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La mossa del cavallo. Israele e la strategia delle alleanze periferiche

Nel settembre del 2012, nelle fasi finali del suo discorso tenuto di fronte all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu mostrò ai delegati presenti in sala un diagramma raffigurante una bomba stilizzata, suddivisa in tre parti ciascuna delle quali rappresentava un grado di avanzamento nella costruzione di una bomba nucleare. Netanyahu ammonì i presenti del serio rischio che tutto il mondo correva per l'approssimarsi dell'Iran al suo scopo di fabbricarsi un ordigno atomico autonomamente.
Questa è l'immagine piuttosto emblematica dei vivaci rapporti che caratterizzano Israele e Iran da oltre vent'anni, ovvero fino a dove la memoria personale dei giovani della mia età si può spingere. In poche parole: scontro,mancanza di dialogo, minacce più o meno velate di attacchi e guerre preventive.
Nel gennaio del 2009, nel corso di un pubblico dibattito tenuto nella cornice del World Economic Forum di Davos, il primo ministro turco Recep Tayyip Erdoğan prende la parola e, in lingua turca, si scaglia contro il presidente israeliano Shimon Peres denunciando i “crimini contro l'umanità” compiuti da parte israeliana nella striscia di Gaza durante l'operazione denominata “Piombo Fuso”, da poco conclusasi. L'acceso intervento di Erdoğan ben descrive il clima tra la Turchia e lo Stato di Israele, molto teso da anni e segnato nel 2010 dal tragico episodio della Mavi Marmara.
Per quanto emblematici ed esplicativi della situazione delle attuali relazioni con Israele di Iran e Turchia, i due esempi sopra riportati mancano di sottolineare e rievocare decenni di cooperazione strategico-militare e financo economico-commerciale tra i tre Paesi in questione. Proprio Iran e Turchia, infatti, hanno a lungo rappresentato due vertici di un triangolo di alleanze le cui basi sono state gettate fin dal primo decennio di vita dello Stato di Israele, e che sono conosciute come “alleanze periferiche”. La strategia delle alleanze periferiche, argomento del presente lavoro, è appunto una delle grandi direttive strategiche che hanno plasmato la politica internazionale dello Stato di Israele e, nella sua ideazione ed esecuzione, essa richiama la mossa del cavallo nel gioco degli scacchi, essendo basata letteralmente sul salto e l'aggiramento della prima fascia di Stati arabi e il raggiungimento di una sponda sicura di alleati nella cosiddetta seconda fascia di Stati, principalmente non-arabi e/o non musulmani. La “dottrina della periferia” adottata da Israele prendeva le mosse dalla consapevolezza, maturata fin dalla Prima guerra arabo-israeliana, che i rapporti con gli Stati arabo-musulmani confinanti (in special modo Egitto, Siria, Iraq) sarebbero stati sempre difficili e che il rischio di nuovi attacchi si sarebbe mantenuto elevato, proprio perché di Israele si metteva in discussione non solo e non tanto l'estensione geografica, quanto il mero diritto di esistere.
Fino al momento in cui fosse mancata la possibilità di imboccare un cammino di pace e mutuo riconoscimento con gli arabi, l'unica via di uscita diplomatico-militare, nonché l'unica forma possibile di compensazione e di bilanciamento della distribuzione del potere nell'area mediorientale, sarebbero stati la ricerca e il consolidamento di alleanze più o meno segrete con Stati e minoranze etniche appartenenti alla fascia “periferica”. Le alleanze periferiche hanno vissuto la loro stagione più fruttuosa nel ventennio compreso tra la fine degli anni '50 e quella degli anni '70, (fino alla rivoluzione islamica iraniana). Quell'arco di tempo fu segnato da collaborazione a livello di intelligence, militare, commerciale, proseguita sporadicamente anche durante gli anni '80. Negli anni '90, dopo la fine del mondo bipolare e in parallelo con il revival dei rapporti con la Turchia, Israele individuò nell'Iran il suo acerrimo nemico.
Negli ultimi dieci anni anche le relazioni con la Turchia sembrano essersi guastate (complice la permanenza di Erdoğan al potere) ed Israele ha cominciato a creare e consolidare nuovi legami con Paesi appartenenti alla sua prossima periferia nel tentativo di trovare un sostituto di Ankara. I rapporti sviluppatisi recentemente con Grecia, Cipro, Azerbaigian e India rappresentano gli esempi più rilevanti di come la strategia delle alleanze periferiche abbia saputo resistere nel tempo e rinnovarsi. Molto è cambiato dagli anni '40 ad oggi, ma Israele si trova tuttora a dover fronteggiare un ecosistema politico mediorientale prevalentemente ostile, in cui Stati ed entità parastatali situati nella sua prossimità geografica rappresentano le vere minacce mentre invece gli Stati della prima e seconda periferia fungono ancora come un tempo da contrappeso politico e assicurano deterrenza e profondità strategica ad Israele.

