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Riabilitare attraverso il lavoro. Un'organizzazione dei Servizi di Inserimento Lavorativo per pazienti psichiatrici nel Comune di Genova: il ''Programma BUS''

Informazioni tesi

  Autore: Irene Parmentola
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli studi di Genova
  Facoltà: Medicina e Chirurgia - Scienza della Formazione
  Corso: Educazione Professionale
  Relatore: Tullio Bandini
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 92

Nella seconda metà dell’ottocento non si parlava di “schizofrenia”, bensì di “demenza precoce”. L’accento non era posto sulla struttura del disturbo mentale, ma sul suo decorso. “Demenza” significa ancor oggi decadimento mentale, e “precoce” indicava che avveniva, per così dire stranamente, in età precoce. Ciò corrispondeva all’osservazione clinica: i malati, che oggi vengono definiti schizofrenici, andavano realmente incontro al decadimento mentale all’interno dei manicomi dove trascorrevano la maggior parte della loro vita, senza che fosse possibile stabilire (e allora poco interessava) quanto dipendesse dall’internamento istituzionale e quanto dalla stessa malattia di cui soffrivano. Su questo punto sono note, un “secolo” dopo, le critiche di Basaglia e colleghi, che hanno avviato, dagli anni ’60 in poi, la fine dei manicomi (cfr. F. Basaglia, 1968, 1971). Nel 1911 uno psichiatra di Zurigo, Eugen Bleuler, sulla scorta e sotto l’influenza della fenomenologia di Karl Jaspers, sposta l’accento dal decorso della malattia alla sua struttura e conia il termine “schizofrenia”, cioè “mente spezzata” o “mente dissociata”(cfr. E. Bleuler,1911). Diviene così centrale la descrizione del disturbo (lo stato di dissociazione) e non il suo progredire (paradossalmente il regredire verso lo stato di demenza). L’ottica da longitudinale si trasforma in trasversale e l’attenzione si focalizza sull’osservazione (fenomeno) e sulla comprensione (comprensibilità di Jaspers) della malattia. Per arrivare a tutto questo è stato però necessario attraversare il positivismo, lo sviluppo della mentalità scientifica, la nascita della psicoanalisi: per così dire da Lombroso (cfr. C. Lombroso, 1893) alla psichiatria moderna.
Per chiudere il cerchio della lettura metaforica proposta poco sopra, si passa dalla “custodia” del “matto” (che include una possibile azione patogenetica) allo studio del manifestarsi della follia e al tentativo di “comprenderla” (che prospetta una possibile azione riabilitativo-curativa). Non a caso custodire significa spesso rinchiudere e comprendere sta anche per prendersi dentro.
Il percorso di riabilitazione è la ricostruzione della piena cittadinanza del paziente psichiatrico, cioè la restituzione dei suoi diritti formali e sostanziali, affettivi, relazionali, materiali (cfr. B. Saraceno, 1995). E’ quindi un percorso lungo e complesso che parte innanzitutto dal riconoscimento di questi diritti per poi giungerne all’acquisizione. Il punto focale di questo percorso è la qualità della vita del paziente ed è fondamentale che gli interventi siano concentrati sulle sue abilità piuttosto che sulle disabilità, per poter costruire un percorso individualizzato che stimoli e potenzi le capacità e i desideri della persona.

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2 1 PREMESSE STORICHE 1.1 Mutamenti nell’intervento a favore delle persone con disagio psichico (dall’ottica custodialistica a quella riabilitativa e di inclusione sociale) Nel corso dell’ultimo secolo e mezzo molti cambiamenti sono occorsi nella “mentalità” di chi, in qualche maniera e in qualsiasi ruolo, abbia dovuto occuparsi dell’assistenza al paziente psichiatrico e, più in generale, di interventi a favore del portatore di disagio psichico. Un’analisi attendibile può solamente derivare dalla considerazione di alcuni fattori: a) i mutamenti storico-sociali; b) l’evoluzione della scienza ed in particolare della farmacologia; c) l’oscillazione degli orientamenti culturali; d) l’affermarsi di alcune posizioni ideologiche; e) l’importanza crescente delle valutazioni economiche, con il conseguente sviluppo dell’aziendalizzazione delle strutture sanitarie. a) Mutamenti storico-sociali: nei secoli precedenti il “folle”, quando non escluso a priori da una visione del deviante di tipo magico-religioso (si veda, per esempio, la demonologia), è stato considerato soprattutto un “disturbo” da rimuovere (più che un disturbato da curare): pertanto un “elemento” da allontanare dal contesto sociale (più che una persona) e da rinchiudere in apposite istituzioni (i manicomi), la storia delle quali sembra tragicamente coincidere con la sofferenza

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