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Nuove forme di fact checking. Verificare le notizie nell'epoca del web 2.0

[Dall'Introduzione alla Tesi]
L’importanza data alla precisione è ciò che accomuna la professione del giornalista a quelle dello scienziato, del medico o del comandante di aerei. Certo, una distrazione in cabina di pilotaggio o durante un esperimento chimico possono comportare danni indubbiamente maggiori di un refuso o di un’imprecisione finita in stampa. Ma anche questi possono costare cari. Ogni svista, è stato dimostrato, è come un granello di credibilità e di fiducia perso da una testata e automaticamente un granello di credibilità e di fiducia perso dall’informazione intera. Senza contare poi conseguenze più materiali, come il costo di un ritiro in fretta e furia di copie malfatte e ormai distribuite; o il peso economico di difendersi in tribunale di fronte a una denuncia per diffamazione che molto probabilmente si perderà, se l’ingiuria è figlia di un errore. Tutti elementi che furono presi in considerazione da riviste come Time o The New Yorker sin dal momento della loro nascita negli anni venti del Novecento, al punto di convincerle a mettere in piedi un reparto di fact checking, dedito – già dal nome –
esclusivamente alla verifica dei fatti. Il passare degli anni e l’aggravarsi della salute economica del settore dell’editoria hanno fatto sì che i fact checkers fossero tra le prime figure a essere ricollocate all’interno delle redazioni. O almeno, come è ovvio, all’interno di quei rari casi di redazioni che in passato avevano investito nell’importanza dell’accuratezza e della verifica: in molti paesi – tra cui l’Italia – il fact checking è infatti rimasta una pratica perlopiù esotica e costosa, ridotta a poche righe in qualche manuale di giornalismo particolarmente attento alle tendenze editoriali d’oltreoceano. Anche la tecnologia però ha contribuito alla sostituzione di queste figure redazionali....

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4 Introduzione L’importanza data alla precisione è ciò che accomuna – o dovrebbe accomunare – la professione del giornalista a quelle dello scienziato, del medico o del comandante di aerei. Certo, una distrazione in cabina di pilotaggio o durante un esperimento chimico possono comportare danni indubbiamente maggiori di un refuso o di un’imprecisione finita in stampa. Ma anche questi possono costare cari. Ogni svista, è stato dimostrato, è come un granello di credibilità e di fiducia perso da una testata e automaticamente un granello di credibilità e di fiducia perso dall’informazione intera, fondamento della libertà e delle democrazie. Senza contare poi gli aspetti più concreti agli occhi degli editori, come il costo di un ritiro in fretta e furia di copie malfatte e ormai distribuite; o il peso economico di difendersi in tribunale di fronte a una denuncia per diffamazione che molto probabilmente si perderà, se l’ingiuria è figlia di un errore. Tutti elementi che furono presi in considerazione da riviste come Time o The New Yorker sin dal momento della loro nascita negli anni venti del Novecento, al punto di convincerle a mettere in piedi un reparto di fact checking, dedito – già dal nome – esclusivamente alla verifica dei fatti. Il passare degli anni e l’aggravarsi della salute economica del settore dell’editoria hanno fatto sì che i fact checkers fossero tra le prime figure a essere ricollocate all’interno delle redazioni. O almeno, come è ovvio, all’interno di quei rari casi di redazioni che in passato avevano investito nell’importanza dell’accuratezza e della verifica: in molti paesi – tra cui l’Italia – il fact checking è infatti rimasta una pratica perlopiù esotica e costosa, ridotta a poche righe in qualche manuale di giornalismo particolarmente attento alle tendenze editoriali d’oltreoceano. Anche la tecnologia però ha contribuito alla sostituzione di queste figure redazionali. Il progressivo accorciamento dei tempi delle notizie è andato

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Lettere e Filosofia

Autore: Elisa Gianni Contatta »

Composta da 181 pagine.

 

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