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Miti e riti della politica nel '900. Il caso della Lega Nord

Informazioni tesi

  Autore: Federico Gonzato
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi di Padova
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Alba Lazzaretto
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 109

A metà degli anni ’90, un movimento del tutto nuovo, un movimento dai toni sicuramente più aggressivi della vecchia Democrazia Cristiana, si faceva largo ed otteneva consensi in tutte quelle aree che, fino a pochi anni prima erano state fortini democristiani. Stiamo parlando ovviamente della Lega Nord.
I leghisti si presentarono sin da subito come custodi dell’antica tradizione cristiana, dei valori contadini e della laboriosità di un Nord, che, nella loro idea, stava subendo il “latrocinio” e la “schiavitù” da parte di “Roma ladrona”.
Alla tradizione cristiana, però, andarono a mischiare un insieme di nuovi simboli. Alle loro manifestazioni s’intravedevano druidi, personaggi trasvestiti da guerrieri crociati, elmi vichinghi ed una simbologia che poco avevano a che fare con l’antica tradizione cristiana che a parole si prefiggevano di custodire.
I giornalisti, gli opinionisti, la stampa nazionale bollarono queste insolite dimostrazioni e manifestazioni come “carnevalate”, puro e semplice “folklorismo”. Nessuno li prese mai sul serio, i leghisti e i loro druidi.
Premettendo che chi scrive si è da sempre trovato su posizioni opposte e contrarie rispetto alla proposta politica della Lega Nord, sono sempre stato affascinato dal fenomeno leghista, non solo dal punto di vista politico, ma, in particolare, dal punto di vista socio-culurale.
In questo elaborato, il mio intento sarà quello di capire, attraverso uno studio attento dei documenti leghisti, se quelle “carnevalate”, quel “folklorismo” tanto denigrato, fossero invece qualcosa di più. Un qualcosa come un immaginario, una mitologia, un culto paganeggiante volto a trascendere la semplice sfera politica.
Questa mia idea e progetto nascono principalmente da due mie letture di questi anni universitari: il saggio Le religioni della politica, scritto dal celebre storico Emilio Gentile, e l’opera del sociologo delle religioni americano Robert Nelly Bellah, Civil religion in America (La religione civile in America). In queste due opere gli autori attestano come dietro al pragmatismo della politica contemporanea, molto spesso, ci sia anche la presenza di un discorso, se vogliamo, religioso. La politica che incrocia dunque la religiosità e che quindi, attraverso il ruolo del “capo” che diventa alla stregua di un “sacerdote”, assume un valore sacrale.
Questo è filo di ricerca lungo il quale intendo sviluppare questo mio elaborato, andando a tracciare per prima cosa una storia del movimento leghista, dalle origini fino agli anni ’90, per poi passare all’analisi delle varie forme di sacralizzazione politica, e per arrivare, infine, allo studio del caso leghista.
«La condizione postmoderna è tuttavia estranea al disincanto», attestava il filosofo francese Jean-François Lyotard nel 1979 all'interno del famoso saggio "La condizione postmoderna". Per Lyotard, nella condizione umana della recente contemporaneità non ci sarebbe stato spazio per alcun immaginario o qualsivoglia costruzione mitologica che andasse oltre la spiegazione razionale; nessun “disincanto” per l’appunto.
Molto probabilmente, il filosofo francese si sbagliava, e questo elaborato ne dimostra il perché.
Infatti, la marcia sul Po, le benedizioni dell’acqua del “sacro fiume”, l’esaltazione della Padania e dei suoi simboli, nonché i discorsi “profetici” del senatùr, costituirono un vero e proprio tentativo di istituzionalizzare una nuova ritualità, un nuovo orizzonte di senso per le popolazioni del Nord Italia.
Attraverso il “bricolage”, il sincretismo tra vecchie simbologie ed antichi miti, Bossi cercò di istituire una sorta di religione politica dei nostri giorni. Una fede la quale, ovviamente, era funzionale alla costruzione del consenso politico attorno alla grande missione che Bossi si era dato: la liberazione della Padania e dei suoi popoli.
Non sappiamo quanto effettivamente questa mitologia sia penetrata nella coscienza della gente, ma è innegabile il gran seguito che Bossi ottenne attraverso la costruzione di questo potente apparato mitico-simbolico.
Questa tesi, oltre che un’analisi storica dell’eccezionale fenomeno della sacralizzazione della politica nel caso leghista, è stata pensata come uno strumento utile per ricordare cos’era la Lega solo pochi anni fa. Questo elaborato si offre come esercizio di memoria per capire gli attuali mutamenti del fenomeno leghista. Un fenomeno politico che ha saputo rinnovarsi in chiave “nazionale” ed è riuscito a sopravvivere al ritiro della sua vecchia guida carismatica, Umberto Bossi.

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3 INTRODUZIONE La zona da cui provengo è la cosiddetta “bassa veronese”, il territorio all’estremo Sud della provincia di Verona. Un’area, questa, disseminata di piccoli paesi, piccole comunità, distese di campi e, nella stagione invernale, immersa nella nebbia. Tanta nebbia. Questi, sono luoghi di tradizioni; tradizioni contadine che si fondono con il capillare radicamento della tradizione cattolica. Un ambiente, che dalla fine della seconda guerra mondiale e il ritorno alla democrazia, venne dominato politicamente, ma anche culturalmente, dalla Democrazia cristiana. La “Grande balena bianca” – così era soprannominato il partito democristiano – era parte della vita quotidiana delle persone. Se in Emilia- Romagna o in Toscana, le cosiddette “regioni rosse”, i punti di ritrovo della maggior parte delle persone erano le Case del popolo, qui, nella bassa veronese e in Veneto, i punti di aggregazione principali erano le parrocchie, le chiese e i centri giovanili. Questi erano luoghi d’incontro nei quali si diffondeva una determinata pedagogia di popolo, fondata sui valori cristiani. Valori quali l’amore per la Casa, per la Famiglia, per non parlare della dedizione quasi “protestante” per il lavoro. Gli anni ’90 furono anni di transizione. A poco a poco, la Dc scomparve dalla scena locale e nazionale, sommersa dagli scandali di un intero sistema partitico. A tale perdita, la maggior parte delle donne e degli uomini che avevano vissuto nel segno di quella tradizione, di quei valori, incarnati nel partito che fu di De Gasperi, si trovò in un limbo. Un limbo dettato dalla venuta meno del principale riferimento culturale e politico; la Democrazia cristiana era stata infatti il raccordo, il punto di contatto, fra quel “Nord produttivo” e le istituzioni centrali.

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