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I NT RO DUZ I O NE
Un populu mittitilu a catina, spugghiatilu,
attuppatici a vucca, è ancora libiru.
Livatici u travagghiu, u passaportu, a tavula unni
mancia, u lettu unni dormi, è ancora riccu.
Un populu diventa poviru e servu quannu ci arrubbanu
a lingua addutata di patri: è persu pi sempri.
Ignazio Buttitta, Lingua e dialettu, 1970
1
L’idea di questo lavoro nasce principalmente dalla mia passione
per i dialetti italiani, in particolar modo per il dialetto siciliano.
Essa nasce anche dal fatto che spesso ai dialetti viene attribuito un
valore di inferiorità rispetto alla lingua standard, come se fossero delle
varietà subalterne e meno nobili. Lo status reale dei dialetti è in realtà
quello di lingue vere e proprie, regolamentate da una propria
grammatica e struttura sintattica, pregne di storia e fattori identificanti
di una regione o parte di essa.
Inoltre alcuni dialetti vantano la presenza di una ricca letteratura.
Fino all’Unità d’Italia, nel nostro Paese, i dialetti erano capaci di
assolvere a tutte le esigenze comunicative della popolazione, per lo più
analfabeta e poco acculturata.
1
Traduzione in italiano: Un popolo mettetelo in catene, spogliatelo, tappategli la bocca, è
ancora libero. Levategli il lavoro, il passaporto, la tavola dove mangia, il letto dove dorme, è
ancora ricco. Un popolo diventa povero e servo quando gli rubano la lingua ricevuta dai
padri: è perso per sempre.
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Ad esempio in Sicilia, tra il ‘300 e il ‘600 sotto il governo degli
Aragonesi, il siciliano veniva usato come lingua dell’amministrazione
nei rapporti con i governi centrali in Spagna.
Successivamente, con il processo di alfabetizzazione e
standardizzazione della lingua italiana, di cui generalmente tutti
conoscono e condividono le norme, il dialetto è stato etichettato come
variante bassa della lingua e contestualmente associato a classi sociali
meno abbienti, così come a zone rurali o meno urbanizzate.
In realtà, oggi, possiamo parlare di una situazione di diglossia,
dove appunto vengono usati due codici linguistici diversi in base alla
situazione in cui i parlanti si trovano. Spesso si parla anche di “code-
switching” (o commutazione di codice) e “code-mixing”, enunciazione
mistilingue, poiché in uno stesso atto comunicativo viene alternato
l’utilizzo della lingua standard a quello del dialetto.
Il presente lavoro è suddiviso in tre capitoli, ciascuno dei quali ne
analizza diversi aspetti.
La prima parte del capitolo I fornisce dei brevi cenni sulla
sociolinguistica e sui concetti analizzati dalla scienza stessa, come ad
esempio il rapporto tra lingua e società.
Vengono altresì elencati i cinque tipi di variazione linguistica che
portano le lingue a subire mutamenti in base a diversi fattori, quali
tempo, spazio, contesto comunicativo, caratterizzazione socio-culturale
del parlante e mezzo o canale utilizzato nella comunicazione stessa.
Anche il capitolo II è suddiviso in due parti: nella prima vengono
forniti alcuni cenni sulla storia linguistica d’Italia; in seguito viene fatta
una distinzione tra ciò che è considerato lingua e ciò che è considerato
dialetto, fornendo anche una visione panoramica dei dialetti presenti sul
nostro territorio.
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Sono inoltre riportate due indagini statistiche, una condotta da
DOXA e una dall’ISTAT, riguardanti l’uso dell’italiano e del dialetto
nella penisola italiana.
La seconda parte tenta di identificare le caratteristiche tipiche
della fiction, quale prodotto televisivo, elemento fondamentale nel
presente lavoro. Dopo una prima parte introduttiva sulla storia della
fiction, vengono analizzati fondamenti e formati di cui si compone
l’industria fictional.
Il terzo ed ultimo capitolo costituisce il focus di questa tesi di
laurea. Esso si focalizza sull’uso dell’italiano nella fiction Màkari.
L’attenzione è incentrata su due puntate precedentemente scelte, ovvero
la prima e la quarta ed ultima puntata della prima stagione.
La prima parte di questo capitolo è dedicata alla presentazione
della fiction in questione, prestando particolare attenzione alle sue
caratteristiche e alle peculiarità dei personaggi principali.
Segue una breve trama delle due puntate, corredata dalle relative
sbobinature delle sceneggiature, realizzate con l’ausilio del software
“Final Draft Screenwriter”.
A conclusione del lavoro viene operata un’analisi dei tratti
dell’”italiano dell’uso medio” e di quelli più vicini al dialetto siciliano,
evidenziando la presenza e l’occorrenza degli stessi e quali personaggi
della fiction caratterizzano maggiormente.
