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Attentional Blink e cambio di compito volontario

Ruolo dei processi di controllo nell’Attentional Blink

Nel corso dell’ultimo decennio, un sempre crescente numero di pubblicazioni ha animato la discussione sulle cause sottostanti il fenomeno AB, e in particolare il dibattito tra le teorie che attribuiscono l’AB alla capacità limitata delle risorse di elaborazione e le teorie che lo considerano invece come il prodotto del controllo attenzionale. I processi di controllo presiedono il comportamento cognitivo e motorio dell’individuo, dirigendo e coordinando le diverse azioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi.
A sostegno dell’ipotesi che l’effetto AB sia riconducibile all’azione dei processi di controllo, vi sono le numerose ricerche in cui si è dimostrato che (1) l’ampiezza dell’effetto può essere attenuata riducendo la concentrazione dei soggetti verso il rilevamento dei target, e che (2) è possibile identificare correttamente più target senza l’occorrenza di un AB, a condizione che non compaiano distrattori intermedi.
Quest’ultimo aspetto è strettamente associato al cosiddetto fenomeno del lag1 sparing (Potter, Chun, Banks & Muckenhoupt, 1998), che emerge nelle classiche prove di AB a due target: è stato riscontrato che quando T2 segue immediatamente T1 (entro i 100 msec) l’effetto AB scompare. Ciò significa che, in tali condizioni, la prestazione relativa a T2 diventa paragonabile a quella osservata in T2 per SOA superiori ai 600 msec. Sia Di Lollo et al. (2005) che Olivers e Meeter (2008) giustificano tali fenomeni affermando che, mentre il controllo cognitivo è per sua natura configurabile, le limitazioni strutturali della memoria a breve termine non lo sono. Inoltre, non è stata trovata una correlazione consistente tra l’ampiezza dell’effetto AB e le capacità individuali della memoria a breve termine (Martens & Johnson, 2008).
Uno dei primi studi condotti su questa linea fu quello di Olivers e Nieuwenhuis (2005), in cui si è falsificato l’assunto per il quale lo svolgimento di un’attività mentale distraente sottrae risorse alla capacità attentiva disponibile, interferendo con le altre attività. Ad esempio, Beilock et al. hanno dimostrato che i giocatori di golf professionisti migliorano la loro prestazione se, invece di concentrarsi solo sulla partita, svolgono un compito simultaneo di discriminazione uditiva (Beilock, Carr, MacMahon & Starkes, 2002).
Analogamente, nello studio di Olivers è stato riscontrato che l’effetto AB può essere significativamente ridotto se i soggetti sono impegnati in una simultanea attività secondaria, come ad esempio un compito di libere associazioni su un tema indicato o semplicemente ascoltare della musica durante l’osservazione degli stimoli. In altre parole, è emerso come uno stato di distensione mentale generalizzata conduceva a risultati migliori nel compito di RSVP, suggerendo che il rilevamento dei target potesse beneficiare di una attenzione diffusa piuttosto che focalizzata.
Gli autori hanno fornito tre ordini di spiegazione dei risultati: in primo luogo, il fenomeno potrebbe essere ricondotto ai livelli di arousal, poiché è stato dimostrato che l’arousal globale funge da modulatore del focus attenzionale (Aston-Jones, Rajkowski & Cohen, 2000; Easterbrook, 1959; Kahneman, 1973; Yerkes & Dodson, 1908).
In circostanze normali, i livelli di arousal sono impostati in modo da consentire una prestazione efficiente solo per T1, escludendo T2. Un aumento o un decremento di arousal (come accade nel caso delle libere associazioni e dell’ascolto di musica) potrebbe aver reso il sistema attentivo più suscettibile agli input, T2 compreso.
Una seconda spiegazione è che il compito distraente probabilmente induce uno stato affettivo positivo in grado di migliorare la performance di molti compiti cognitivi, specialmente quelli che richiedono una vasta e flessibile modalità operativa (Ashby, Isen & Turken, 1999).
Infine, ponendosi da un punto di vista più cognitivo, gli autori propongono come terza spiegazione l’ipotesi che il livello di attenzione generale si distribuisca diffusamente al fine di poter gestire anche il compito extra, e poiché questa diffusione avverrebbe anche a livello temporale, allora T2 potrà essere correttamente rilevato.
Per escludere l’ipotesi che il miglioramento della performance su T2 fosse dovuto ad un semplice aumento dei livelli di motivazione provocato dai compiti extra, gli autori hanno previsto una condizione sperimentale di RSVP standard in cui per ciascuna risposta corretta era prevista una ricompensa in denaro (o una detrazione in caso di risposta errata), al fine di incrementare la motivazione dei partecipanti al compito.
Nonostante ciò, i rilevamenti corretti di T2 non aumentarono rispetto alla condizione di controllo, e nemmeno se messi in confronto con le condizioni dei compiti extra.
Olivers e Nieuwenhuis (2005) conclusero quindi che il livello di motivazione generale eserciti una scarsa influenza sulla prestazione.
Con la presente ricerca, pur avendo notevolmente progredito nella comprensione dei meccanismi sottostanti l’AB, non sembra che gli autori abbiano fornito una spiegazione del tutto esaustiva dei risultati.
Ad esempio, non vengono specificati i meccanismi con cui lo stato di attenzione e/o di arousal subisce delle modifiche a seguito dei compiti extra, portando ad un miglioramento della performance. Oppure non viene spiegato perché l’induzione di uno stato attentivo diffuso nel compito di RSVP comporti una prestazione migliore associata a T2 ma non modifichi quella associata a T1. In ultimo, il concetto stesso di «stato diffuso della mente» non risulta chiaro dal punto di vista teorico, essendo aperto a molteplici interpretazioni.
Per ovviare a questi limiti, gli autori hanno proposto nell’anno seguente una nuova ipotesi esplicativa, definita Overinvestment Hypothesis (Olivers & Nieuwenhuis, 2006), che trae le sue radici dalle precedenti teorie sulla capacità limitata delle risorse di elaborazione (Chun & Potter, 1995; Jolicoeur & Dell’Acqua, 1998; Shapiro, Arnell & Raymond, 1997).
Al pari di queste ultime, gli autori assumono che, dopo una iniziale creazione delle rappresentazioni concettuali degli stimoli, vi sia un secondo stadio a capacità limitata al quale solo poche rappresentazioni riescono ad accedere, per poi essere successivamente consolidate e riportate.
Un ulteriore assunto è che l’accesso al secondo stadio si verifica a condizione che il grado di attivazione di uno stimolo superi una certa soglia interna di attivazione, e se stimoli diversi da T1 e T2 riescono ad oltrepassare la soglia, allora potrebbero interferire con il processo di consolidamento dei target, provocando così un effetto AB. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Attentional Blink e cambio di compito volontario

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Informazioni tesi

  Autore: Ilaria Polimeni
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Roma La Sapienza
  Facoltà: Psicologia
  Corso: Psicologia del lavoro e delle organizzazioni
  Relatore: Fabio Ferlazzo
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 61

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Parole chiave

ergonomia cognitiva
attenzione selettiva
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attentional blink
task switching
cambio di compito
processi di controllo
meccanismi inibitori
prove di shift

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