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Il Sacrificio di Diotima: un'Anima Bella nell'Iperione di Friedrich Hoelderlin

In troppi modi si è cercato di attribuire una definizione concreta all’attività del poetare.Cosa il Poeta nomini, fondi, sveli o chiami; perché lo faccia e in che modo: sono questioni, queste, di cui tale ricerca propone di intravedere l’ombra di una risposta.Ma la sagoma di un’ombra resta pur sempre sfuggente ed eterea: forse non c’è modo di darle materia; forse per noi comunissimi mortali è solo questo che, al massimo, può essere offerto.Ma c’è qualcuno a cui il superamento del confine è stato concesso: ma è stato un premio doloroso, la maschera beffarda di un tragico sacrificio.Friedrich Hölderlin e la sua tragica esperienza ci offrono l’aiuto più prezioso rispetto a questa questione: saranno anche altre le personalità chiamate in causa; ma è il Poeta ad essere protagonista, basso continuo dell’incerta melodia di cui cerchiamo di identificare le note, seppur consapevoli del certo fallimento.Forse, tra tutti gli studiosi che si sono occupati di Hölderlin, è stato Martin Heidegger che ne ha più fortemente sperimentato il sentimento: il filosofo, folgorato dall’incontro con la Poesia del Poeta, ha pensato di aver finalmente scovato ciò per cui da sempre, fino a quel momento e nella maniera sbagliata, l’intero suo pensiero aveva ansimato.Ne derivò la cosiddetta svolta di pensiero, segnata dall’uscita della Lettera sull’Umanismo: è nella parola−certo non quella del mero linguaggio comunicativo−che l’essere può scoprirsi celato e, solo nel giusto attimo, essere presagito.È lo stesso Hölderlin a parlare di fondamento nel suo Andenken: è l’immagine di una Poesia capace di costituire il fondamento di ciò che permane, di ciò che appartiene all’essere, di ciò che è verità.Ed è proprio appartenere la parola chiave: la Parola della Poesia, dice Heidegger, appartiene all’essere che, con la bocca del Poeta, trova voce semplicemente.Il linguaggio diviene così, la casa dell’essere.Il fondamento è costituito dall’atto stesso del rammemorare: il Poeta, dopo aver tragicamente conosciuto e subìto il prosciugamento della sua soggettività, deve necessariamente allontanarsi dal divino oggetto della sua conoscenza: solo separandosi da esso potrà, nel ricordo dell’incontro, chiamare da lontano la verità di cui ha goduto e che adesso deve poter desiderare.Ma, come detto, i dolori a cui il Poeta è sottoposto consistono nell’annullamento di se stesso e nella rinuncia della sacra verità anche solo per un attimo conquistata.Lo sforzo del Poeta, il suo sacrificio, consiste nel conquistare, per sé e il suo popolo, quello spazio originario in cui, essere e ente, universale e particolare, si trovavano in un’unica, armoniosa e stabile unità: il linguaggio poetico è quello spazio.Ma l’unità dapprima si presenta fuggevolmente: come un sentimento universale che si accende ad intermittenza l’essere prende parola in isolati attimi precari: Come al giorno di festa ce ne offre l’immagine.La fine di ognuno di questi sacri istanti alimenta l’amore e la tensione verso il Divino di cui si è fatta esperienza: Hölderlin, nella sua affannosa ricerca della patria dialetticamente ottenuta e subito riperduta, trovò sollievo nell’immagine di una Grecia che lo accolse in quanto fonte di pura, antica ed eterna Bellezza.Il viaggio di Iperione, in questo senso, si fa metafora della peregrinazione sofferta dal Poeta, scelto ma, per necessità, subito abbandonato.L’esistenza di Hölderlin si imbatté in quella che senza dubbio deve essere considerata la più emblematica ed enigmatica esperienza del Poeta: la lunga ed inquietante follia.Interpreteremo la follia di Hölderlin come la perdita di identità: la separazione, il contrasto tra soggetto e oggetto, l’accoglienza subito seguita dall’abbandono, sono dolori da cui il Poeta fu, allora, finalmente assolto.Il dialettico tormento si vide concluso; in termini heideggeriani: l’essere aveva finalmente e definitivamente accolto il Poeta in patria.Da questa totalizzante ed unificante esperienza si innalza una casa in cui si parla il linguaggio proprio dell’essere: quello che si esprime, soprattutto, nelle ultime poesie della follia.Ma prima di rivolgersi all’esperienza esistenziale del Poeta, ci sono state due stazioni presso cui il nostro treno non ha proprio potuto evitare di fermarsi: Diotima ed Empedocle, le cui Bellezze riflettono, ancora secondo il nostro pensiero, la luce del padre Poeta che, sempre più accecante, finì per tramutarsi nella più profonda e vera oscurità.Diotima, è stata certamente il primo e più importante punto di riferimento.Proprio come il Poeta giunge nello spazio originario in cui universale ed individuale si trovano a colloquiare semplicemente ed armoniosamente, Diotima si presenta come testimonianza di quello spazio antico e unitario nel nostro tempo moderno e frammentario: figlia della divina Natura, anima in cui soggettivo ed oggettivo si presentano sotto forma di un amalgama perfetto, Diotima offre ad Iperione la speranza di vivere in quello spazio sacro.

