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Il processo di invecchiamento dei lavoratori e delle lavoratrici e la qualità della vita lavorativa. Uno studio nel settore sanitario

Informazioni tesi

  Autore: Valentina Columbro
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Torino
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia del lavoro e delle organizzazioni
  Relatore: Daniela Converso
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 141

L'invecchiamento lavorativo è un tema molto attuale per via delle recenti riforme pensionistiche che hanno comportato l'innalzamento dell'età pensionabile. Nel nostro Paese, in particolare, considerando anche l'invecchiamento costante della popolazione, sono in aumento i lavoratori e le lavoratrici over 50. Per questo motivo occorre approcciarsi a questo tema anche in ottica di genere, ponendo attenzione al delicato momento della menopausa, che ora più che mai interagisce con la vita lavorativa di una donna. L'age management, ovvero la gestione delle diverse età all'interno di un'organizzazione, raccoglie la sfida dell'invecchiamento trasformandolo in opportunità per tutti, attraverso lo sviluppo dello scambio generazionale: i junior hanno maggiori competenze tecniche per via degli studi universitari e dell'avanzata conoscenza delle tecnologie, mentre i senior portano con sè un bagaglio di competenze relazionali e sociali derivanti dalla propria esperienza professionale e personale. Questo argomento è più che mai attuale anche nel settore sanitario, dove si fa sempre più rilevante il tema dell'invecchiamento degli infermieri, non solo anagraficamente, ma anche in termini di anzianità di servizio.
La ricerca esplorativa, qui presentata e condotta con approccio quali-quantitativo, ha proprio lo scopo di indagare la relazione tra qualità lavorativa e invecchiamento, sia in termini di età in generale, sia nello specifico in riferimento ai sintomi della menopausa. E' stata coinvolta la popolazione di medici, infermieri e oss dell'ASL Torino 3, il distretto di Collegno e Rivoli; sono state condotte 25 interviste individuali ai dirigenti medici e ai coordinatori infermieristici del Servizio Territoriale e dell'Ospedale di Rivoli; successivamente sono stati distribuiti i questionari anonimi, per un campione complessivo di 240 unità. I risultati hanno permesso di evidenziare come vi sia una complessiva correlazione negativa tra età e qualità della vita lavorativa, ma come nello specifico siano proprio i sintomi della menopausa o altri disturbi già presenti, ad aggravare la percezione di scarsa capacità lavorativa, maggiore carico di lavoro fisico e mentale, insoddisfazione, aumento del rischio depressivo e dimensioni del burnout. Inoltre, confermando la vasta letteratura sull'ageing e sull'invecchiamento degli infermieri, emerge come l'età sia un valore aggiunto fondamentale in termini di competenze relazionali, sia verso il paziente sia all'interno dell'istituzione sanitaria, che va valorizzato proprio per garantire il successo della relazione tra la generazione dei più anziani in servizio e i giovani neo assunti.
Tra i principali spunti di intervento, dunque, una politica formativa maggiormente strutturata a livello organizzativo per tutti i servizi potrebbe garantire un maggiore scambio di competenze, mentre l'implementazione della job rotation potrebbe garantire un minor affaticamento del personale soprattutto nei reparti a maggiore carico fisico, oltre che permettere un arricchimento complessivo delle competenze tecniche.

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3 INTRODUZIONE Il tema dell’ageing è storicamente legato al sistema del pensionamento, poiché prima che questo fosse introdotto si continuava a lavorare finché la salute lo consentiva. Coloro che si ritiravano dal lavoro non erano pensionati nel senso attuale del termine, ma semplicemente poveri senza lavoro (Tesauro 2012). Da quando sono nate, le politiche del sistema previdenziale seguono l’andamento delle statistiche demografiche, adeguando quindi l’età pensionabile all’aumento della speranza di vita. Nel nostro Paese sono state emanate numerose riforme al sistema pensionistico, a partire dal 1995 quando era consentito il pensionamento per chi avesse raggiunto 20 anni di contributi indipendentemente dall’età (i cosiddetti “baby pensionati”). In seguito sono state applicate una serie di riforme previdenziali che hanno portato oggi a considerare anche l’età come requisito pensionistico oltre agli anni di contributi versati. Se, infatti, l’età del ritiro dal lavoro rimanesse troppo bassa in proporzione alla speranza di vita, correremmo il rischio che proprio il pensionamento diventi il periodo più lungo della vita di una persona: si stima infatti, con i dati attuali, che nel 2100 si avranno circa 35 anni di vita dopo la pensione (Fraccaroli, Sarchielli 2013). Questa situazione comporta significative conseguenze soprattutto per la spesa pubblica: un basso tasso di natalità aumenta il numero di persone anziane senza figli e senza nipoti che in tarda età avranno necessariamente bisogno di cure e assistenza tramite servizi privati oppure dalle sole strutture della comunità; inoltre il cambiamento delle caratteristiche e della struttura del mercato del lavoro, unito a periodi di forte crisi economica, non garantiscono una continuità lavorativa ai giovani (che anzi spesso faticano a trovare un’occupazione una volta terminati gli studi) dunque il rapporto tra numero di lavoratori per numero di pensionati risulta sproporzionato (Marcaletti 2012). A fronte di questa insostenibilità economica le istituzioni sono diventate maggiormente consapevoli della necessità di un cambiamento del sistema previdenziale, anche se tutt’oggi risulta ancora disomogeneo. Per troppo tempo si è fatto largo uso di forme di incentivazione per le aziende ricorrenti al pensionamento anticipato, con la convinzione che l’uscita dal mondo del lavoro per un anziano avrebbe favorito l’ingresso di un giovane alla prima occupazione, ma come si è visto negli ultimi anni, questo sistema non ha funzionato (Accorinti, Gagliardi 2007; Marcaletti 2012). Nel contesto italiano rimane infatti alta la percentuale di disoccupazione giovanile (quasi il 38% nel 2015), riducendo così il ricambio generazionale del mercato del lavoro. Secondo i dati Istat del 2015, in Italia,

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