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Azioni Post-Conflitto: Relazioni tra Civili e Militari e Caso Afghanistan

Informazioni tesi

  Autore: Eric Borda
  Tipo: Tesi di Master
Master in Operatore Esperto nella Gestione delle Crisi Umanitarie, Prevenzione dei Conflitti e Processi di Ricostruzione Post-Conflitto
Anno: 2020
Docente/Relatore: Daniele Paragano
Istituito da: Università degli Studi Niccolò Cusano - Telematica Roma
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 52

Questa tesi è disponibile nelle seguenti traduzioni:

Col presente lavoro, che annunciamo essere suddiviso in due diversi capitoli e comprensivo di una parte conclusiva oltre che della presente introduttiva, si ambisce a far luce su quelli che sono stati gli eventi che hanno favorito l’affiancamento delle operazioni di peacekeeping di “seconda” o “terza” generazione alle operazioni di peacekeeping classico, operazione, questa, che ha comportato l’acquisizione, da parte della componente civile di un peso paragonabile a quello della componente militare.
Le due componenti, viste le più recenti evoluzioni geo-politiche, si sono ritrovate dinanzi alla necessità di collaborare al fine di poter portare a termine ognuno i propri compiti. Se da un lato la componente civile, questa intesa come organizzazioni umanitarie, opera in termini di assistenza e supporto alle popolazioni colpite da guerra, fame e povertà, dall’altro lato, la componente militare opera in termini di sicurezza su quei territori. Se si considera il basso livello di sicurezza che vige nei territori afflitti dalle guerre, ben si comprende il motivo per il quale la componente militare sia necessaria per la componente civile, la quale, è in grado di assistere e supportare la popolazione sofferente anche grazie alla protezione che essa ottiene per mezzo della presenza militare nei territori di competenza.
Sebbene risulti evidente la complementarità delle componenti militari e civili, è opportuno sottolineare che la loro relazione cooperativa risulta essere lacunosa sotto diversi punti di vista. Tra i più importanti vi è sicuramente quello che, a causa di una mancata definizione dei ruoli spettanti ad ogni componente e di diverse strutture organizzative, metodologie di lavoro e finalità perseguite, rischia, da un lato, di ostacolare il perseguimento dei rispettivi obiettivi, dall’altro, di creare una spaccatura tra le due componenti, le cui conseguenze, data la natura delle loro azioni, andrebbero inevitabilmente a riversarsi sulle popolazioni martoriate dalla guerra.
In tal senso, una spaccatura tra le due componenti si è registrata nel 2004 in Afghanistan, territorio da anni vessato soprattutto a causa delle continue guerre, della povertà e delle scarse condizioni igienico-sanitarie. A decretarla è stata Medici senza Frontiere, ONG che ha reputato i Provincial Reconstruction Team (PRT), organismo amministrativo a carattere civile-militare che ha il compito di assistere le istituzionali locali di uno Stato nel consolidare e accrescere la propria autorità, responsabile dell’attacco terroristico che essa ha subito nel 2004 proprio in Afghanistan e che gli è costato la vita di quattro operanti.
In buona sostanza, Medici senza Frontiere prende le distanze dalle forme di cooperazione tra militari e civili perché sostiene che queste, anziché favorire il loro lavoro, di fatto, lo ostacolano, divenendo oltretutto responsabili di un’erosione dello spazio umanitario che porterebbe le ONG a divenire vittima della violenza che affligge un territorio, anziché soccorritori della popolazione che in tale territorio rischia di soccombere.
Si rende quindi evidente la duplice chiave di lettura della cooperazione tra civili e militari nei contesti di guerra. Da un lato la necessaria cooperazione tra le due componenti, dall’altro, il rischio che si delinei una mancata demarcazione tra i ruoli di una e i ruoli dell’altra.
Anticipato a grandi linee quello che è il tema centrale del presente lavoro, si sottolinea che esso sarà suddiviso nel seguente modo: il primo capitolo verterà sulle relazioni tra civili e militari, analizzandone quelli che sono stati gli eventi che l’hanno rese necessarie, e gli attori che ne prendono parte; il secondo capitolo, invece, sarà incentrato sulla delicata questione dell’Afghanistan, Paese che non ha fatto in tempo a riprendersi da decenni di conflitti e che è ripiombato, a seguito degli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre, in una situazione assai complessa. In riferimento a quanto si è recentemente verificato in Afghanistan, avremo modo di comprendere l’impatto che i PRT hanno avuto sull’Afghanistan e il perché questi vengano intesi da buona parte delle organizzazioni umanitarie come strumenti lesivi del loro operato.

