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Il commercio equo e solidale: il caso delle banane - Aspetti normativi, organizzativi e di mercato

Informazioni tesi

  Autore: Guido Cladini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2002-03
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Agraria
  Corso: Scienze e Tecnologie Alimentari
  Relatore: Carlo Pirazzoli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 137

La crescita della coscienza dei consumatori consente oggi di associare ai prodotti qualità estrinseche ad essi, che si concentrano sugli aspetti “sociali” o “etici”. Il commercio equo solidale sfrutta questi nuovi modi di consumo, proponendosi di stabilire nuove relazioni commerciali, basate sulla collaborazione e non sulla concorrenza per i profitti. L’obiettivo dichiarato è quello di trasformare i cittadini in “consum-attori”, in altre parole di elevarne le coscienze e tramutarli in consumatori consapevoli delle ripercussioni dei propri acquisti.
Il commercio equo solidale in Europa è ormai una realtà affermata, con un giro d’affari stimato pari a circa 260 milioni di euro in 18 paesi, ad opera di una miriade di organizzazioni aventi storia e dimensioni tra le più diverse. Il comparto “food” ha grande importanza e sta percorrendo la via della collaborazione con la grande distribuzione, veicolo primario per giungere a grandi masse di consumatori.
Un tale tipo di commercio ha richiesto procedure di controllo e di certificazione sfociate in veri e propri marchi di qualità. In Italia è presente il marchio “Transfair” che si ritrova su svariati prodotti alimentari del mercato italiano, sia nel canale specializzato che in quello più convenzionale degli ipermercati e supermercati. Tale marchio garantisce che il prodotto proviene da aziende che rispettano i diritti sindacali dei lavoratori, la partecipazione ai profitti di tutti i soggetti implicati, la non discriminazione, l’organizzazione democratica, l’ambiente. Ai produttori sono assicurati prezzi “equi”, che coprono i costi di produzione reali; il prefinanziamento dei raccolti (fino al 60% a volte) e contratti a lungo termine, che permettono ai produttori di pianificare interventi ed investimenti; risorse supplementari che i produttori utilizzano per miglioramenti di tipo sociale (sanitario, ambientale, educativo, infrastrutturale) delle popolazioni legate alle aziende produttrici.
Il mercato mondiale delle banane (stimato in 6,5 miliardi di dollari) è dominato da 5 imprese multinazionali che hanno basato le proprie produzioni sull’uso massivo di prodotti fitosanitari e lo sfruttamento dei lavoratori, riuscendo a tenere alti i propri profitti.
Il commercio equo solidale di banane mosse i suoi primi passi in Germania negli anni ’80. Le prime banane a marchio sono, invece, entrate sui mercati olandese e svizzero solo nel 1996, e da allora hanno iniziato ad essere presenti in tutti i paesi dell’Europa occidentale. In Italia, le banane del commercio equo solidale sono arrivate per la prima volta nel novembre dell’anno 2000 per opera di CTM Altromercato, un’azienda del commercio equo che non si avvale del marchio Transfair.
Le prime banane Transfair sono comparse sul mercato italiano alla fine dell’anno 2002, con la collaborazione di Coop Italia, che ha lanciato con questo prodotto il marchio “Solidal Coop”. Esse seguono anche il canale specializzato nei prodotti “bio”. La grande distribuzione permette di dare ampia visibilità al prodotto, dei trattamenti tecnologici ottimali campagne pubblicitarie specifiche.
Il prezzi delle banane del commercio equo solidale sono concorrenziali, in quanto inferiori del 20-25% a quelli delle altre banane “bio” (ma superiori a quelli delle banane convenzionali del 50%). Ciò risulta, insieme alla visibilità, un vantaggio sostanziale per il loro successo.
Grande importanza per la riuscita di tale prodotto hanno, comunque, la qualità, la reperibilità e l’informazione del consumatore.
Il commercio equo e solidale è sicuramente un’opportunità per i piccoli produttori di presentarsi sul mercato senza l’intervento di intermediari che operino speculazioni sui prezzi, di crescere dal punto di vista tecnologico, sociale ed economico. Si tratta, quindi, di una sorta di aiuto all’autosviluppo locale delle zone in cui le produzioni vengono effettuate, ma non può essere una soluzione della dipendenza dei paesi in via di sviluppo da un numero limitato di produzioni agricole per l’esportazione.

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INTRODUZIONE Lattuale sistema agroalimentare Ł soggetto ad una serie di forze che possono essere sintetizzate nel concetto di globalizzazione. Tale concetto fa riferimento soprattutto alla ridefinizione, aldil delle frontiere nazionali, dei processi di produzione e di commercializzazione propri delle aziende, con le imprese multinazionali come vettori ed agenti primari. Inoltre, si osservano la tendenza alla concentrazione dellindustria e del commercio, lespansione dellinfluenza delle imprese nella definizione dei prodotti alimentari, una certa omogeneizzazione delle pratiche di consumo, testimoniata dal consumo di marche internazionali. Queste tendenze dominanti portano a contraddizioni sostanziali, quali la concorrenza esasperata per mercati e profitti, la discordanza tra la banalizzazione dei prodotti e la ricerca della qualit, e, infine, la perdita di congruenza tra lomogeneit di consumo di prodotti delle principali marche internazionali da una parte, e le diversit regionali e culturali dallaltra. Tali contraddizioni danno opportunit alle forme di produzione e distribuzione alternative di divenire piø percorribili, ed aprono la strada a strategie mirate a sviluppare nuovi prodotti in conformit a qualit specifiche non intrinseche al prodotto stesso. Tali strategie sono facilitate dallemergenza di nuovi modi di consumo, basati su valori che sono creati socialmente e condivisi in un contesto di differenziazione crescente. La strategia, che soggiace a tali opportunit dautonomia, consta nel donare ai prodotti un valore sociale simbolico

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