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Antropologia dei disastri e del territorio: il caso aquilano

Informazioni tesi

  Autore: Andrea Minciaroni
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Teorie e Pratiche dell'Antropologia
  Relatore: Alessandro Simonicca
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 75

L’antropologia è una componente essenziale per lo studio e le ricerche sui disastri, analizzare antropologicamente un disastro, significa saper guardare oltre l’evento riuscire a cogliere elementi che sfuggono ad una prima analisi. Quando un disastro colpisce una comunità, non produce unicamente danni ingenti a cose e persone ma compromette tutte quelle certezze necessarie all’uomo per la sua sopravvivenza.

Ciò che mi propongo di esporre con questo elaborato scritto è un itinere che dimostri come l’applicazione degli studi antropologici ai disastri sia utile per un duplice scopo: da una parte dimostrare come un disastro non si configura unicamente come un agente esterno alla comunità, ma come un fenomeno sociale analizzabile da un punto di vista culturale per gli effetti che provoca sulle strutture sociali colpite; e dall’altra riuscire attraverso queste premesse, a definire delle nuove modalità di approccio nella ricostituzione dei territori colpiti, partendo dal presupposto che la rinascita di una comunità si delinea a partire dal legame che stabilisce con il proprio ambiente, che nel caso di un disastro naturale deve necessariamente essere riconfigurato tenendo conto delle pratiche e degli elementi culturali adottati nel corso del tempo.

La prima parte dell’elaborato è stata dedicata alla definizione del concetto di disastro, partendo dalle teorie formulate da Gianluca Ligi, uno dei pochi antropologi italiani chi si è occupato sistematicamente delle analisi sui disastri contrapponendo all’impostazione tecnocentrica che definisce un disastro unicamente in termine fisici, le nozioni socio antropologiche, che definiscono un disastro come un fenomeno che si caratterizza a partire dal grado di vulnerabilità che una comunità produce attraverso determinate pratiche culturali; vulnerabilità intesa come elemento in grado di amplificare o ridurre gli effetti di un disastro. Per una ridefinizione del concetto di disastro in una prospettiva marcatamente antropologica, ho preso in esame anche i lavori di Mary Douglas in riferimento alla teoria culturale del rischio, che illustra come la percezione e reazione al rischio siano elementi che si definiscono in base al gruppo sociale di appartenenza.

Partendo da queste premesse ho deciso di estendere le mie ricerche sul legame tra l’uomo e l’ambiente, prendendo spunto dai studi di Franco Lai e Nadia Breda sulle pratiche culturali che modificano un territorio connotandolo di elementi che strutturano l’identità di una determinata comunità. In questo senso ho analizzato il legame tra disastri e territorio, in riferimento al fatto che una possibile calamità naturale, distruggendo l’assetto morfologico di un territorio, provoca inevitabilmente degli effetti dannosi nel tessuto sociale delle comunità colpite frammentando le varie identità culturali attraverso l’interruzione di correlazioni di tipo economico, religioso, politico e affettivo, che legano l’uomo al proprio ambiente.

L’analisi antropologica dei disastri e del territorio mi ha aiutato nella stesura della seconda parte di questo elaborato, interamente dedicato al terremoto dell’Aquila del sei aprile duemilanove. Ho deciso di concentrare le mie analisi sul disastro aquilano prendendo in considerazione gli interventi di ricostruzione dei complessi abitativi e di riconfigurazione del tessuto territoriale lacerato dall’evento sismico; analizzando antropologicamente gli effetti degli interventi post-disastro. Il caso aquilano rappresenta un evento particolare nella storia dei terremoti italiani, per la prima volta tutti gli interventi di ricostruzione e riconfigurazione del territorio sono stati condotti senza tener conto dei criteri di regolamentazione legislativa in materia di riqualificazione urbana e senza sottostare a determinate procedure di sicurezza.

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2 INTRODUZIONE L’antropologia è una componente essenziale per lo studio e le ricerche sui disastri, analizzare antropologicamente un disastro, significa saper guardare oltre l’evento riuscire a cogliere elementi che sfuggono ad una prima analisi. Quando un disastro colpisce una comunità, non produce unicamente danni ingenti a cose e persone ma compromette tutte quelle certezze necessarie all’uomo per la sua sopravvivenza. Ciò che mi propongo di esporre con questo elaborato scritto è un itinere che dimostri come l’applicazione degli studi antropologici ai disastri sia utile per un duplice scopo: da una parte dimostrare come un disastro non si configura unicamente come un agente esterno alla comunità, ma come un fenomeno sociale analizzabile da un punto di vista culturale per gli effetti che provoca sulle strutture sociali colpite; e dall’altra riuscire attraverso queste premesse, a definire delle nuove modalità di approccio nella ricostituzione dei territori colpiti, partendo dal presupposto che la rinascita di una comunità si delinea a partire dal legame che stabilisce con il proprio ambiente, che nel caso di un disastro naturale deve necessariamente essere riconfigurato tenendo conto delle pratiche e degli elementi culturali adottati nel corso del tempo. La prima parte dell’elaborato è stata dedicata alla definizione del concetto di disastro, partendo dalle teorie formulate da Gianluca Ligi, uno dei pochi antropologi italiani chi si è occupato sistematicamente delle analisi sui disastri contrapponendo all’impostazione tecnocentrica che definisce un disastro unicamente in termine fisici, le nozioni socio antropologiche, che definiscono un disastro come un fenomeno che si caratterizza a partire dal grado di vulnerabilità che una comunità produce attraverso determinate pratiche culturali; vulnerabilità intesa come elemento in grado di amplificare o ridurre gli effetti di un disastro. Per una ridefinizione del concetto di disastro in una prospettiva marcatamente antropologica, ho preso in esame anche i lavori di Mary Douglas in riferimento alla teoria culturale del rischio, che illustra come la percezione e reazione al rischio siano elementi che si definiscono in base al gruppo sociale di appartenenza.

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