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Il trattamento dei membri di organizzazioni terroristiche internazionali con particolare riguardo al ''caso Guantanamo''

Informazioni tesi

  Autore: Veronica Sgatti
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2003-04
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Marina Spinedi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 338

La presente tesi ha preso spunto dall’acceso dibattito in corso tra i giuristi sul trattamento cui hanno diritto le persone accusate di appartenere all’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda, catturate e detenute nella base militare statunitense a Guantanamo, Cuba.
Sin dall’inizio delle operazioni militari in Afghanistan (operazione Enduring Freedom), centinaia di persone, tra cui i membri del regime talebano e altri individui sospettati di collusione a vari livelli con il terrorismo internazionale, sono state catturate dalle forze afghane anti-Talebane e dalle forze armate statunitensi. Nel gennaio 2002, il Governo statunitense ha cominciato a trasferire gruppi di prigionieri detenuti nelle basi militari in Afghanistan a Camp X-Ray, campo di prigionia provvisorio situato nella base navale statunitense di Guantanamo, a Cuba. Ai sospetti “terroristi” catturati durante il conflitto armato in Afghanistan si sono in seguito aggiunti altri individui, sempre sospettati di terrorismo internazionale, catturati in altri Paesi, indipendentemente dal conflitto armato afghano.
Le condizioni del trasferimento dei prigionieri e le condizioni dell’internamento hanno suscitato polemiche presso l’opinione pubblica internazionale e sollevato perplessità presso alcuni Governi, a causa della manifesta violazione del principio di umanità del diritto internazionale.
Gli Stati Uniti giustificano queste palesi violazioni del diritto internazionale, nonché del diritto costituzionale statunitense, ritenendo di essere, dall’11 settembre 2001, implicati in un’inedita tipologia di conflitto armato: “la guerra contro i terroristi internazionali”. Secondo l’Amministrazione statunitense, trattandosi non di un conflitto internazionale tradizionale, ma di un conflitto contro un nemico impalpabile, invisibile, sostengono che le norme del diritto internazionale umanitario esistenti siano ormai desuete, obsolete, inadatte a fronteggiare un nemico la cui esistenza non poteva essere prevista nel 1949, quando sono state adottate le quattro Convenzioni di Ginevra, il corpus principale del diritto internazionale umanitario.
In questa tesi ci occuperemo in particolar modo dello status e del trattamento dei membri di al Qaeda. È infatti la condizione dei membri di tale organizzazione terroristica che sembra sollevare maggiori problematiche. In sostanza, se sotto questo profilo la nostra indagine appare più ristretta rispetto al dibattito in corso sulla condizione giuridica delle persone detenute a Guantanamo, essa si rivela in ultima analisi più ampia in quanto volta in generale a ricostruire quale sia il trattamento dovuto, in base al diritto internazionale umanitario consuetudinario e convenzionale e alle norme sui diritti umani, a tutte le persone detenute e sospettate di appartenere ad una qualsiasi organizzazione terroristica internazionale.
La nostra indagine proseguirà con l’analisi del Military Order del 13 novembre 2001 e delle relative istruzioni, con le quali il Presidente degli Stati Uniti ha adottato alcune misure per la detenzione e l’eventuale processo di individui, esclusivamente stranieri, “presuntivamente coinvolti a qualunque livello” in attacchi terroristici, o in progetti di attacchi contro gli Stati Uniti o i suoi cittadini. Ai sensi di tale ordinanza qualunque individuo che non sia cittadino statunitense (in violazione del principio di non discriminazione sulla base della nazionalità) e che il Presidente degli USA dichiari con disposizione formale di ritenere “un terrorista internazionale” sarà soggetto esclusivamente alla giurisdizione di Commissioni militari nominate ad hoc dal Segretario della Difesa. Nella conduzione di eventuali processi e nella raccolta delle prove, tali commissioni dovranno applicare speciali regole di procedura stabilite in via generale dalla stessa ordinanza.
Nonostante le garanzie che vengono accordate all’imputato, tra cui la presunzione di innocenza, il diritto a controesaminare i testimoni dell’accusa, di presenziare ad ogni udienza del giudizio, i principi del ne bis in idem e del nullum crimen, nulla poena sine lege, diano un’apparenza di equo processo, in realtà queste vengono controbilanciate dalla disparità tra accusa e difesa e, ancor più, dalla totale dipendenza di suddette commissioni dall’esecutivo statunitense, violando in maniera flagrante i requisiti di competenza, imparzialità e indipendenza di un tribunale.
Infine, esamineremo l’altro espediente adottato dagli Stati Uniti per giustificare il buco nero giuridico e morale di Guantanamo, consistente nell’affermare che, essendo Guantanamo in territorio cubano, quindi non sottoposto a sovranità americana, le autorità statunitensi non sono tenute ad osservare il diritto costituzionale statunitense e le norme di diritto internazionale cui sono vincolate.

