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La corruzione tra privati

Il lavoro di tesi ha avuto ad oggetto la corruzione nel settore privato. Ha preso le mosse dalle istanze dottrinali e sovranazionali (su tutte la Convenzione OCSE del 1997, l’Azione Comune del 1998 e la Decisione Quadro del 2003), è proseguito attraverso l’analisi strutturale dell’art. 2635 c.c. (“infedeltà patrimoniale a seguito di dazione o promessa di utilità”), si è a lungo soffermato sull’oggettività giuridica tutelata nei delitti di corruzione nel settore privato, esaminando soprattutto gli strumenti extrapenali di contrasto al fenomeno (codici etici e stakeholder engagement) e si è concluso con la disamina delle più recenti innovazioni normative in tema di corruzione (in particolar modo il recente decreto “Anticorruzione” convertito in legge il 06/11/2012, l. 190).

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1 PREMESSA Se si apre il dizionario della lingua italiana alla parola “corruzione”, la ricerca restituirà significati lessicali come “stato di decadimento morale”, “depravazione”, “pervertimento”; alla voce “corrompere” si trovano significati come “alterare”, “guastare”, “contaminare”, “viziare”, “inquinare”, “deviare o tralignare dalla retta via”: cercare le diverse declinazioni della radice non condurrà ad ottenere risultati dissimili, tant’è che il campo semantico farà sempre riferimento a un denominatore comune che allude a una disonestà consistente nel fare qualcosa contraria al proprio dovere per guadagno, tornaconto, o altro. Anche un’indagine etimologica testimonia come la parola “corruzione” derivi dal termine latino “corruptio”: non manca chi fa risalire il significato di questa parola all’unione dei due termini “cor” e “ruptus”, la cui traduzione letterale è “cuore infranto, rotto”. L’immagine, così suggerita, richiama alla mente una crepa, una rottura rispetto all'integrità richiesta da un ruolo, un cedimento all’avidità, un tradimento egoista che infrange un patto di fiducia. Senza voler sconfinare in un territorio assai vasto, che esulerebbe dai temi della presente trattazione, nella cultura giuridica nostrana il fenomeno corruttivo è sempre stato concepito e raffigurato prevalentemente, se non esclusivamente, nell’ambito dei pubblici poteri, a maggior ragione dopo il caso “Tangentopoli”, assurto agli onori delle cronache nel 1992. In tal senso, anche il codice penale disciplina i reati di corruzione nel titolo dedicato ai reati contro la Pubblica Amministrazione. Ed infatti, per molti risulta quasi automatico il collegamento tra la “corruzione” – intesa, stavolta, in senso tecnico-normativo – e le figure del pubblico ufficiale o dell’incaricato di pubblico servizio. Prova ne sia il fatto che il codice penale prevede, al momento, soltanto la corruzione dei pubblici agenti. Il presente lavoro, scevro tanto da aspirazioni di completezza, quanto da pretese risolutorie, si ripromette di analizzare quella che costituisce “l’altra faccia della stessa medaglia”: sempre di corruzione si tratterà, ma delle condotte poste in essere, stavolta, non nell’ambito della Pubblica Amministrazione e non dai pubblici ufficiali e dagli incaricati di pubblico servizio, bensì in ambito privato, dai soggetti operanti nel mondo economico-imprenditoriale. Naturalmente, il perimetro d’indagine, così circoscritto, sconta le peculiarità della materia cui afferisce (il diritto penale dell’economia) e molte considerazioni in tema di corruzione c.d. pubblica (soprattutto quelle che includono

Tesi di Laurea

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Renato Marini Contatta »

Composta da 141 pagine.

 

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Consultata integralmente 6 volte.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.