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Il circuito del come se: Husserl, Merleau-Ponty e i neuroni specchio

Informazioni tesi

  Autore: Filomena Talento
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Salerno
  Facoltà: Filosofia
  Corso: Filosofia teoretica, morale, politica ed estetica
  Relatore: Gabriele Perrotti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 97

L’esigenza di comprendere il senso e il valore della ricerca filosofica oggi, la convinzione per cui la costruzione di un dialogo con le scienze rappresenti una felice seppur complessa strategia per ridare nuova luce a questo antico sapere, ma soprattutto l’idea che esista un’attualità senza tempo che alcuni pensatori hanno consegnato al patrimonio culturale dell’umanità, rappresentano solo alcune delle tante motivazioni che hanno reso possibile l’origine e l’evoluzione, spesso tormentata, del seguente lavoro. Raccogliendo la sfida lanciata dal neuroscienziato Vittorio Gallese, per il quale «la fenomenologia di Husserl, e in particolare quella di Merleau-Ponty hanno offerto il contributo più importante allo studio e all’avanzamento delle neuroscienze» , ho intrapreso un percorso volto alla comprensione e alla verifica di questa affermazione. Dopo una prima tappa legata allo studio della fenomenologia di Husserl e all’approfondimento della nozione di empatia, una seconda inerente allo studio dell’opera di Merleau-Ponty, il lavoro culmina nell’elaborazione di un confronto interdisciplinare volto ad evidenziare analogie e divergenze tra la fenomenologia di Husserl e Merleau-Ponty e i lavori dei neuroscienziati Damasio, Gallese, Rizzolatti, Fogassi e Fadiga su alcuni temi di comune interesse, quali la critica al dualismo cartesiano, l’analisi di alcune patologie, la nozione di empatia e la scoperta dei neuroni specchio.

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3 1. LA FENOMENOLOGIA DI EDMUND HUSSERL. All’inizio del ‘900 vari movimenti filosofico-culturali hanno evidenziato i limiti del positivismo, accusando questo movimento di eccessivo schematismo ed astrattismo oltre che di una forte estraneità rispetto alle problematiche più profondamente umanistiche. In effetti, dalla fondazione razionale di scienze come l'economia, la sociologia e la psicologia si stava ormai decisamente passando all'organizzazione tecnica dell'economia, della convivenza umana e del comportamento psicologico. Il passaggio dalla scienza alla tecnica, avvertito positivamente quando si trattava di ottenere il dominio della natura fisica e biologica da parte dell’uomo, fu progressivamente considerato come una minaccia, cioè come mezzo di dominio dell’uomo sull’altro uomo. Di qui l'esigenza di mettere in discussione il concetto di ragione scientifica, una ragione che per molti era incapace di cogliere l'originalità dell'esistenza umana nella sua individualità e libertà. Ne la crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Edmund Husserl riconduce questa crisi al fatto che tutte le scienze hanno voluto far trionfare una ragione tecnico-utilitaristica che ha condotto ad una riduzione dell'uomo a semplice oggetto tra oggetti 2 . A suo avviso, solo con la riscoperta della ragione 2 A tal proposito, E. HUSSERL scrive: «L’esclusività con cui, nella seconda metà del XIX secolo, la visione del mondo complessiva dell’uomo moderno accettò di venir determinata dalle scienze positive e con cui si lasciò abbagliare dalla prosperity che ne derivava, significò un allontanamento da quei problemi che sono decisivi per un’umanità autentica», in La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Il Saggiatore, Milano 2008, p. 37. Husserl si è interrogato a lungo sui motivi del disagio delle scienze specialistiche arrivando alla conclusione che le scienze specialistiche entrano in crisi quando perdono la loro finalità, cioè quando diventano troppo specialistiche. Già Max Weber agli inizi del 900 sosteneva che il problema degli specialismi nasce quando finisce l’hegelismo, dal momento che Hegel era convinto che la filosofia non fosse una scienza specialistica, bensì un sapere assoluto. Hegel, infatti, è l’ultimo grande filosofo della tradizione a pensare che sia possibile un sapere in senso assoluto. Con lui tramonta l’idea di una scienza universale capace di abbracciare tutto e gli ambiti delle scienze si moltiplicano. Ogni scienza viene separata dall’altra in modo tale da elaborare in maniera logica e coerente il suo contenuto senza occuparsi minimamente delle sue conseguenze. Il problema dello scienziato è quello di conoscere la sua scienza e se è possibile progredire ulteriormente nella sua materia. Che poi questo progredire sia utile o meno, questo alla scienza non interessa. Weber, inoltre, sostenendo la distinzione tra conoscenza dei mezzi e conoscenza dei fini, considerava la conoscenza scientifica come una conoscenza che elabora i mezzi per raggiungere un determinato fine, ma incapace di dire all’uomo qual è lo scopo da raggiungere. In che cosa credere? In che cosa sperare? Questo la scienza non ce lo dice. Per un ulteriore approfondimento sulla riflessione di M. WEBER intorno a questo tema si veda: La scienza come professione - La politica come professione, Mondadori, Milano 2006. Alla luce di questo contesto, a questo punto, è possibile comprendere meglio il senso della critica husserliana nei confronti delle scienze oggettive e, in modo particolare, l’accusa di mostrare la realtà senza attribuirgli un significato, di concentrarsi sul come e non sul perché. Rispetto a questo problema, infatti, anche Husserl scrive: «Nella miseria della nostra vita – si sente dire – questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei nostri tempi tormentati, si sente in balìa del destino; i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso. Questi problemi nella loro generalità e nella loro necessità, non esigono forse, per tutti gli

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