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Master in Operatore Esperto nella Gestione delle Crisi Umanitarie, Prevenzione dei Conflitti e Processi di Ricostruzione Post-Conflitto
Anno: 2020
Docente/Relatore: Daniele Paragano
Istituito da: Università degli Studi Niccolò Cusano - Telematica Roma
  Lingua: Italiano
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6 1.1 INTERVENTI ED AZIONI POST-CONFLITTO Dal 1975, anno in cui Johan Gultang si è avvalso dell’utilizzo del termine “peacebuilding” per riferirsi alle attività necessarie a favorire la fine delle ostilità e ad affrontare le cause del conflitto, la letteratura si è prodigata a ricercare diversi altri termini e concetti utili a descrivere l’intervento della comunità internazionale nelle diverse fasi del conflitto. È così che si è giunti alla definizione di “peacekeeping”, “peacemaking”, “ricostruzione”, “rigenerazione” e “riabilitazione” 1 . L’elevato numero di termini disponibili lascia ben intendere la natura complessa e multidimensionale delle attività costitutive delle “operazioni di pace”. Il tentativo di definire e concettualizzate ciascuna attività, anziché portare a una definizione unica e rigorosa dei concetti, ha di fatto generato confusione e una sovrapposizione di queste. Tale condizione sta negativamente impattando sul processo di elaborazione di una teoria generale volta a definire priorità e individuare obiettivi, strumenti e risultati attesi dagli interventi di pace 2 . Gli interventi di pace presentano un carattere multifunzionale. Essi sono volti tanto alla prevenzione del conflitto quanto alla pacificazione, al mantenimento e/o imposizione della pace, all’aiuto umanitario e alla ricostruzione. Gli elementi che concorrono a distinguerli sono inerenti alla complessità organizzativa interna, questa intesa in termini di obiettivi perseguiti e attori chiamati a perseguirli. A tal riguardo, si evidenzia l’importanza del personale, oltre che delle agenzie delle Nazioni Unite, anche dei contingenti militari, della polizia civile 1 Dudouet Veronique, Transitions from Violence to Peace - Revisiting Analysis and Intervention in Conflict Transformation, Berghof Research Center for Constructive Conflict Management, Berlin, 2006; Fischer Martina, Recovering from Violent Conflict: Regeneration and (Re-) Integration as Elements of Peacebuilding, Berghof Research Center for Constructive Conflict Management, Berlin, 2004; De Zeeuw Jeroene, Building Peace in War- Torn Societies: From Concept to Strategy, CRU Occasional Paper, The Hague, Clingendael Institute, 2001; Pugh Michael, Regeneration of War-Torn Societies, Macmillan, London, 2000. 2 Sulla proliferazione dei termini associati ai moderni conflitti si veda: Goodhand Jonathan, Hulme David, NGOs and Peacebuilding in Complex Political Emergencies - Summary Documents, Manchester University Press, Manchester, 2000; Nafziger Wayne, Stewart Frances, Vayrynen Raimo, War, Hunger and Displacement: The Origins of Humanitarian Emergencies, Oxford University Press, Oxford, 2000; Azar Edward, The Management of Protracted Social Conflicts: theory and Case, Aldershot, Dartmounth,1990.

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Parole chiave

ricostruzione
crisi umanitarie
afghanistan
peacekeeping
peacemaking
covid
prevenzione conflitti
peacebulding
eric borda

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