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Gli effetti dell'impegno e del work engagement sulle percezioni e i comportamenti organizzativi: Uno studio condotto con docenti di scuola primaria e superiore

Ci sono persone per cui lavorare non è un dovere. Ci sono persone per cui lavorare è divertente. In psicologia vengono chiamate work engaged. Sono persone che lavorano con grande energia, identificandosi fortemente nel proprio ruolo lavorativo e che sono piacevolmente assorbite dalle attività quotidiane del proprio lavoro.
Ci sono, inoltre, persone che sono molte legate all'organizzazione in cui lavorano, persone che si sentono impegnate verso di essa. Quest'impegno (o commitment) può manifestarsi come affetto verso l'organizzazione, oppure come senso del dovere verso di essa o ancora come consapevolezza di non avere alternative migliori.
Il work engagement e l'impegno organizzativo sono i due principali costrutti che sono analizzati in questa ricerca condotta su insegnanti di una scuola primaria e di una superiore. In particolare, si cerca di comprendere quali potrebbero essere le variabili che portano a questi due fenomeni (variabili sia relative al clima organizzativo sia alle caratteristiche individuali delle persone - come gli stili di attaccamento ed il self-empowerment). Inoltre, si verificano gli effetti dell'engagement e dell'impegno organizzativo su alcune percezioni e comportamenti organizzativi.
Quanto ai risultati, emerge che l'impegno organizzativo è prodotto dal POS (la percezione di sostegno da parte dell'organizzazione) e dall'empowerment ed ha notevoli effetti positivi (tra cui, la riduzione del burnout). Per il work engagement, è stato verificato un adattamento del modello Job Demands-Resources di Bakker e Demerouti (2007; 2008): in particolare, è emerso che nel contesto scolastico l'engagement è prodotto solo dalle risorse personali (l'empowerment, soprattutto) e non da quelle lavorative. Inoltre, è stata indagata anche la relazione tra work engagement e burnout e sono state realizzate anche delle analisi nuove rispetto alla letteratura pertinente, a proposito del legame tra stili di attaccamento e work engagement e degli effetti di quest'ultimo sul conflitto lavoro-famiglia.

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7 Introduzione Quando uno studente arriva alle soglie della Laurea Magistrale, è naturale che si ponga delle domande sul mondo del lavoro, su come sarà la sua vita una volta uscito dall’ambiente sicuro dell’Università, se sarà in grado di lavorare bene ed essere felice. E, come tutti, anch’io mi sono fatto (e continuo a farmi) queste domande sul mio futuro. Ma, dopo due anni di studio in un Corso di Laurea che ha tra i suoi cardini la psicologia del lavoro, ciò che mi sono chiesto più spesso è: ma, alla fine, perché la gente lavora? Cosa vuol dire per le persone lavorare? Non avendo ancora mai lavorato, non sono in grado di rispondere a questi interrogativi sulla base della mia esperienza personale. Per questo mi piace ascoltare le persone che parlano del proprio lavoro, capire cosa ne pensano, come lo vivono, che emozioni gli dà (ed, in questo senso, mi affido a loro anche per immaginare me stesso un giorno “a lavoro”). Dai racconti delle persone, emerge spesso un quadro ambivalente del loro lavoro: inizialmente, ti fanno un resoconto dettagliato di tutte le loro beghe lavorative (i carichi eccessivi, i difficili rapporti con colleghi e superiori, i troppi compiti che vengono assegnati loro e via dicendo), tanto che chi ascolta potrebbe pensare che quelle persone odiano il proprio lavoro e che, in fin dei conti, si lavora semplicemente per guadagnare, perché purtroppo è necessario per sopravvivere. Un quadro, francamente, desolante per chi (come me) si prepara con fiducia ad entrarci in questo “benedetto” mondo del lavoro! Tuttavia, se poi a quelle stesse persone gli fai una semplice quanto importantissima domanda e gli chiedi “Ma ti piace il tuo lavoro?”, spesso (non sempre, ovviamente!) quelle stesse persone che ne hanno parlato male ti rispondono con sincerità e naturalezza di si e solo a quel punto mettono a fuoco ciò che di bello il lavoro offre loro. Riflettendo, dunque, sul rapporto della persona col proprio lavoro, avevo chiaro che deve esserci una qualche forza sotterranea che la spinge a lavorare. Non una spinta inconsapevole ma un’energia di cui, comunque, le persone a volte si dimenticano; per questo, spesso si concentrano soltanto sui problemi che il lavoro comporta. Però questa forza è presente, agisce costantemente e li motiva a lavorare, indipendentemente dai problemi stessi. E non si tratta di un bisogno di guadagno economico ma di qualcosa di più profondo, che la psicologia può comprendere e spiegare. In questa direzione,

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Psicologia

Autore: Gianluca Barra Contatta »

Composta da 118 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2276 click dal 20/07/2012.

 

Consultata integralmente 11 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.