Questo sito utilizza cookie di terze parti per inviarti pubblicità in linea con le tue preferenze. Se vuoi saperne di più clicca QUI 
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie. OK

Evoluzione di un proemio: eredità e metamorfosi in Esiodo e Nonno di Panopoli

La tesi parte dall'analisi del proemio della Teogonia di Esiodo, primo poema epico che secondo la tradizione ha un autore dall'identità certa e non leggendaria, e delle sue caratteristiche tipiche dell'età arcaica (di cui si descrivono i caratteri della letteratura per sommi capi).
La seconda parte, invece, tratta del proemio dell'ultimo grande poema epico del V° secolo d.C che il tempo ci ha trasmesso, Le dionisiache dell'autore egiziano Nonno di Panopoli. Dei due proemi si vogliono cogliere le analogie ma in particolar modo le differenze, che sono dovute alle enormi trasformazioni avvenute soprattutto a livello storico e linguistico.

Mostra/Nascondi contenuto.
Introduzione. 1. Proemi e inni. Che cos'è un proemio? Qual è la sua funzione? In che modo è nato? Si è evoluto, modificando il proprio aspetto formale, contenutistico, e infine tradizionale? Oppure ha mantenuto inviolate le proprie caratteristiche? Come deve iniziare una poesia è parte definita dalla teoria retorica. Ma i poeti sanno che la celebrazione solenne dell’inizio è cosa che ben oltre la retorica: l’esordio è un’inaugurazione che deve compiersi sotto i migliori auspici. C’è quasi una liturgia (e si vedrà che la parola liturgia acquisisce una sfumatura più che adeguata quando si parla di proemio) che aiuta a uscire dal silenzio, e permette di immergersi nell’universo letterario. Al confine tra parola poetica e parola ancora fuori dalla poesia, il proemio – preannuncio di un canto che segue – è già canto e ancora non lo è. Mentre invoca come ispiratrice la Musa, o la divinità cui l’inno è rivolto, il proemio delimita, in un certo senso, i contenuti precisi della sua poesia, ritaglia gli estremi di un discorso virtualmente ancora indefinito e pluripotente. Aristotele lo definisce in tal modo: «δεῖγμά ἐστιν τοῦ λόγου, ἵνα προειδῶσι περὶ οὗ [ᾖ] ὁ λόγος καὶ μὴ κρέμηται ἡ διάνοια 1 - [ nei discorsi e nell’epica ] si ha un’esposizione del soggetto, in modo che (gli ascoltatori) sappiano in anticipo di che cosa parla il discorso e il pensiero non resti in sospeso.» Quintiliano 2 invece scrive: «[1] Quod principium Latine uel exordium dicitur, maiore quadam ratione Graeci uidentur τὸ προοίμιον nominasse, quia a nostris initium modo significatur, illi satis clare partem hanc esse ante ingressum rei, de qua dicendum sit, ostendunt. [2] Nam siue propterea quod oἴμη cantus est et citharoedi pauca illa, quae antequam legitimum certamen 1 Aristotele, Rhet. III, 1415 a , 12 ss. 2 Institutio Oratoria, IV, I, 1-3. 3

Laurea liv.I

Facoltà: Scuola di Lettere e Beni culturali

Autore: Beatrice Generali Contatta »

Composta da 82 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 220 click dal 09/09/2016.

 

Consultata integralmente una volta.

Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.