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La corruzione tra privati

La corruzione tra privati: una corretta definizione del fenomeno

Esaminato l’ampio spettro di perplessità suscitate dall’art. 2635 c.c., reso merito a quest’ultimo di aver posto in rilievo il problema della corretta incriminazione dei delitti di corruzione del settore privato, occorre ora delineare, preliminarmente, la corretta fisionomia di tale ambito di afferenza. L’operazione consiste nel calare un concetto familiare al diritto penale, quello della corruttela, all’interno del peculiare settore di intervento nel quale è chiamato ad operare, quello privato.

Necessariamente pregiudiziale è un’indagine di tipo terminologico, volta a ricercare in primo luogo una definizione della locuzione “corruzione tra privati”, posto che la stessa non fa “storicamente” parte del lessico del legislatore italiano, il quale possiede senz’altro maggiore familiarità con la corruzione amministrativa di cui agli artt. 318 e ss. c.p. Dal punto di vista semantico l’espressione “corruzione tra privati” sembrerebbe presentarsi alla stregua di un ossimoro, atteso che nella nostra tradizione giuridica il concetto di corruzione è saldamente ancorato all’attività di un pubblico ufficiale o di un incaricato di un pubblico servizio e ad un atto d’ufficio da costoro venduto ad un privato, in cambio di denaro o altra utilità.

Parlare di corruzione in Italia significa, infatti, nell’immaginario collettivo, evocare il caso “Tangentopoli” e la conseguente inchiesta “mani pulite”: due eponimi assurti agli onori delle cronache del periodo con i quali si è contrassegnata una stagione di straordinario interventismo giudiziario di fronte ad una realtà correntemente definita ci corruzione “sistemica”. Nonostante che per fronteggiare tali fenomeni si sia fatto uso, al tempo, unicamente degli strumenti offerti dallo statuto penale della Pubblica Amministrazione, la realtà empirico-criminologica che emerge da quelle vicende giudiziarie, mostrata anche dal tenore delle sentenze che furono stilate dai giudici, è tale da sfumare e confondere i confini fra pubblico e privato, delineando una fenomenologia corruttiva molto più ampia rispetto a quanto descritto nel codice penale agli artt. 318 ss.

Accade così che anche in questi procedimenti, a volte, si possano riconoscere episodi di corruzione tra privati, che la prassi giurisprudenziale tende discutibilmente a sussumere all’interno della corruzione del pubblico ufficiale o incaricato di pubblico servizio, estendendone artificiosamente le maglie delle rispettive definizioni stipulative, ovvero ad adattare i comportamenti corruttivi alla fisionomia di altre e diverse fattispecie incriminatrici. Ma, anche grazie all’evoluzione dei rapporti commerciali, di affari e al mutato quadro socio-economico degli ultimi anni, si ritiene opportuno superare il ristretto ambito codicistico che tradizionalmente, fin dal codice Zanardelli, l’ordinamento riservava alla corruzione tenuto conto, oltretutto, dell’affermarsi sempre più deciso dell’impresa privata, con conseguente erosione delle prerogative degli enti pubblici e del maggiore trasferimento di funzioni da questi a quelle.

Si allude al processo storico di crescente privatizzazione delle imprese pubbliche, delle società a partecipazione pubblica e delle attività di erogazione di pubblici servizi: in una parola, al processo storico di passaggio dallo Stato-imprenditore allo Stato-regolatore, che segna una ritrazione dei soggetti pubblici dall’esercizio diretto e dal controllo indiretto di attività economiche. Ciò ha comportato una conseguente, necessaria, riallocazione della disciplina giuridica (e, segnatamente, del controllo penale) di tali attività dalla sfera pubblica a quella privata, con immediato impatto sulla disciplina della corruzione, dal momento che nuove occasioni di scambio corrotto andranno, così, semplicemente ad operare in un diverso ambito, non vincolato al rispetto di valori costituzionali come quelli di “imparzialità” e “buon andamento”, che assurgono, al contrario, ad oggettività giuridiche nei delitti di corruzione previsti dallo Statuto penale della Pubblica Amministrazione.

Si rende necessario, pertanto, oltre che opportuno, prendere confidenza con una nozione allargata e multiforme di corruzione, estendendola dapprima alla corruzione internazionale e, successivamente, all’ambito privatistico, che qui interessa. Se, però, non sorgono problemi rispetto all’inquadramento del concetto di corruzione internazionale, posto che è pacifico che la stessa riguardi i casi nei quali siano coinvolti agenti pubblici estranei all’ordinamento interno, qualche dubbio rimane nel definire in maniera efficace la corruzione nel settore privato.

Trapiantando, dunque, il predetto concetto di “corruzione” nell’ambito privatistico, ci si dovrà necessariamente riferire a tutti quei comportamenti riprovevoli perpetrati, solitamente, nell’ambito dell’attività contrattuale, ogniqualvolta sia prevista per almeno uno dei contraenti l’osservanza di determinate regole e/o condotte di comportamento, allorché una delle due parti richieda all’altra un vantaggio ulteriore per concludere la negoziazione. Tale fenomeno empirico si lascia definire, quindi, almeno in via preliminare e programmatica, non solo in termini negativi, vale a dire come uno scambio illecito intercorrente tra soggetti privi di qualifiche pubblicistiche, ma i suoi tratti distintivi sono riscontrabili, altresì, ove essa abbia luogo non già in una pratica sociale qualsiasi, ma “nell’ambito di attività commerciali” (art. 7, Convenzione penale sulla corruzione del Consiglio d’Europa), “nell’esercizio di attività imprenditoriali” (art. 2 n.1, Azione Comune del Consiglio dell’Unione Europea), “in una transazione economica” (come sancito, ad esempio, nel codice penale tedesco). Ci si riferisce, in definitiva, a pratiche corruttive che avvengano nello svolgimento di attività economiche o latu sensu di impresa.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La corruzione tra privati

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Informazioni tesi

  Autore: Renato Marini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma Tor Vergata
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Roberto Rampioni
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 141

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