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INTRODUZIONE … ciò che resta lo fondano i poeti Il poeta nomina gli dèi e nomina tutte le cose in ciò che esse sono. Questo nominare non consiste nel fatto che qualcosa di già noto prima verrebbe soltanto provvisto di un nome, ma, invece, quando il poeta dice la parola essenziale, l’ente riceve solo allora, attraverso questo nominare, la nomina a essere ciò che è. Così viene conosciuto in quanto ente. La poesia è istituzione in parola (worthaft) dell’essere. 1 Nominare, fondare, svelare, chiamare: in troppi modi si è cercato di attribuire una definizione concreta all’attività del poetare. Cosa il Poeta nomini, fondi, sveli o chiami; perché lo faccia e in che modo: sono questioni, queste, di cui tale ricerca, con l’aiuto di una passione che ne ha favorito una forse troppo alta aspirazione, propone di intravedere l’ombra di una risposta. Ma la sagoma di un’ombra resta pur sempre sfuggente ed eterea: forse non c’è modo di darle materia; forse per noi comunissimi mortali è solo questo che, al massimo, può essere offerto. Ma qualcuno c’è − o perlomeno c’è stato − a cui il superamento del confine è stato concesso: ma è stato un premio doloroso, la maschera beffarda di un tragico sacrificio. Friedrich Hölderlin (1770-1843) e la sua tragica esperienza − privata oltre che artistica – ci offrono, pensiamo, l’aiuto più prezioso rispetto a questa questione: saranno anche altre le personalità chiamate in causa; ma è il Poeta ad essere protagonista, basso continuo dell’incerta melodia di cui cerchiamo di identificare le note, seppur consapevoli del certo fallimento. Forse, tra tutti gli studiosi che si sono occupati di Hölderlin, è stato Martin Heidegger (1889-1976) che ne ha più fortemente sperimentato il sentimento: il filosofo, folgorato dall’incontro con la Poesia del Poeta, ha pensato di aver finalmente scovato ciò per cui da sempre, fino a quel momento e nella maniera sbagliata (questa la conclusione a cui lui stesso finì per giungere) l’intero suo pensiero aveva ansimato. Ne derivò la cosiddetta svolta di pensiero, segnata dall’uscita della Lettera sull’Umanismo (1947): è nella parola − certo non quella del mero linguaggio comunicativo − che l’essere può scoprirsi celato e, solo nel giusto attimo, essere presagito. Ma grazie a chi? A chi appartiene questa parola e come possiamo sentirla? 1 M. Heidegger, La poesia di Hölderlin, Milano, Adelphi 1988, p. 50.

Laurea liv.I

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Lorena Jessica Alfieri Contatta »

Composta da 52 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.