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Due profili problematici della libertà di stabilimento degli avvocati nella Comunità europea: le società professionali a responsabilità limitata e la pratica multidisciplinare. Sguardo comparatistico tra Germania, Gran Bretagna, Francia e Italia

Dopo l’emanazione della direttiva 98/5/CE, c’è stato un vivace dibattito intorno alla professione d’avvocato. In particolare, ci si è trovati davanti a due realtà a noi sconosciute: le società professionali a responsabilità limitata e la pratica multidisciplinare. La direttiva ha aperto (e il legislatore italiano ha chiuso in sede di recepimento) una prospettiva nuova per gli studi legali, finalmente intesi come imprenditori ed inseriti nel contesto concorrenziale europeo.

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4 1. La libera circolazione degli avvocati nella Comunità europea Il titolo III della parte III del Trattato istitutivo della Comunità europea – TCE – disciplina la libera circolazione delle persone, dei servizi e dei capitali. Per quel che riguarda le attività non salariate, vale a dire il lavoro autonomo in genere e le libere professioni in particolare, l’art. 43 (ex art. 52) TCE riconosce la libertà di stabilimento, che consente ai cittadini comunitari – persone fisiche o giuridiche – di stabilire la propria sede, di aprire agenzie, succursali o filiali, in un qualsiasi stato membro, al fine di svolgere la propria attività in modo stabile e continuativo e «alle condizioni definite dalla legislazione del paese di stabilimento nei confronti dei propri cittadini» (art. 43 co. 2 TCE) 1 . L’art. 49 (ex art. 59) TCE disciplina, invece, la libera prestazione dei servizi, intesa come libertà di esercizio temporaneo in un qualsiasi stato membro di un’attività autonoma – industriale, commerciale, artigianale o professionale (art. 50 TCE). Le libertà ora dette riguardano entrambe attività di lavoro autonomo e «si fondano sugli tessi principi» 2 , ma sono (non solo concettualmente) distinte, tanto che si escludono a vicenda (art. 50 co. 1 TCE). La CGCE nel caso Gebhard 3 ha chiarito che la libertà di stabilimento «implica la possibilità, per il cittadino comunitario, di partecipare in maniera stabile e continuativa alla vita economica di uno Stato membro diverso dal proprio stato di origine e di trarne vantaggio, favorendo così l’interpenetrazione economica e sociale nell’ambito della Comunità nel settore delle attività indipendenti», mentre la libertà di prestazione dei servizi presuppone che l’attività – che si svolge in un altro stato membro o nei confronti di un cittadino di un altro stato membro – sia esercitata «a titolo temporaneo» (art. 50 co. 3 TCE). Contestualmente, la CGCE ha chiarito quali sono i parametri in base ai quali valutare la temporaneità della prestazione, e cioè: durata, frequenza, periodicità o continuità. Il carattere temporaneo della prestazione non esclude, tuttavia, che il prestatore di 1 Il diritto di stabilirsi in un (altro) stato membro non è condizionato alla rinuncia al precedente stabilimento, per cui il professionista comunitario può essere contemporaneamente stabilito in più stati membri: CGCE 12.7.1984 in causa 107/83, Barreau de Paris c. Klopp, Raccolta 1984, 2971. 2 CGCE 7.7.1976 in causa 118/75, Watson e Belmann, Racccolta 1976, 1185. L’art. 55 (ex art. 66) T/CE prevede espressamente che le disposizioni relative al diritto di stabilimento si applichino anche in materia di prestazione di servizi. 3 CGCE 30.11.1995 in causa C-55/94, Gebhard, Raccolta 1995, I-4195.

Tesi di Master

Autore: Ruben Pescara Contatta »

Composta da 42 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 2965 click dal 20/03/2004.

 

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Disponibile in PDF, la consultazione è esclusivamente in formato digitale.