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La capacità di intendere e di volere ai fini della responsabilità penale. Ruolo della perizia

La tesi si fonda sul concetto di imputabilità quale definito dalla sentenza della Corte di Cassazione SU n. 9163/2005. Mette in evidenza i disturbi di personalità gravi nel senso voluto dalla Cassazione e si riferisce alla Organizzazione Borderline di Personalità di Kernberg di basso livello. Esamina i principali disturbi di personalità e quelli schizofrenici; pone in rilievo i casi di esclusione di responsabilità penale sulla base del vizio di mente,la pericolosità sociale e la capacità di stare in giudizio. Esamina il modo di redigere una perizia nell'ambito di una consulenza tecnica di parte o nel ruolo di CTU affidato dal Giudice.

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INTRODUZIONE A partire dagli anni sessanta del secolo scorso si è sviluppato sul tema dell'imputabilità un acceso dibattito scientifico alimentato dalla mancanza di parametri scientifici univoci sulle nozioni di infermità psichica e di capacità di intendere e di volere. I contrasti interpretativi discendono dalle posizioni estremamente diversificate che la psichiatria forense nostrana ha assunto sul tema dell'imputabilità, i quali traggono origine a loro volta dai contrasti esistenti all'interno di questa disciplina scientifica in ordine al suo apporto al processo penale. In un loro studio sulla valutazione clinica dell'imputabilità, negli anni ottanta, Tullio Bandini e Uberto Gatti (1982) commentavano il dibattito interno alla psichiatria forense su questo tema affermando che in quel momento storico si era giunti ad una situazione di contrasto che vedeva contemporaneamente presenti da un lato la richiesta di estendere l'intervento psicologico e psichiatrico all'interno del processo penale, attraverso la sistematica utilizzazione della cosiddetta “perizia criminologica”, e dall'altro lato la richiesta di limitare o addirittura escludere l'intervento della psichiatria nel sistema giudiziario penale, fino a considerare sempre imputabili i rei affetti da patologia mentale. A fronte di questa oramai trentennale incertezza interpretativa si inseriva, a metà di questo decennio, in maniera risolutiva la Suprema Corte di Cassazione, intervenendo con una pronuncia a Sezioni Unite con la quale la nozione di imputabilità veniva definitivamente rivisitata. Le Sezioni Unite, in particolare, intervenivano per stabilire se, ai fini del riconoscimento del vizio totale o parziale di mente, rientrassero nel concetto di infermità psichica i gravi disturbi di personalità tradizionalmente inquadrati nell'ambito delle anomalie psichiche riconducibili all'art. 90 del codice penale. Con il loro intervento le Sezioni Unite (Cass. 9163/2005) risolvevano la questione affermando il principio secondo cui i gravi disturbi di personalità sono ascrivibili al novero delle infermità psichiche e possono dar luogo al vizio di mente previsto dall'art. 88 del codice penale a condizione che siano di gravità ed intensità tale da incidere sulla capacità di intendere e di volere dell'agente e sussista un nesso eziologico tra il disturbo mentale e la condotta delittuosa. Per raggiungere tali conclusioni le Sezioni Unite rivisitavano la nozione di imputabilità, inquadrandola nell'ambito della capacità penale e adeguandola alle più recenti acquisizioni scientifiche della psichiatria forense. In questo modo si giungeva a definire l'infermità psichica come una condizione di disagio mentale di consistenza tale da escludere o ridurre consistentemente la capacità di intendere e di volere del soggetto autore di reato. In questa prospettiva interpretativa non è, dunque, tanto la condizione di infermità psichica dell'agente a rilevare sul piano dell'accertamento processuale della capacità di intendere e di volere, quanto il suo disagio mentale, la cui consistenza deve essere tale da incidere negativamente sulla sua capacità di autodeterminarsi liberamente in rapporto al singolo evento delittuoso. In questo modo si recupera la concezione dell'imputabilità in senso relativo affermatasi in seno alla psichiatria forense nel corso degli anni settanta del secolo scorso, secondo cui tale condizione soggettiva dell'agente non deve essere valutata come generica attitudine a rispondere di un reato, ma come capacità rapportabile al singolo evento delittuoso esaminato. (Canepa , 1974). Queste premesse appaiono necessarie per illustrare il modo in cui si procederà nella elaborazione di questo lavoro. Con il primo capitolo verranno affrontati i temi generali relativi alla responsabilità penale e quindi alla capacità di discernimento e di libera autodeterminazione dell'autore del reato. In particolare si prenderanno le mosse dalla distinzione che il nostro Ordinamento opera tra la responsabilità e l'imputabilità, previa una breve disamina storica relativa ai principi normativi . Si affronteranno i temi distinti della capacità di intendere e di volere, approfondendo le relative nozioni secondo le quali la prima è l'attitudine del soggetto a conoscere la realtà esterna, ciò che si svolge intorno a lui, e a cogliere il valore sociale positivo o negativo dei propri atti e presuppone 3

Tesi di Laurea Magistrale

Facoltà: Scienze della Formazione

Autore: Sergio Rossi Contatta »

Composta da 106 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.