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Il tifo violento: Una rassegna teorica in una prospettiva psicosociale

Informazioni tesi

  Autore: Gianluca Barra
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Psicologia dei processi relazionali e di sviluppo
  Relatore: Daniela Caso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 59

Il tifo sportivo è una cosa bellissima: unisce le persone intorno ad una comune passione e dona loro grande gioia.
Tuttavia, a volte vediamo come i tifosi si possano trasformare in vandali, delinquenti o, addirittura, assassini. Perché accade questo? Quali sono le ragioni psicologiche del tifo violento?
Questa tesi cerca di rispondere a queste domande. Dapprima, si fornisce un quadro storico su questo fenomeno ed alcune definizioni di base di "tifoso" e di "tifo violento", nonché un profilo dell'hooligan.
Da qui, si passa a considerare alcune spiegazioni comuni nell'opinione pubblica sul tifo violento (l'alcool, gli errori degli arbitri, etc.). A questo punto, vengono descritte le varie teorie (sociologiche, antropologiche, psicologiche e psicoanalitiche) che, negli anni, sono state applicate al fenomeno: tra queste, si presenta un interessante modello di Simons e Taylor (1992), che spiega il tifo violento sulla base dell'identificazione con la squadra, della solidarietà di gruppo, della deindividuazione, della deumanizzazione e della leadership.
La parte più interessante della tesi, però, riguarda la spiegazione del tifo violento sulla base dell'identità sociale: si cerca di spiegare come la definizione che l'individuo dà di se stesso a partire dalla propria appartenenza di gruppo influenzi le dinamiche tra le tifoserie e possa portare alle violenze. In particolare, si presenta il modello ESIM (Elaborated Social Identity Model) che è stata proficuamente applicato a questo fenomeno da Stott, Hutchinson e Drury (2001) in una ricerca condotta durante i mondiali di Francia del 1998.

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4 Introduzione Sin da bambino seguo molti sport diversi, dal calcio al basket, agli sport motoristici. Mi affascina l‟idea della competizione che gli atleti affrontano, che è prima di tutto una sfida a se stessi, ai propri limiti, piuttosto che agli avversari; mi piace, inoltre, lo spirito di gruppo che è necessario per vincere negli sport di squadra, laddove il singolo non può ottenere alcun risultato degno di nota senza ricevere e dare aiuto ai propri compagni. Sin da bambino, quindi, lo sport è stato presente ed importante nella mia vita; e proprio per questo mi sono sempre stupito di come, a volte, i tifosi possano comportarsi negli stadi, dando origine a durissimi scontri che spesso hanno portato a delle perdite gravi in termini di vite umane. Non riuscivo a capire perché un tifoso potesse agire così violentemente, dato che ho sempre considerato quello sportivo un contesto di gioia e di svago. L‟occasione, poi, che mi ha fatto decidere di dedicare il mio lavoro finale di tesi al tema del tifo violento è stata abbastanza casuale: verso la fine del mese di agosto del 2008, come tutti gli anni, ha avuto inizio il campionato di calcio e proprio alla prima giornata ci furono degli incidenti a Roma in occasione della partita Roma - Napoli, in cui dei tifosi napoletani sfasciarono un treno. In quel caso, oltre alla solita indignazione, provai anche una certa curiosità: mi chiedevo, infatti, perché delle persone comuni – tra l‟altro, mie concittadine e tifose della stessa squadra di cui anch‟io sono appassionato, quindi non molto distanti da me da un punto di vista socio-culturale – si comportassero in quel modo apparentemente folle e senza senso. Così, dato che in quello stesso periodo stavo riflettendo su quale argomento approfondire per la fine del mio Corso di Studi Triennale, decisi che quella curiosità (allo stesso tempo vecchia e nuova) sarebbe stata al centro della mia tesi. Dalle letture di articoli sul tema mi sono presto reso conto che questo fenomeno del tifo violento è molto più complesso di quanto sembri comunemente e di quanto ci venga rappresentato dai media, che ci diffondono l‟idea per cui si tratti di pochi scalmanati delinquenti che, in qualche modo, infestano gli stadi

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