagare tale complessità – nonostante sia limitata numericamente che temporalmente -; e, allo stesso tempo, intende far emergere quali siano gli elementi da tenere in considerazione per porre una possibile intesa, arrivare a dei punti medi che possano accontentare tutti e che, a tutti, permettano di vivere in un paese di accoglienza rispettati e tutelati per la propria diversità religiosa e culturale. Cammino reso più arduo dal fatto che l’islam e la sua comunità di credenti sono attraversati da tante anime, con richieste e bisogni differenti, e non necessariamente solo riguardanti la sfera religiosa. La ricerca è improntata sulla dimostrazione, all’interno del capitolo 3, delle tesi sulle caratteristiche dell’immigrazione musulmana in Italia e, più specificatamente in Emilia Romagna e nel suo capoluogo Bologna, attraverso la metodologia delle interviste. Sono state svolte interviste agli appartenenti della comunità musulmana di Bologna per un arco di circa tre mesi, da Dicembre 2011 a Febbraio-Marzo 2012, cercando di comprendere i meccanismi di inserimento ed integrazione nel tessuto bolognese, che presenta una realtà piuttosto eterogenea e complessa. Gli aspetti più indagati sono stati quelli di ciò che gli studiosi, come Oliver Roy e Stefano Allievi, chiamano “comunitarismo”, cioè tutte quelle dinamiche che vedono lo strutturarsi degli stranieri musulmani secondo caratteristiche religiose e/o nazionali/culturali; la relazione, quindi, di interazione con gli altri stranieri musulmani e l’integrazione con gli italiani. Non è facile, però, poter fare delle generalizzazioni poiché ogni caso singolo risulta diverso da un altro e i fattori in gioco non sono pochi. A differenza di altri stati europei in cui l’immigrazione di origine musulmana è caratterizzata da poche nazionalità ben radicate sul territorio che tendono, secondo questi studiosi, a raggrupparsi e ad isolarsi dal contesto e dagli altri stranieri, lo stato italiano è caratterizzato, invece, da una maggiore varietà di provenienze che dovrebbero evitare questa ghettizzazione. L’islam, in Italia, tenderebbe ad avere carattere ‘ummico’, comunitario, diventando un fattore identitario primario per i musulmani. Ma a Bologna esiste questo comunitarismo, secondo il quale l’islam è preso come fattore identitario che separa dal contesto e unisce tra loro i suoi credenti, o è esso stesso, tra i musulmani, fonte di diversità e di separazione della umma? In una comunità multietnica inevitabilmente musulmani provenienti da luoghi e con bagagli culturali differenti si incontrano e a volte si scontrano: la religione è sempre un fattore culturale prima di tutto. «Come ci mostrano tanti studi recenti di sociologia e antropologia urbana, nelle città odierne, sotto un’immagine di caos apparente complessivo, sono rilevabili sottosistemi e reti che, in realtà, funzionano, e spesso molto efficacemente, producendo un ordine più complesso e in certo modo occulto, sfuggente, almeno finché ci si limita ad osservare il ‘tutto’. Il problema semmai, e ce lo dicono urbanisti e geografi urbani prima ancora che sociologi e antropologi, è che questi sottosistemi spesso non si parlano, non comunicano tra loro, non si capiscono, non hanno un linguaggio comune, o forse ne hanno troppi, non situati però sulle stesse medesime lunghezze d’onda» (Sigillino (a cura di) 2000, p.38).

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Martina Fraternali Contatta »

Composta da 73 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 360 click dal 15/05/2012.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.