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L'arresto e il fermo

Il presente lavoro, sviluppato su tre capitoli, ha posto uno sguardo su come le misure precautelari hanno subito uno sviluppo nella direzione garantista a partire dal 450 a.c., epoca in cui furono scritte le “XII” tavole del diritto romano, passando attraverso il medioevo e l’età moderna, giungendo infine ai giorni nostri dove la libertà personale costituisce uno dei grandi principi a cui si ispira la Costituzione Repubblicana.
Dalla pena di morte come diretta conseguenza della scoperta di un furto in flagranza di reato siamo passati attraverso un sistema di detenzione, molto spesso portato fino ai limiti della durata “finché non sopraggiungesse la morte”, fino ad arrivare ad uno stato di privazione della libertà dove i diritti della persona ridotta in vinculis, anche grazie ai numerosi interventi delle istituzioni europee, vengono garantiti attraverso un doppio, se non triplo, controllo che passa attraverso una prima valutazione dell’ufficiale di polizia giudiziaria, un vaglio del pubblico ministero ed, infine, una decisione di un giudice chiamato a valutare l’operato degli inquirenti.
Si è inoltre portata in evidenza la giovane età del fermo di indiziato di delitto, introdotto solo recentemente all’interno del nostro codice (prese vita con il codice di procedura penale del 1930).
Un’analisi accurata è stata fatta sull’interconnessione degli istituti cautelari in esame ed i principi costituzionali, in special modo con l’art. 13 della Carta il quale enuclea i principi di “riserva di legge” e “riserva di giurisdizione”, che pongono un limite al potere degli organi giurisdizionali in virtù delle linee guida dettate dall’Habeas Corpus.
È stato affrontato il delicato tema della “flagranza” che in realtà ha lasciato e lascia tuttora ampi spazi al dibattito e alle interpretazioni della giurisprudenza e della dottrina, soprattutto dando uno sguardo agli interventi normativi del legislatore che, attraverso alcuni escamotage come l’introduzione della cosiddetta “flagranza differita”, ha tentato di estendere i casi in cui è possibile eseguire l’arresto. Nello stesso ambito si è cercato di chiarire i ruoli dei soggetti coinvolti, polizia giudiziaria e pubblico ministero, che, in realtà, nonostante il codice assegni agli uni (polizia giudiziaria) entrambi i poteri e agli altri (pubblico ministero) solamente il potere di fermo, si trovano ad operare in un sistema gerarchicamente organizzato che lascia si alla polizia giudiziaria la possibilità di operare di iniziativa, ma, comunque, riconosce al magistrato il potere di intervenire e disporre in merito ai provvedimenti presi e da prendere. Nonostante il codice privi il P.M. della facoltà di disporre l’arresto è stato evidenziato come, in realtà, in virtù del potere sopra richiamato, allo stesso sia comunque riconosciuta la possibilità di disporlo e sul tema si è espressa più volte anche la Corte di cassazione. Si è infine visto come in realtà l’arresto facoltativo non conceda un vero e proprio potere discrezionale alla polizia giudiziaria, ma leghi la sua applicazione alla presenza di determinati elementi che non lasciano spazio alla libera interpretazione dell’autorità di polizia.
Come ultimo aspetto sono state curate le attività della polizia giudiziaria e del pubblico ministero a seguito di arresto e fermo. Su entrambi, oltre a gravare il dovere di applicare le misure precautelari nel caso in cui la legge così disponga, grava certamente l’obbligo di eseguire una successiva verifica sull’attività compiuta e di garantire i diritti della persona privata della propria libertà rispettando un rigidissimo valzer tempistico il cui mancato rispetto porta, inesorabilmente, alla caducazione dei provvedimenti restrittivi assunti. Tra questi due soggetti si inserisce quindi l’opera del giudice, garante supremo, che con la sua opera è chiamato a giudicare l’attività degli inquirenti convalidando o meno la misura precautelare adottata e disponendo l’eventuale, ulteriore, misura cautelare richiesta dal pubblico ministero.
Infine sono state analizzate le possibilità di impugnare i provvedimenti del giudice da parte dei soggetti coinvolti (indagato e pubblico ministero).

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36 CAPITOLO 2 L’arresto in flagranza di reato e il fermo di indiziato di delitto 2.1 La flagranza del reato. Il concetto di flagranza del reato, come analizzato nel capitolo precedente, è un concetto che prende origine fin dai tempi piø antichi. Da un punto di vista del tutto etimologico il termine “flagranza” deriva dal verbo latino “flagro” che può essere tradotto in “bruciare” indicando in tal modo l’atto del consumarsi e la percezione, quindi, di un fatto al momento in cui accade. Nello stato di flagranza il reo viene colto sul fatto. Nel Codice di Procedura Penale attualmente in vigore ed approvato con D.P.R. 22 settembre 1988, n. 447, lo stato di flagranza costituisce il primo presupposto per l’arresto (obbligatorio o facoltativo che sia) ed è disciplinato dall’art. 382 e piø precisamente dalla prima parte del comma 1 che ne offre una definizione autentica: «E’ in stato di flagranza chi viene colto nell’atto di commettere il reato ovvero chi, subito dopo il reato, è inseguito dalla Polizia Giudiziaria, dalla persona offesa o da altre persone ovvero è sorpreso con cose o tracce dalle quali appaia che egli abbia commesso il reato immediatamente prima». Lo stato di flagranza, ai sensi dell’art. 382 cod. proc. pen., si caratterizza per lo stretto collegamento tra la condotta commissiva del reato, o quella ad essa immediatamente successiva, e la percezione della medesima da parte della polizia giudiziaria. Il collegamento sussiste, e l’arresto è legittimamente operato, quando sia trascorso un certo lasso di tempo, anche non breve, durante il quale l’azione della polizia giudiziaria si sia svolta senza soluzione di continuità, anche con la finalità di espletare quegli accertamenti

Laurea liv.I

Facoltà: Giurisprudenza

Autore: Marco Vaccai Contatta »

Composta da 112 pagine.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.