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La libertà morale del dichiarante e la ricerca della verità nel processo penale: il contributo delle neuroscienze.

La possibilità di identificare la menzogna ha da sempre suscitato grande interesse nell’uomo. Differentemente dalla favola di Pinocchio, in cui il burattino vede il suo naso allungarsi inesorabilmente ogni volta che pronuncia una bugia, non esistono indicatori così evidenti e incontrovertibili che consentono di individuare se un soggetto stia effettivamente mentendo. Diversi studi, infatti, hanno dimostrato l’incapacità degli uomini – compresi psicologi o ufficiali di polizia –, di affermare con certezza, sulla base della loro semplice intuizione, se una dichiarazione sia vera oppure falsa. Anche il ricorso a indicatori non verbali di genuinità, come la tensione vocale o la pressione delle labbra, non sono risultati affidabili.
Gli studiosi si sono concentrati, così, sull’individuazione delle basi fisiologiche della menzogna, sviluppando una serie di strumenti sempre più sofisticati di lie detection, comunemente chiamati “macchine della verità”. Recentemente, gli studi sulle neuroscienze, ovvero un insieme di discipline – tra cui la biologia, la psicologia, la medicina e la fisica – che indagano sulle basi biologiche della mente e del comportamento umani, hanno portato all’elaborazione di tecniche che, in alcuni casi, professano di poter determinare la veridicità di una dichiarazione con una certezza prossima al cento per cento.
Individuare senza ombra di dubbio se un soggetto sta mentendo è certamente argomento di interesse anche in ambito giuridico. Si può immaginare, però, la diffidenza suscitata da questo nuovo sapere scientifico. Vi sono, infatti, alcuni elementi da considerare: da un lato sembra azzardato affidare a tecniche sperimentali le sorti del processo e, quindi, della vita di un individuo e della sicurezza della società – si pensi al caso eclatante del Green River Killer, il quale dopo aver passato il test del poligrafo, venne rimesso in libertà –; dall’altro lato sembrerebbe contrario ai diritti fondamentali dell’uomo negargli la possibilità di utilizzare tali strumenti per provare la sua innocenza. A queste considerazioni si aggiungono le questioni etiche sul rispetto dell’individuo e sul suo diritto alla riservatezza.
Il proposito della tesi è quello, dunque, di offrire una visione d’insieme sulle neuroscienze applicate alla prova dichiarativa e di valutare la possibilità di un loro concreto e proficuo utilizzo in un ambito delicato come il processo penale. A tal fine, vengono forniti spunti di riflessione sulle tecniche di lie e memory detection, grazie al vaglio dei diversi approcci della giurisprudenza e della dottrina a livello internazionale.

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1 INTRODUZIONE La possibilità di identificare la menzogna ha da sempre suscitato grande interesse nell’uomo. Differentemente dalla favola di Pinocchio, in cui il buraino vede il suo naso allungarsi inesorabilmente ogni volta che pronuncia una bugia, non esistono indicatori così evidenti e incontrovertibili che consentono di individuare se un soggeo stia effeivamente mentendo. Diversi studi 1 , infai, hanno dimostrato l’incapacità degli uomini – compresi psicologi o ufficiali di polizia –, di affermare con certezza, sulla base della loro semplice intuizione, se una dichiarazione sia vera oppure falsa. Anche il ricorso a indicatori non verbali di genuinità, come la tensione vocale o la pressione delle labbra, non sono risultati affidabili. Gli studiosi si sono concentrati, così, sull’individuazione delle basi fisiologiche della menzogna, sviluppando una serie di strumenti sempre più sofisticati di lie detection, comunemente chiamati “macchine della verità”. Recentemente, gli studi sulle neuroscienze, ovvero un insieme di discipline – tra cui la biologia, la psicologia, la medicina e la fisica – che indagano sulle basi biologiche della mente e del comportamento umani, hanno portato all’elaborazione di tecniche che, in alcuni casi, professano di poter determinare la veridicità di una dichiarazione con una certezza prossima al cento per cento. Individuare senza ombra di dubbio se un soggeo sta mentendo è certamente argomento di interesse anche in ambito giuridico. Si può immaginare, però, la 1 Sul tema, C. F. BOND, B. M DEPAULO, “Accuracy of Deception Judgments”, in “Personality and Social Psychology Review”, vol. 10 (3), 2006, pp. 214-234.

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Informazioni tesi

  Autore: Jessica Rinaldin
  Tipo: Laurea magistrale a ciclo unico
  Anno: 2022-23
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Lucio Bruno Cristiano Camaldo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 176

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Parole chiave

diritto processuale penale
libertà morale
ricerca della verità
lie e memory detection
neuroscinze

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