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Violenza negli stadi in Italia e in Inghilterra: radici, cause, atteggiamento dei mass media e rimedi in prospettiva comparata

Informazioni tesi

  Autore: Ludovico Muzzi
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 1997-98
  Università: Università degli Studi di Milano
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: John Anderson
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 151

1) I movimenti ultras e hooligans nascono e si sviluppano a cavallo della fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta negli stadi di calcio dei due Paesi. Subito emerge la differenza fondamentale: mentre gli hooligans provengono tutti dagli strati sociali più disagiati (in particolare dalla classe operaia bassa), caratteristica delle curve ultrà è l’interclassismo. Gli hooligans condividono dunque già esperienze sociali comuni e in particolare la condizione economica disagiata sarà il loro principale collante (sottoccupazione, violenza nei rapporti sociali, ecc.), unito al tifo per la propria squadra. Negli anni settanta ingrosseranno le fila degli hooligans le masse sempre più consistenti di giovani disoccupati, mentre dagli anni ottanta in poi avremo un ricambio generazionale e di composizione sociale (entreranno a far parte dei gruppi violenti molti esponenti della middle class, che aderiranno ai valori di violenza degli hooligans, a testimonianza che la deprivazione ora non è più solo economica ma anche psicologica e sociale). Queste caratteristiche fanno si che l’esistenza degli hooligans sia data da un solo obiettivo, la violenza fisica contro gli avversari e contro l’establishment. Il tutto viene acuito dalla caratteristica degli strati più bassi della società inglese (riscontrabile però anche nelle fasce più elevate) che fa dello ''heavy drinking'' quasi un valore sociale.
In Italia invece la meno evidente stratificazione di classe si riflette anche tra i giovani e quindi le curve ultrà nascono anche dal bisogno dei giovani di tutti i ceti di crearsi una propria cultura definita di “opposizione” al tradizionalismo della società italiana. Questa volontà di creare uno spazio libero fatto di rituali e comportamenti condivisi tra tutti gli ultras è evidente anche dalla trasposizione dei conflitti politici degli anni settanta all’interno delle curve (il giovane italiano è altamente politicizzato al contrario del giovane inglese) dove per decenni la contrapposizione di campanile verrà affiancata dalla contrapposizione politica, mentre oggi nel mondo ultrà prevalgono sempre più tendenze xenofobe e di estrema destra. Tutto ciò comporta che mentre in Inghilterra gli hooligans hanno il solo obiettivo della violenza dettata dalla rabbia per la loro condizione sociale, in Italia la violenza è solo una delle opzioni del mondo ultrà, le altre sono l’aspetto coreografico che prevale fino agli anni ottanta e la militanza politica. È il tifo in sè stesso ad accomunare gli ultras di tutta Italia, coi suoi cori e rituali condivisi anche dai tifosi normali, e nono una condizione socioeconomica disagiata.
Dagli anni ottanta in poi gli ultras accolgono il “modello hooligan” e quindi l’opzione della violenza comincia a prevalere tanto che oggi all’interno delle curve l’elemento violento è percepito come l’esempio da seguire per tutti: bisogna invertire questa tendenza e a mio avviso siamo ancora in tempo.

2) I media sportivi italiani descrivono la violenza solo come un male della società con cui il calcio non ha niente a che fare, è un lavarsene le mani e c’è molta ipocrisia in questo atteggiamento: si chiede sempre alla società, allo Stato, alle forze dell’ordine di risolvere il problema, senza domandarsi (al di là di dichiarazioni di facciata) se realmente mondo del calcio e media sportivi non possano fare qualcosa di concreto, visto che le responsabilità esistono e sono evidenti.
I tabloids inglesi, ma anche il resto della stampa e televisione, hanno sempre descritto lo hooliganism come un male del calcio. In particolare i tabloids hanno fatto fin dagli anni settanta degli hooligans un proprio cavallo di battaglia, un argomento sempre redditizio per sollevare il panico generale, sfruttando e contribuendo a creare una fobia nazionale soprattutto quando gli hooligans si recavano all’estero (succede tutt’oggi visto che è opinione generale che la violenza negli stadi sia una “malattia” che gli inglesi hanno esportato). In realtà i tabloids si sono sempre comportati molto male: bastava essere inglese e tifoso di calcio nei decenni scorsi per venire subito bollato come pericoloso hooligan e naturalmente questa convinzione è stata ereditata e accolta appieno in tutta Europa. Si posoono riscontrare numerosi episodi sconcertanti che gettano ombre sull’operato di stampa e Tv.