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Introduzione Le alleanze periferiche 1.0 Il presente lavoro si giustifica in base all'interesse per l'abilissima gestione strategica delle alleanze e/o dei rapporti bilaterali sviluppati e intrattenuti con alcuni dei Paesi vicini da parte del giovane Stato di Israele, fin dai primi anni '50. Mi accingo, in particolare, a contestualizzare, descrivere ed analizzare nello specifico attraverso dei case studies la cosiddetta dottrina o strategia delle alleanze periferiche, che ha guidato la visione della politica estera israeliana quasi dagli albori fino almeno al crollo dell'Unione sovietica. Con questo lavoro cercherò di dimostrare la tesi per cui Israele non ha abbandonato ai giorni nostri tale strategia, e che i grandi cambiamenti che hanno interessato il contesto regionale e internazionale in cui esso si pone e opera in quanto attore statale, sono stati tali da portare non alla scomparsa ma a un necessario adattamento della stessa, con il principale cambiamento consistito nel progressivo avvicendamento dei suoi protagonisti. La dottrina delle alleanze periferiche nacque nel corso degli anni '50, partorita dalla mente di Reuven Shiloah 1 , primo uomo a capo del Mossad (il famigerato servizio segreto israeliano) 2 , e messa in pratica da figure chiave di Israele quali David Ben-Gurion 3 , che fece propria tale dottrina rendendola il cardine dell'azione di politica internazionale dello Stato ebraico almeno per 1 http://www.mossad.gov.il/eng/about/ReuvenShiloach.aspx Shiloah fu capo del Mossad nel periodo 1948-1952 e, dal 1953 al 1957, lavorò all'ambasciata israeliana a Washington, per poi essere nominato, nel settembre 1957, consigliere politico di Golda Meir (allora ministro degli Esteri). I due architravi della sua visione di politica estera per lo Stato di Israele erano le alleanze periferiche e lo stretto legame con gli Stati Uniti d'America: Cfr. H. Eshed, Reuven Shiloah: the man behind the Mossad, London, Routledge, 1997. 2 Il Mossad nacque per volontà di Reuven Shiloah e David Ben Gurion, e grazie a una direttiva di quest’ultimo del 13 dicembre 1949 che dispose la «creazione di un “istituto [mossad in lingua ebraica] per il coordinamento delle agenzie di spionaggio statali”, assegnandone la direzione a Reuven Shiloah» Cfr. M. Bar-Zohar, N. Mishal, Mossad. Le più grandi missioni del servizio segreto israeliano, Milano, Feltrinelli, 2012, p. 38. 3 Cfr. A. Amir-Aslani, Iran et Israel: juifs et perses, Paris, Nouveau Monde éditions, 2013, p. 108. 2

Laurea liv.II (specialistica)

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Leonardo Giovannelli Contatta »

Composta da 156 pagine.

 

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