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Gli Exchange Traded Funds: nuovi strumenti per l'investimento

La gestione indicizzata di portafoglio è riuscita, durante gli anni ottanta e novanta a garantire, agli investitori americani ed inglesi, un’elevata stabilità dei rendimenti ottenuti, rendimenti che il più delle volte si sono rivelati superiori rispetto a quelli conseguiti tramite strategie alternative più rischiose. Dalla creazione del primo fondo indicizzato nel luglio del 1971 a San Francisco, l’ammontare di risorse gestite con tale strategia è aumentato senza sosta.
In questo contesto si colloca il lancio, nel gennaio del 1993, di un nuovo prodotto che è una via di mezzo fra un’azione normalmente negoziata sul mercato secondario e un fondo comune di investimento, l’Exchange Traded Fund (ETF). Le prime quote che sono state scambiate sono state le Standard & Poor’s Depositary Receipts, così denominate perché hanno l’obiettivo di seguire fedelmente l’andamento dello S&P 500. Dopo una prima timida accoglienza, i nuovi prodotti hanno avuto tra il 1995 e il 2000 un tasso annuo di crescita di capitali gestiti del 132% negli Stati Uniti, e si contano attualmente 102 fondi quotati nei vari mercati americani. Il successo ottenuto nel corso degli anni ne fa uno degli strumenti finanziari più innovativi apparsi negli ultimi dieci anni. Gli exchange traded funds hanno anche la particolarità di essere apprezzati da una molteplicità di investitori sia retail sia istituzionali.
Dopo gli Stati Uniti il prodotto è entrato nelle Borse di altri paesi, come il Canada e Hong Kong, fino ad approdare in Europa nel corso del 2000. Il vecchio continente è il luogo dove attualmente è presente la più alta concentrazione di gestori, e dove vi sono ben cinque mercati impegnati nel loro lancio e nella loro promozione tra gli investitori.
Partendo da questi presupposti, il presente lavoro si propone di offrire una visione sistematica delle problematiche connesse agli exchange traded funds, che derivano, oltre che dalla sottoscrizione e riscatto in natura, dalla loro doppiezza fondi comuni aperti e azioni trattate sul mercato secondario nello stesso tempo.
La prima parte è dedicata alla descrizione della strategia passiva di gestione, con la specifica attenzione agli elementi teorici e pratici che caratterizzano l’implementazione della stessa. In effetti, spesso liquidata come “gestione passiva”, l’indicizzazione si configura invece come un approccio quantitativo alla selezione degli investimenti mobiliari, evidenziando così stretti legami che la collegano alla moderna teoria di portafoglio elaborata negli anni settanta. Pur nell’estrema semplicità dell’approccio, che si propone sostanzialmente di replicare il rendimento ottenuto da un indice di Borsa scelto come riferimento, l’index manager ha di fronte a sé un problema molto complesso che richiede anche l’applicazione di decisioni discrezionali circa il trattamento dei flussi di cassa, il ribilanciamento di portafoglio, o la tecnica più appropriata di negoziazione dei titoli, per citarne alcune.
Il secondo capitolo è focalizzato sulle caratteristiche proprie di un exchange traded fund, quelle che lo rendono un prodotto unico nel suo genere. Si enfatizza la procedura di sottoscrizione e riscatto in natura in quanto è interessa agli operatori, poiché in questo modo possono utilizzare lo strumento per investimenti o per arbitraggi, e agli investitori retail, in quanto il metodo esaminato permette di ottenere vantaggi sia a livello di performance sia fiscali. Infine si propone una riflessione su quali siano e quali potrebbero essere le strategie di investimento con gli exchange traded funds.
Il mercato dei fondi quotati è caratterizzato, questo vale sia negli Stati Uniti sia nel resto del mondo, da una molteplicità di strumenti che classificabili secondo: volume trattato, capitali gestiti o presenza su diversi mercati regolamentati, ad esempio. Perciò il terzo capitolo descrive gli strumenti e i mercati dove sono quotati, con una particolare attenzione alla dinamica europea dove lo strumento da poco sta cominciando ad essere conosciuto dal grande pubblico.
Nella parte finale del lavoro si dedica ampio spazio alla descrizione, di quali potrebbero essere i principi su cui basare un’analisi dell’efficienza degli exchange traded funds, vale a dire la tracking error e lo scostamento del prezzo di mercato sul net asset value. Proseguendo si analizzano i risultati empirici riscontrati nella letteratura scientifica nel mercato statunitense, confrontando i risultati ottenuti con il segmento dei closed-end funds, poiché sono anche loro strumenti quotati sui mercati regolamentati. Infine, il lavoro si chiude con una breve e semplice analisi dello scostamento tra prezzo di mercato e net asset value, negli Stati Uniti, su un campione rappresentativo di exchange traded funds, per quantificare questa differenza e, se possibile, identificarne i fattori esplicativi.

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CAPITOLO PRIMO I FONDI INDICE 1.1 Premessa Nel corso degli ultimi due anni si è assistito ad un fenomeno molto particolare: l’ascesa, nel mercato mondiale, di strumenti innovativi, gli exchange traded funds (etf), che dalla loro introduzione, nel 1993, hanno conquistato sempre più la fiducia degli investitori, diventando una tra le più importanti novità finanziarie degli ultimi anni. In breve: possono essere definiti come fondi di investimento legati ad un indice, ma con la possibilità di essere trattati come un’azione. La facilità di negoziazione, i costi contenuti e la notevole accessibilità, rendono gli eft appetibili per molte categorie di investitori, siano essi importanti istituzioni finanziarie che li utilizzano nell’ambito della loro asset allocation di portafoglio, o piccoli risparmiatori che vogliono diversificare i loro investimenti con un esborso ridotto al minimo. La procedura per sottoscrivere un etf è la stessa che si utilizza per sottoscrivere un’azione: basta aver aperto in banca un conto amministrato, e pagando una commissione di acquisto si diventa proprietari immediatamente di un tracciatore di indice. Lo sviluppo di questo prodotto avvenuto inizialmente negli Stati Uniti, e poi nel resto nel mondo, Europa compresa, si può collegare in parte ad un altro fenomeno: la nascita e la crescita della gestione passiva degli investimenti; quindi, prima di tutto sarà utile comprendere quest’ultimo fenomeno, prima di occuparsi del primo. La gestione indicizzata può essere inserita nel novero delle politiche statiche, nel senso che i fondi costituiti secondo tale metodologia presentano un basso livello di turnover; le maggiori capacità, tecniche ed umane, sono, in effetti, utilizzate nella fase di

Tesi di Laurea

Facoltà: Economia

Autore: Riccardo Schera Vanoli Contatta »

Composta da 216 pagine.

 

Questa tesi ha raggiunto 8492 click dal 20/03/2004.

 

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