3) Nell’ultima parte vengono descritte le misure adottate nei due Paesi dall’inizio del problema della violenza a oggi. In particolare tengo a sottolineare il fallimento e la dannosità di un approccio esclusivamente repressivo per risolvere il problema. Due sono le misure preventive utili per arginare la violenza adottate in Inghilterra: telecamere a circuito chiuso obbligatorie in tutti gli stadi e unità di intelligence a livello nazionale. Miglioramento delle condizioni degli stadi...

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VII INTRODUZIONE Una sera, nel 1988, mi capitò di assistere a uno speciale televisivo sul problema degli hooligans inglesi. Fu prima proiettato il film “The Kop” (uscito in italiano col titolo “Ultimo Stadio”) di Alan Clarke, girato a Liverpool e successivamente seguì un dibattito sul problema. Tra le interviste che vidi ce ne fu una che mi lasciò parecchio stupito: era realizzata ad un tifoso del Manchester ed è stata riportata in un libro di Antonio Roversi. Il tifoso diceva così: “Io vado alla partita per una sola ragione: la rissa. È un’ossessione. Non posso rinunciarvi. Mi piace così tanto che quando vado in cerca di uno scontro quasi me la faccio addosso... giro per tutto il paese in cerca dello scontro... Ogni notte della settimana noi ce ne andiamo in cerca di guai. Prima della partita ce ne andiamo in giro con l’aria di persone rispettabili... poi se vediamo qualcuno che sembra un avversario gli chiediamo l’ora: se risponde con l’accento di fuori lo picchiamo e se ha del denaro lo ripuliamo.”1 Quello che mi stupì non fu tanto il discorso dello hooligan, quanto il fatto che egli era uno studente, anche abbastanza diligente, vestiva bene, non aveva l’aspetto di quelli che definivo comunemente “hooligans”. Del resto anche il film “The Kop” mi aveva sorpreso perchè la storia è quella di un impiegato bancario che la domenica si trasforma in un temibile capo hooligan. Abituato com’ero all’immagine dei tifosi violenti inglesi che ci veniva fornita da TV e stampa negli anni seguenti la strage dello Heysel, non riuscivo a capire cosa c’entrassero questi due personaggi in quel mondo di “bestie ubriache” che sapevo essere il mondo del tifo inglese. Qualche anno più tardi, nel 1992, mi trovavo a Brescia in qualità di tifoso della Fiorentina (Brescia-Fiorentina del 22-11-1992). Conoscevo la pericolosità delle due tifoserie (e infatti c’era un notevole dispiegamento di forze di polizia), ma la mia voglia di andare in “curva viola” a tifare prevalse anche quel giorno sulle considerazioni per la mia salute fisica. Fu verso le 13.30 (la partita iniziava alle 14.30) che mi avvicinai a un tifoso fiorentino con la testa e la faccia coperta di sangue. Gli chiesi cosa fosse successo e mi disse che c’erano stati scontri tra le due tifoserie e che una sassata lo aveva colpito alla testa. Quello che mi disse dopo mi è rimasto particolarmente impresso: “Noi il nostro dovere l’abbiamo fatto, ora speriamo che quelli lì facciano il loro.” (Quelli lì erano i calciatori ospiti che si stavano scaldando). Ho raccontato questi due episodi, in quanto essi hanno costituito la principale “molla” che mi ha spinto a cercare di saperne di più, a cercare di capire come mai lo hooligan inglese del documentario fosse un ragazzo “a posto” (non corrispondente all’immagine truce che avevo degli hooligans), e come mai l’ultrà fiorentino (altrettanto a posto nell’aspetto) percepiva come suo “dovere” quello di scontrarsi coi tifosi avversari, quasi che questo aiutasse la squadra a giocare meglio. Questa mia curiosità, unita alla mia passione sfrenata per il calcio e per il tifo calcistico sia italiano sia inglese, mi ha spinto a presentare questo lavoro. E proprio il caso inglese e quello italiano sono al centro di esso, perchè ritengo che l’importanza del football nelle due nazioni, nonché l’attaccamento alla propria squadra di calcio, sia molto forte e, pur con tutte le differenze che metterò in evidenza, molto simile. Nonostante tutte le diversità tra i popoli inglese e italiano, comportamenti, passioni al limite della follia come quelle descritte nel film “Fever Pitch” (uscito nei cinema nei giorni in cui scrivo), sono riscontrabili in tutto e per tutto anche nel tifoso italiano. In molte scene del film (tratto dal best seller di Nick Hornby)2, viene da sorridere vedendo certi comportamenti 1 Roversi Antonio, Calcio e violenza in Europa, Bologna, Il Mulino, 1990, p.43 2 Honby Nick, Fever Pitch, London Indigo 1992

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