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Prevenire ed Intervenire in Presenza del Rischio Evolutivo

La diagnosi in età evolutiva

Gli strumenti diagnostici utilizzati per soggetti in età evolutiva differiscono molto da quelli rivolti a individui di età adulta. Generalmente in campo clinico ci si rifà al modello diagnostico offerto dal DSM IV. Esso costituisce la classificazione più recente basata su un sistema diagnostico multiassiale, che presenta per l'appunto vari Assi, ognuno dei quali rivolti ad uno specifico campo di informazione. Le diagnosi utilizzate sono di tipo categoriale, per cui viene valutata la presenza o l'assenza di un disturbo in base ai segni e sintomi riscontrati. Questo tipo di classificazione si richiama ad una concezione abbastanza tradizionale delle psicopatologie, che non tiene conto del fatto che, già nei primi anni di vita, l'individuo possiede una complessa strutturazione del funzionamento mentale e l'attivazione e la modulazione dei sistemi motivazionali di base, come ad esempio, quello della regolazione fisiologica e dell'attaccamento (Ammaniti M., 2001).
Inoltre, risulta necessario considerare che, nella valutazione psicologica di un bambino al di sotto dei primi tre anni di vita non può non essere valutata la cornice ambientale nella quale il bambino è inserito, intendendo in tal senso le condizioni socio-culturali del contesto di vita e le caratteristiche della famiglia di appartenenza del bambino, che specialmente nei primi anni rappresenta un elemento imprescindibile per un sano sviluppo psicofisico.
Infatti, anche se già nei primi stadi della vita, il bambino rappresenta un individuo dotato di una propria soggettività, con un orientamento attivo verso l'ambiente che lo circonda e un precoce mondo fantasmatico interno, allo stesso tempo è dipendente dalle cure materne o comunque dei suoi caregivers che attraverso gli innumerevoli scambi comunicativi promuovono il suo apprendimento sociale ed emotivo.
Per tale ragione l'attenzione viene focalizzata oltre che sugli aspetti individuali del bambino come lo sviluppo di specifiche abilità e il raggiungimento di compiti tipici dei vari stadi evolutivi, anche e soprattutto sulla relazione.
La matrice relazionale entro cui un bambino cresce, costituisce infatti una delle determinanti di maggior rilievo per il suo sviluppo, le prime relazioni di attaccamento influenzano precocemente l'organizzazione della personalità del neonato. "L'insieme degli scambi continui e prolungati tra il caregiver ed il bambino costituiscono un sistema di regolazione interattivo in cui ciascuna componente influenza e regola il comportamento dell'altro, favorendo oppure ostacolando l'adattamento e la crescita psicologica, proteggendolo da eventuali fattori di rischio psicopatologico o, al contrario, trasmettendoli attraverso le esperienze che il bambino vive nelle prime relazioni" (Ammaniti M., 2001, pag. 44).
Muovendoci, quindi, nell'ottica di una valutazione diagnostica integrata, sono molteplici i fattori da prendere in esame; le caratteristiche individuali di sviluppo del bambino, il profilo di personalità del caregiver, l'esperienza interpersonale tra il bambino ed il caregiver, l'esperienza soggettiva di entrambi i partner dello scambio interattivo e, infine, eventuali condizioni sfavorevoli come psicopatologia del genitore, deficit appartenenti al bambino e situazione socio-economica-culturale.
Per cogliere, dunque, la complessità tipica di questa fase precoce dell'infanzia, gli strumenti diagnostici impiegati fanno uso congiunto del metodo dell'osservazione diretta del bambino preso singolarmente e del bambino nella relazione col caregiver e del metodo delle interviste ai genitori sia prima del parto, che dopo la nascita, così da poter inferire il futuro stile di attaccamento dei bambini nei primi anni di vita attraverso i modelli di attaccamento genitoriali emersi dalle interviste.
Infine la relazione che si instaura tra il clinico osservatore, il genitore e il bambino rappresenta un ulteriore elemento che sarà necessario da considerare nel corso di un' adeguata valutazione diagnostica. In tal senso è bene non sottovalutare i movimenti transferali che si possono attivare dal genitore verso il clinico e la naturale contro risposta transferale del valutatore che, tuttavia, non deve com'è noto compromettere quella capacità valutativa scevra da condizionamenti utile al processo diagnostico.
La relazione instaurata con il clinico rappresenta, infine, un altro fattore da valutare e su cui riflettere, dal momento che inevitabilmente, essa va a condizionare, in qualche modo, ciò che si sta osservando.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Prevenire ed Intervenire in Presenza del Rischio Evolutivo

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Informazioni tesi

  Autore: Valentina Lepre
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2009-10
  Università: Università degli Studi di Napoli - Federico II
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Psicologia
  Relatore: Adele Nunziante Cesàro
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 113

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Parole chiave

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