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La crisi del Kosovo e l'intervento armato della Nato

La regione dei Balcani è stata spesso teatro nel corso della storia di violenti e sanguinosi scontri etnici. La recente crisi del Kosovo, infatti, non costituisce che l’ultimo caso di una serie di conflitti interni riaccesisi nella Jugoslavia dopo la morte del Maresciallo Tito, ma esplosi definitivamente in seguito alla fine della guerra fredda. Nel 1989 l’ascesa al potere di Slobodan Milosevic a capo di stato serbo, determinò immediatamente l’abolizione dell’autonomia della provincia serba del Kosovo, unitamente ad una violenta discriminazione e repressione dell’etnia albanese, che costituiva la maggior parte della popolazione totale della regione. Durante il periodo del conflitto serbo-bosniaco, si svolse nel Kosovo, dal 26 al 30 settembre 1991, un referendum popolare clandestino per decidere del proprio futuro: l’87.5 % della popolazione albanese espresse la volontà di costituire uno stato sovrano indipendente. Il 24 maggio 1992, utilizzando case private come seggi elettorali, si erano svolte anche le prime elezioni libere e pluripartitiche parallele, non riconosciute dalle autorità serbe, per l’elezione della nuova assemblea e del nuovo governo del Kosovo. La vittoria era stata del Ldk (Lega democratica del Kosovo) ed il suo leader, Ibrahim Rugova, era divenuto il Presidente della Repubblica Kosova con il 99% dei voti. La politica di Rugova e del Ldk negli anni successivi si incentrò su tre linee direttrici principali: la resistenza non violenta, l’internazionalizzazione del problema Kosovo e, soprattutto, la creazione di un apparato statale parallelo della “Repubblica Kosova” in opposizione all’autorità serba. Si cercava, in altre parole, di ricevere dalla comunità internazionale il riconoscimento dell’indipendenza attraverso la finzione dell’esistenza di uno Stato del Kosovo. Il regime di Belgrado reagì a questa provocazione militarizzando completamente la regione. Le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali a cui la popolazione albanese fu sottoposta in questo periodo portarono alla messa in discussione della linea politica inconcludente di Rugova. Intanto il 19 maggio 1996 si segnalò la comparsa, nelle principali città, dei primi manifesti dell’Uck, l’Esercito di liberazione del Kosovo. Nelle elezioni clandestine, tenutesi il 22 marzo 1998, Rugova fu comunque rieletto presidente della Repubblica del Kosova, anche se la popolazione, non essendo più convinta della sua linea non violenta, iniziò a sostenere sempre di più le azioni terroristiche dell’Uck volte a colpire le istituzioni serbe.
Nel 1998 un’escalation di violenza tra le milizie militari e paramilitari serbe e i soldati albanesi dell’Uck segnò il quasi definitivo precipitare della situazione in Kosovo. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, nella risoluzione n. 1160 del 1998, decise di decretare l’embargo sulla fornitura di armi a tutta la regione. Altre due risoluzioni, approvate dal Consiglio di sicurezza, il 23 settembre e il 24 ottobre 1998, nonostante avessero qualificato la situazione in Kosovo come una minaccia alla sicurezza e alla pace nella regione, non si spinsero oltre alla formale condanna della violenza e all’invito al cessate il fuoco in vista di un negoziato internazionale.
Le trattative di Rambouillet e di Parigi, svoltesi dal 6 febbraio al 19 marzo del 1999, non portarono comunque a nessuna soluzione pacifica del conflitto tra serbi ed albanesi. Così, la sera del 24 marzo 1999, la Nato decise unilateralmente di intraprendere, con una serie di bombardamenti aerei contro obiettivi posti in tutto il territorio della Rep. Fed. di Jugoslavia, l’operazione “Determined force”, che sarebbe durata 78 giorni. La risoluzione 1244, adottata il 10 giugno 1999, dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite avrebbe definito il piano di pace nonchè decretato la missione di peace-keeping dell’Unimik in Kosovo.
Le motivazioni avanzate dall’Alleanza Nord-Atlantica per giustificare l’intervento militare unilaterale del 1999 contro la Rep. Fed. di Jugoslavia, se da un lato contenevano un generico riferimento agli obiettivi delle risoluzioni n. 1160, 1199, 1203 adottate nel corso del 1998 dal Consiglio di sicurezza; dall’altro, invece, si rifacevano alla teoria dell’intervento d’umanità “to prevent further humanitarian catastrophe”.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, d’altronde, non era stato in grado di autorizzare i raid aerei della Nato a causa della ferma opposizione della Federazione russa e della Cina.
La crisi del Kosovo ha quindi riaperto in dottrina il problema relativo alla liceità dell’intervento unilaterale umanitario. Alcuni eminenti studiosi di diritto internazionale hanno deciso, infatti, di affrontare il problema relativo alla legittimità in base al diritto internazionale del ricorso unilaterale all’uso della forza armata per porre rimedio a gravi violazioni dei diritti umani.

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Premessa La regione dei Balcani è stata più volte, nel corso della storia, teatro di violenti e sanguinosi scontri etnici. La recente crisi del Kosovo, in particolare, non costituisce che l’ultimo caso di una serie di conflitti interni riaccesisi nella Jugoslavia dopo la morte del Maresciallo Tito, ma esplosi definitivamente in seguito alla fine della guerra fredda. Nel 1989 l’ascesa al potere in Serbia di Slobodan Milosevic determinò immediatamente l’abolizione dell’autonomia della provincia serba del Kosovo, unitamente ad una violenta discriminazione e repressione dell’etnia albanese, che costituiva la maggior parte della popolazione totale della regione. Durante il periodo del conflitto serbo-bosniaco, si svolse nel Kosovo, dal 26 al 30 settembre 1991, un referendum popolare clandestino per decidere del proprio futuro: l’87.5 % della popolazione albanese espresse la volontà di costituire uno Stato sovrano indipendente. Il 24 maggio 1992, utilizzando case private come seggi elettorali, si svolsero anche le prime elezioni libere e pluripartitiche parallele, non riconosciute dalle autorità serbe, per l’elezione della nuova assemblea e del nuovo governo del Kosovo. La vittoria fu del Ldk (Lega democratica del Kosovo) ed il suo leader, Ibrahim Rugova, divenne il Presidente della “Repubblica del Kosova” con il 99% dei voti. La politica di Rugova e del Ldk negli anni successivi si incentrò su tre linee direttrici principali: la resistenza non violenta, l’internazionalizzazione del problema Kosovo e, soprattutto, la creazione di un apparato statale parallelo della “Repubblica del Kosova” in opposizione all’autorità serba. Si cercava, in

Tesi di Laurea

Facoltà: Scienze Politiche

Autore: Massimiliano Piazza Contatta »

Composta da 168 pagine.

 

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