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Spesa militare: primato a ''stelle e strisce''

Informazioni tesi

  Autore: Francesco Fumaio
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2008-09
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze aeronautiche
  Relatore: Marco Musella
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 145

Le restrizioni economiche non sono che uno dei fattori determinanti la quantità di stanziamenti che ogni Stato destina alle spese militari e all’importazione di armamenti. Le aspirazioni politiche, l’influenza delle grandi potenze, le tensioni ed i conflitti internazionali, la percezione di minacce esterne, l’instabilità interna e i fenomeni naturali hanno continuato ad avere un peso rilevante sulle decisioni di spesa.
Le spese militari hanno continuato ad aumentare e sono di gran lunga le più elevate in Europa e nell’America settentrionale, zone del mondo in cui si trovano i paesi più industrializzati e tecnologicamente avanzati. L’esaurimento delle risorse finanziarie ha un effetto quasi immediato sia sulle spese pubbliche complessive sia su quelle militari, che sono un ramo di quelle appunto pubbliche. Un paese, membro di un’alleanza militare, eccezion fatta per le due superpotenze, destina in media dal 3 al 4 % del suo PIL alle spese militari, mentre un paese neutrale il 2 %, in media. Tra i paesi in via di sviluppo, gli investimenti militari possono variare tra lo zero e in casi eccezionali, il 25 % del PIL.
La percentuale è vicina allo zero nei paesi più poveri, ai quali manca del tutto la possibilità economica di accrescere la loro potenza militare, mentre è già più elevata nei paesi semi industrializzati, che cominciano a dotarsi di un’industria degli armamenti, e maggiore ancora nei paesi impegnati in qualche conflitto, in costante contatto con gli armamenti più disparati.
Nelle pagine che seguono si vuole mettere in evidenza come alcune categorie di analisi prospettate dalla teoria keynesiana possono essere di grande utilità per comprendere le ragioni che sono alla base delle ingenti somme di denaro che gran parte degli stati del mondo dedica all’apparato militare, in tutte le sue sfaccettature. Ciò dimostra che lo studio teorico non è fine a se stesso, ma la teoria appunto viene costantemente applicata alla realtà: basti pensare al “New Deal” di Roosevelt, nel lontano periodo
della grande crisi del ‘29. Da quando Keynes ha pubblicato la sua opera più importante, “La Teoria Generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta”, abbiamo imparato che i sistemi capitalistici possono assestarsi su equilibri di sottoccupazione e che la spesa pubblica, quindi anche la spesa per armamenti, è uno strumento efficace per mettere in moto il processo produttivo e generare aumenti del reddito nazionale e dell’occupazione.
Il commercio di armi è un fenomeno di dimensioni assai consistente e si svolge, quasi sempre, secondo una direzione ben precisa: i sistemi d’arma prodotti nel nord del mondo vengono acquistati da paesi del sud le cui economie versano molto spesso in situazioni difficili, se non in alcuni casi disastrose.
È ovvio allora, che alla domanda “quale effetto ha il commercio internazionale di armi sui livelli di produzione e di occupazione?” si devono dare due risposte diverse, a seconda che si guardi la questione dalla prospettiva dei Paesi del Nord del mondo (esportatori di armamenti), o da quella dei Paesi del Sud (importatori di armamenti): i
Paesi avanzati, come insegna la teoria keynesiana elementare, vedono così aggiungersi un flusso di spesa che integra la domanda interna di beni e servizi e contribuisce a tenere alto il prodotto interno lordo e ad elevare i livelli di occupazione. Un altro effetto benefico per le economie del nord è il miglioramento dei conti con l’estero: esportare più armi significa spostare l’ago della bilancia delle partite correnti a proprio vantaggio e alleviare il vincolo esterno dell’economia, evitando, o mitigando, la necessità di ricorrere ad interventi di politica economica restrittivi volti
ad equilibrare i conti con l’estero. Ma questo, come vedremo più avanti, molto spesso non è sufficiente ad evitare bilanci in negativo.
Nella tesi che segue si esaminerà con accuratezze la situazione in cui versa gli Stati Uniti, paese tra i più industrializzati al mondo e che dedica ingenti somme alla spesa militare. Rapporti e confronti con il passato serviranno a dimostrare come questa spesa viene influenzata dalle vicende internazionali, e come si evolve durante la storia.
Come si evince da alcuni grafici appositamente inseriti, a partire dalla Guerra Fredda ad oggi le spese militari che il Pentagono ha approvato sono andate sempre crescendo, fino a raggiungere allo stato attuale cifre che fanno rabbrividire.

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Capitolo I La Teoria Generale di Keynes e il suo pensiero 14 1.1 Introduzione al pensiero generale di Keynes Keynes non concepiva l’economia come una scienza pura slegata dalle vicende economiche e dalle questioni politiche; era un economista illuminista. Egli credeva limitatamente nel mercato e molto nel ruolo dello stato, la cui azione era necessaria per sconfiggere le distorsioni del sistema economico e per superare le crisi che colpivano le società capitalistiche. L’opera per la quale Keynes divenne il piø famoso e influente economista del suo secolo, fu “La teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta” 1 , che è stata il centro e ha dato vita a quella che fu chiamata rivoluzione keynesiana. Essa sancì la fine della teoria neoclassica e in particolare delle capacità del mercato di autoregolamentarsi e di trovare al suo interno le forze per arrivare alla piena occupazione. 1 Nel primo, breve capitolo della sua opera, Keynes spiega i motivi che lo hanno spinto ad intitolarla Teoria generale. Ciò che, secondo l’economista di Cambridge, differenzia la sua analisi della macroeconomia da quella fino ad allora prevalente (che egli definisce economia classica), sta nel considerare quanto sostenuto dai suoi predecessori come valido solo in un caso particolare, un equilibrio non sempre verificato nella realtà. La sua teoria, invece, è generale.

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