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I reportages di Anna Politkovskaja sul secondo conflitto ceceno

Storie di vita quotidiana in Cecenia

Leggendo i libri della Politkovsjaka, il primo pensiero che balena nella mente di un classico lettore europeo non può essere che: “è impossibile! Non può essere vero tutto ciò”. Facciamo fatica già a immaginarci come si possa vivere quotidianamente sotto i bombardamenti, come sia possibile lasciare tutto per cercare di fuggire, cosa voglia dire non avere niente da mangiare o bere per giorni. Ma la vita dei ceceni durante la guerra, così come ce l’ha descritta la giornalista, appare la riproduzione di un inferno pari, in cui ognuno tentava quotidianamente di sopravvivere a un nemico che spesso era difficile da identificare. Federali, miliziani, ceceni, tutti costituivano un pericolo e alla gente non restava che sperare che anche quel giorno la sua famiglia non venisse derubata, uccisa, rapita, torturata e qualche componente fatto scomparire. Chiunque poteva essere colpito, indipendentemente dal fatto che fosse innocente e non avesse niente a che fare con le “bande illegali” contro cui ufficialmente erano finalizzate le “operazioni antiterrorismo”. Questo degrado morale e fisico portò la popolazione cecena, incline a legami di solidarietà e all’aiuto reciproco, a perdere questa vocazione, a dubitare del vicino, a sperare che la sorte si accanisse su di lui risparmiando i propri cari. Il numero di spie in Cecenia, per esempio, diventò altissimo, e lo scopo era quello di denunciare qualcun’altro per risparmiare alla propria famiglia una “začiska”.
Nel panorama ceceno, proprio le pratiche delle “začiski” atte in teoria a catturare depositi di armi o ribelli, erano all’ordine del giorno. I cittadini russi, tramite i mezzi televisivi, venivano rassicurati sul fatto che queste operazioni fossero semplici “verifiche della residenza legale”, mentre, in realtà, esse assumevano le caratteristiche di veri “pogrom” o “spedizioni punitive”, utilizzate dai militari per accumulare bottini di guerra. Seguendo gli scritti della Poitkovskaja, si evince che la maggior parte di tali raid colpiva interi villaggi e durava alcuni giorni.
Un primo esempio di “spedizione punitiva” si ebbe nel villaggio ceceno di Novye Aldy, a pochi chilometri da Groznyj, il 5 febbraio 2000. Quella volta bastarono poche ore ai soldati per depredare l’intero villaggio e uccidere 55 persone. Secondo il dossier aperto dalla “Novaja Gazeta”, gli abitanti di Novye Aldy, stremati dai continui bombardamenti aerei, si recarono il 3 febbraio al 15° reggimento di fanteria per arrendersi. Il comandante promise di far cessare il fuoco, cosa che apparentemente avvenne il giorno successivo, portando la popolazione a uscire dai rifugi nei quali si era nascosta dal 1999. Ecco quindi che il 5 febbraio ebbero inizio i rastrellamenti. Una parte del reggimento si limitò a razziare le case, mentre un altro gruppo si occupò di uccidere. In base alle testimonianze dei sopravvissuti, gli uomini in divisa sarebbero stati ubriachi, ma lucidi: entravano nelle case, si facevano consegnare gli oggetti di valore e poi a seconda dell’umore del momento, uccidevano l’intera famiglia o un membro o nel caso decidessero di risparmiare a qualcuno la vita, bruciavano la sua abitazione e ammazzavano gli animali.
Gli abitanti aspettarono a seppellire i loro morti in attesa di inviati della procura, che non arrivarono. Fu respinta la richiesta di procedimento penale, mentre fu aperto un fascicolo dalla procura civile di Groznyj, ma l’indagine, trasferita in luglio alla procura del Caucaso Settentrionale, fu archiviata in quanto, a detta dell’assistente di Putin “gli elementi riguardanti la complicità delle forze militari nei fatti di Novye Aldy non si possono comprovare”. In realtà, la prova che a compiere i suddetti reati fossero stati gli uomini dell’OMON e del GUVD esisteva e consisteva in una ricevuta lasciata dagli stessi carnefici che recitava: “Qui c’è stato il battaglione 6 MSR 245. Comandante di compagnia..” (e firma). Nel 2004, momento in cui scriveva la Politkovskaja, nessuno dei parenti delle vittime aveva ricevuto indennizzi. L’inviata russa riteneva che non si fosse andati oltre nell’indagine per una questione di “inopportunità politica”: in vista delle imminenti elezioni del marzo 2000, Putin doveva continuare a sostenere la sua candidatura tramite le vittorie conseguite nel conflitto ceceno, e un tale misfatto avrebbe potuto danneggiarne l’immagine.
Le spedizioni punitive, tra il 2001 e il 2002, crebbero in maniera esponenziale toccando praticamente tutti i villaggi ceceni, con le modalità sopra descritte. Il villaggio di Starye Atagi, situato tra Groznyj e la valle di Argun (la cosiddetta “bocca di lupo”), per esempio, fu colpito dal 28 gennaio al 5 febbraio 2002 per la ventesima volta dall’inizio della guerra da uno di questi pogrom. Tutte queste operazioni servivano al governo per poter parlare di “un netto successo” nel conflitto, anche se di miliziani catturati non c’era traccia. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

I reportages di Anna Politkovskaja sul secondo conflitto ceceno

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Informazioni tesi

  Autore: Alice Giusti
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2010-11
  Università: Università degli Studi di Pisa
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze politiche e delle relazioni internazionali
  Relatore: Elena Dundovich
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 51

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Parole chiave

giornalismo
russia
cecenia
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