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6 INTRODUZIONE La presente tesi ha preso spunto dall’acceso dibattito in corso tra i giuristi sul trattamento cui hanno diritto le persone accusate di appartenere all’organizzazione terroristica internazionale al Qaeda, catturate e detenute nella base militare statunitense a Guantanamo, Cuba. Come è noto, a seguito dei gravi atti terroristici commessi l’11 settembre 2001 sul suolo statunitense da individui appartenenti a tale organizzazione, il Presidente Bush dichiarava che tali atti avevano creato uno stato di “conflitto armato” con gli Stati Uniti, proclamava a sua volta ripetutamente “guerra al terrorismo”, chiedeva ed otteneva dal Congresso l’autorizzazione ad utilizzare le forze armate per combattere i terroristi internazionali, “ovunque si trovino”, e i Governi che li sostenevano e fiancheggiavano. Il 7 ottobre 2001 gli Stati Uniti, invocando il diritto alla legittima difesa individuale e collettiva, iniziano una vasta operazione militare in Afghanistan volta, non solo a smantellare le basi di al Qaeda, a catturarne i capi (in primis il saudita bin Laden) e a fermare l’azione dei “jihadisti”, ma anche a rovesciare il Governo afghano, espressione dei Talebani, accusati di tollerare e sostenere al Qaeda. Sin dall’inizio delle operazioni militari, centinaia di persone, tra cui i membri del regime talebano e altri individui sospettati di collusione a vari livelli con il terrorismo internazionale, sono state catturate dalle forze afghane anti-talebane e dalle forze armate statunitensi. Nel gennaio 2002, il Governo statunitense ha cominciato a trasferire gruppi di prigionieri detenuti nelle basi militari in Afghanistan a Camp X-Ray, campo di prigionia provvisorio situato nella base navale statunitense di Guantanamo, a Cuba. Ai sospetti “terroristi” catturati durante il conflitto armato in Afghanistan si sono in seguito aggiunti altri individui, sempre sospettati di terrorismo internazionale, catturati in altri Paesi, indipendentemente dal conflitto armato afghano. Le condizioni del trasferimento dei prigionieri – incappucciati, ammanettati, in uno stato di totale deprivazione sensoriale, legati da catene al pavimento dell’aereo – e le condizioni dell’internamento – le minuscole celle di Camp X-Ray, aperte su tutti e quattro i lati, prive di latrine individuali, paragonabili a “stie per polli” – hanno suscitato polemiche presso l’opinione pubblica internazionale e sollevato perplessità presso alcuni Governi, a causa della manifesta violazione dei principi di umanità e dell’apparente violazione delle norme fondamentali del diritto internazionale. Il numero dei prigionieri della “guerra al terrore” è aumentato costantemente: Guantanamo “accoglie” attualmente circa seicentocinquanta prigionieri provenienti da quarantadue Paesi, dalle diciassette lingue e dai ventitré dialetti.

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Parole chiave

conflitti armati
detenuti
diritto umanitario
status giuridico
terroristi

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