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CAPITOLO I
NOZIONI DI SOCIOLINGUISTICA.
LINGUA E VARIAZIONE LINGUISTICA
1.1 Elementi di sociolinguistica
In parole povere possiamo dire che la sociolinguistica si occupa
di “come parla la gente”.
Tra i vari studiosi vi sono state interpretazioni e opinioni differenti
sul fatto se la sociolinguistica fosse una disciplina autonoma o no. Per
la maggior parte degli studiosi è intesa come un settore della linguistica
e della sociologia, o un’area interdisciplinare tributaria della linguistica
e della sociologia, quindi non autonoma. Mentre la grande opera
Ammon-Dittmar-Mattheier
1
ritiene la sociolinguistica come disciplina
autonoma, in quanto dotata di propri principi teorici, oggetti di ricerca,
metodi e obiettivi.
Quando si parla di sociolinguistica gli elementi in gioco sono
sempre il linguaggio e la società.
Per quanto riguarda il definire cos’è la sociolinguistica vari
studiosi la definiscono in maniera differente, qui di seguito ne elencherò
solo alcune.
Per Hudson la sociolinguistica è lo ‹‹studio della lingua in
rapporto con la società››
2
.
Per Cardona è ‹‹un ramo della linguistica che si propone lo studio
in senso lato dei rapporti tra società e attività linguistica››
3
.
1
Cfr Berruto (2001, p. 7).
2
Ivi., p. 8.
3
Ibidem.
12
Hymes invece definisce la sociolinguistica come un campo
pluridisciplinare che abbraccia linguistica, sociologia, antropologia
sociale, etnografia, folklore, poetica e psicologia
4
.
Questa interdisciplinarietà è considerata un ingrediente
importante della sociolinguistica anche da Mioni
5
, che appunto
considera la sociolinguistica come ‹‹un’etichetta interdisciplinare›› che
raggruppa al suo interno tutti quegli studi che abbiano come oggetto
principale il rapporto tra strutture e usi della lingua e strutture della
società.
Quindi possiamo affermare che:
a) La sociolinguistica è un settore degli studi linguistici,
appartenente alle scienze del linguaggio e non a quelle
della società;
b) I sociolinguisti di solito si considerano, e sono prima di
tutto, linguisti;
c) L’oggetto di studio della sociolinguistica è molto vasto e
comprende fenomeni linguistici che hanno a che fare con
la dimensione sociale.
Riassumendo possiamo definire la sociolinguistica come una
branca delle scienze del linguaggio, che studia se e come tratti
strutturali della lingua variano in base a fatti linguistici ed
extralinguistici, come ad esempio la caratterizzazione sociale del
parlante o il mezzo (parlato o scritto) attraverso il quale avviene la
comunicazione.
La sociolinguistica si occupa di 3 aree:
1) La dialettologia, ovvero lo studio dei dialetti e delle varietà
dialettali;
4
Ibidem.
5
Ibidem.
13
2) La creolistica: lo studio delle lingue pidgin e creole
6
;
3) La cosiddetta “linguistica delle varietà” che non è altro che
lo studio delle varietà di una lingua.
1.2 Assiomi della sociolinguistica
Secondo R. Simone ‹‹le lingue vanno descritte in relazione a chi
le adopera e non in astratto››, in quanto esiste un utente o una società di
utenti della lingua. Quindi ‹‹il modo in cui sono fatte le lingue e il modo
in cui cambiano nel tempo, trasmettendosi da una generazione all’altra,
sono profondamente influenzati dalle capacità di elaborazione del
linguaggio proprie dell’utente. Insomma esse portano nella loro
organizzazione strutturale la traccia del loro utente›› (Simone 1990: 10,
94).
Alcuni assiomi della sociolinguistica sono:
• Ogni individuo impara e usa la lingua nelle interazioni con
gli altri individui della comunità di cui fa parte, sfruttando
un potenziale mentale individuale, e quindi la lingua è sia
proprietà individuale che collettiva;
• Ogni lingua al suo interno è varia, è diversificata negli usi
dei parlanti e si articola in tante varietà di lingua;
• Ogni parlante ha la capacità di usare più di una varietà di
lingua, quindi sostanzialmente non parla allo stesso modo
in tutte le situazioni;
• Ogni persona parla in modo diverso dalle altre persone;
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I pidgin sono lingue semplificate nate, per lo più in ambito coloniale, dalla mescolanza e
dal contatto tra lingue straniere (per lo più europee) e lingue indigene utilizzate per la
comunicazione essenziale fra parlanti di diverse lingue materne. Il creolo è un pidgin che è
lingua materna di una comunità di parlanti, con una grammatica incrementata, un lessico più
sviluppato e funzioni più ampie. La creolistica è un corposo settore a sé delle scienze del
linguaggio.