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Introduzione alla valutazione del rischio di credito: il ruolo dell'informazione

Il rischio di credito (o di default) è sempre stato una delle maggiori preoccupazioni per banche ed altri intermediari finanziari ed è, in sostanza, la ragione per cui ogni agente stipula un contratto finanziario scritto per sancire una transazione concordata. Al contrario, i modelli e le tecniche sviluppate per affrontare questa problematica sono molto recenti e presentano pertanto un enorme potenziale. Il forte interesse riscosso dalle diverse modellizzazioni del rischio di credito è sicuramente legato all’efficienza predittiva di questi modelli; infatti, essere in grado di ottenere delle stime accurate sulla probabilità di default di un debitore comporta un indubbio vantaggio in termini di gestione del rischio e di capacità di individuare investimenti favorevoli. L’obiettivo del seguente lavoro di tesi è presentare due importanti categorie di modelli per la valutazione del rischio di credito: i modelli strutturali ed i modelli in forma ridotta.

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1 Introduzione La crisi finanziaria scoppiata nella seconda metà del 2007 negli USA ha rivelato la criticità dei problemi legati alla mancanza di una regolamentazione efficace e di tecniche di risk-management appropriate nei mercati finanziari globali. I mercati dei derivati OTC (over-the-counter) sono cresciuti esponenzialmente negli ultimi anni, ma sono rimasti in larga parte non regolati, con la conseguenza che enormi rischi in questi mercati sono passati insosservati agli occhi sia dei regolatori che degli operatori di mercato. Il fallimento della Lehman Brothers (2008) ed il salvataggio (che ha contribuito a creare l’espressione “too big to fail”) del “colosso” delle assicurazioni AIG hanno messo in luce l’assoluta incapacità dei mercati finanziari di autoregolamentarsi. La forte integrazione ed interconnessione dei mercati hanno fatto sì che la crisi finanziaria si espandesse, in particolar modo in Europa che, a causa della sua errata (secondo il pensiero di chi scrive) costruzione istituzionale, ha fatto da “cassa di risonanza” ad una crisi che da finanziaria si è trasformata in una crisi dei debiti sovrani, il cui emblema è la Grecia. La figura 1 mostra i CDS (Credit Default Swap) 1 spreads relativi a: Francia, Germania, Italia, Giappone, Olanda, Portogallo, Spagna, UK e USA. Essi sono una valida alternativa per estrapolare le probabilità di default che i mercati assegnano ai singoli paesi rispetto ai classici spreads calcolati come differenza di rendimento tra un bond governativo ed un 1 Un CDS è un contratto bilaterale nel quale una parte (protection buyer) paga un premio (CDS spread) all’altra (protection seller) in cambio di un eventuale pagamento al verificarsi di un credit event su un determinato soggetto terzo (reference entity). Il CDS spread è quotato in punti base (1b.p.= 0.01%) ed in genere viene pagato trimestralmente. L’espressione credit event si riferisce sia a eventi che esprimono un deterioramento del merito creditizio, sia all’instaurazione di procedure concorsuali (e quindi al default). Nel 2007, secondo il BIS Triennal Surveys, il mercato dei CDS rappresentava l’88% dei derivati creditizi scambiati sul mercato OTC. Ovviamente un CDS può essere utilizzato a scopi assicurativi ma soprattutto speculativi, ed è proprio questo secondo utilizzo che ha contribuito notevolmente allo scoppio della bolla dei mutui subprime.

Laurea liv.I

Facoltà: Economia

Autore: Danny Cilli Contatta »

Composta da 77 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.