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Stato e mercato nella circolazione dei beni culturali

Informazioni tesi

  Autore: Federico Pontiroli
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2010-11
  Università: Libera Università di Lingue e Comunicazione (IULM)
  Facoltà: Arti, mercati e patrimoni della cultura
  Corso: Storia dell'arte
  Relatore: Giancarlo  Graziani
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 181

Lo studio della disciplina del patrimonio culturale, articolato nell’esame della sua evoluzione nel tempo, in quello delle sue connotazioni positive e del suo contesto internazionale, ha premesso di cogliere due aspetti fondamentali:
a) la configurazione, nel diritto nazionale, di uno statuto giuridico speciale dei beni culturali di proprietà privata, che devia dal modello di proprietà accolto dal codice civile sotto diversi profili, trasformando il proprietario privato di essi in un “funzionario” incaricato di assicurarne la protezione e la conservazione, secondo gli obiettivi fissati dall’amministrazione pubblica, vincolato a permetterne la pubblica visita qualora abbia fruito del concorso pubblico nelle opere di conservazione, idealmente pronto a valorizzarli, sempre secondo i dettami dell’amministrazione pubblica, nell’attesa che questa decida di acquisirne coattivamente la proprietà;
b) nel contesto internazionale e sovrannazionale, le Convenzioni in materia di protezione del patrimonio culturale e il diritto dell’Unione Europea danno la preminenza ad un’ispirazione nazionalista, espressione della volontà di molti Stati di limitare – o addirittura vietare – la circolazione internazionale dei beni culturali, a discapito di una vocazione internazionalista a mettere in comune il patrimonio culturale, ampliando le deroghe al principio di libertà degli scambi affermato dalle Convenzioni che hanno dato origine alla WTO e dai Trattati dell’UE.
La disciplina nazionale, in particolare, è stata poi riconsiderata sotto il profilo della sua efficienza economica, formulando l’ipotesi che l’accennato statuto giuridico della proprietà dei beni culturali fosse all’origine di una distruzione di ricchezza.
[...]Il quadro normativo deve tornare in considerazione, al suo massimo livello: l’art. 9 della Costituzione che, come si è visto, assegna alla Repubblica il duplice compito di promuovere lo sviluppo della cultura, inclusa la ricerca scientifica e tecnica, e di tutelare il patrimonio storico-artistico e paesaggistico della Nazione.
[...]Modificazioni dello statuto giuridico della proprietà privata dei beni culturali sarebbero, in linea di principio, possibili: né vi osterebbe l’affermazione, contenuta nel secondo comma dell’art. 42 della Costituzione, della funzione sociale della proprietà privata, perché essa non può svuotare la garanzia pure offerta dalla stessa disposizione.
[...]Ovviamente, l’attenzione qui rivolta a tale modello non ha la pretesa di suggerirne la semplice imitazione da parte del legislatore italiano, quando intendesse riformare la normativa di tutela: entrerebbero in gioco anche esigenze di armonia del sistema, che probabilmente richiederebbero appropriati adeguamenti. Pure, l’esistenza stessa di un modello diverso dimostra che gli obiettivi di tutela possono essere perseguiti imponendo minori restrizioni alla posizione dei privati ed evitando gravi distorsioni dei mercati.

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9 I – LA LEGISLAZIONE ITALIANA SUI BENI CULTURALI IN PROSPETTIVA DIACRONICA 1 – I precedenti remoti; 1.1 – Esperienze legislative dell’Età Moderna negli Stati preunitari; 1.2 - Il ritardo dell’unificazione legislativa in materia di cose d’arte e d’antichità rispetto all’unificazione nazionale; 1.3 - Caratteri fondamentali della legislazione sulle cose d’arte agli albori del secolo XX; 2 – La “legge Bottai”: finalità e caratteri generali; 2.1 – L’area protetta; 2.2 – La disciplina di tutela: in particolare, le disposizioni sulla conservazione, integrità e sicurezza; 2.3 (segue): le disposizioni sulle alienazioni e gli altri modi di trasmissione delle cose; 2.4 (segue): le disposizioni sull’esportazione e sull’importazione; 2.5 (segue): la disciplina dei ritrovamenti e delle scoperte; 2.6 – La disciplina delle riproduzioni e del godimento pubblico; 2.7 – La disciplina delle espropriazioni; 2.8 – Le altre disposizioni della l. n. 1089/1939; 2.9 – Alcune considerazioni generali sulla disciplina della “legge Bottai”; 3 – Il codice civile; 4 – La Costituzione repubblicana; 5 – La legislazione ordinaria della Repubblica fino al Codice dei beni culturali e ambientali; 5.1 (segue): in particolare, l’ordinamento dei beni culturali nel d. lg. n. 490/ 1999; 6 – Le origini del Codice dei beni culturali e ambientali. 1 – I precedenti remoti. Nelle trattazioni giuridiche in materia di cose d’arte o beni culturali, da intendersi provvisoriamente come sinonimi, non di rado si assume che sin da epoche antichissime l’esigenza di protezione sia stata avvertita dagli ordinamenti giuridici delle comunità politiche succedutosi sul territorio italiano. La «disciplina rudimentale» contenuta nella legge delle XII Tavole, che proibiva di rimuovere dagli edifici pubblici le statue e le colonne che li ornavano 12 avrebbe rappresentato l’antecedente più antico della legislazione introdotta da Giulio Cesare e poi sviluppata da molti imperatori, rivolta soprattutto ad assicurare il decoro dell’edilizia urbana; ad essa si sarebbe accompagnata la creazione di biblioteche e pinacoteche ad uso pubblico, mentre i giureconsulti edificavano l’istituto del legatum ad patriam, atto di destinazione all’uso o all’ornamento pubblico di un oggetto artistico da parte del suo dominus, che così si privava del potere di disporne diversamente 13 . La protezione dei beni artistici fu particolarmente a cuore al grande legislatore d’Oriente, Giustiniano. La caduta dell’Impero d’Occidente e la sua dissoluzione nei regni barbarici significarono un grave arretramento della civiltà: dapprima gli invasori, poi le fazioni locali si abbandonarono alla spogliazione dei monumenti antichi, proseguita nei secoli non solo in Italia, ma in gran parte dei territori dapprima soggetti a Roma. Eppure non 12 GRISOLIA, op. cit., p. 20. 13 GRISOLIA, op. cit., p. 22 ss. Cfr. anche NIVARRA, op. cit., p. 387.

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