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La sparizione del reale nel cinema di David Lynch

Il disagio dello spettatore

Il cinema di David Lynch, come già ripetuto molte volte, è caratterizzato da una messa in scena a volte eccessiva, emozionale e spettacolare, creata apposta per indurre nello spettatore delle emozioni ben precise, per sedurlo e abbacinarlo. Il suo cinema non è mai rappresentativo del reale, mai descrittivo ma sempre ipnotico, trascinante. Il suo spettatore è catturato fin dal primo fotogramma, in un meccanismo particolare, quasi magico. Lynch ha l’abilità di immergere lo spettatore in un mondo fantastico, dal quale difficilmente riuscirà a risalire o a comprendere razionalmente.
Lo stress interpretativo dello spettatore è condizione imprescindibile quando si guarda un film di Lynch. Il disagio nel non afferrare il significato delle storie raccontate è spesso accentuato dello sconvolgimento sensoriale che si patisce ogni qualvolta, ci si trova di fronte a scene anomale, iperreali o totalmente allucinate.
“Non amo spiegare il mio cinema e credo che nessun film abbia bisogno di spiegazioni. Sarebbe terribile.” Sicuramente è stato influenzato dal cinema di Hitchcock, anche lui impegnato, in un lavoro di coinvolgimento e fascinazione dello spettatore.
Il potere emozionale che si riversa nel pubblico, è determinato dall’atmosfera generale di angoscia che i suoi film evocano.
L’angoscia è un profondo stato psicologico causato dall’attesa di un imminente incontro con qualcosa di terribile, che minaccia il proprio essere. “Mi piace che la paura venga dalle cose più rassicuranti.
L’orrore è più forse se nasce in un ambiente che ci è familiare. Se si attribuisce un nome alla propria paura, essa diventa sopportabile. Se se ne ignora la ragione e si è senza difese, si è perduti. Allora si precipita in un terrore senza fine.”
L’angoscia poi, non è data dal momento in cui qualcosa può accadere, ma dalla prospettiva che quel qualcosa possa accadere. Lynch è un maestro nell’evocare tale atmosfera nei suoi film, come lo era Hitchcock, ricordate la suspense?
“I miei film sono spesso violenti, duri, non lo nego. Ma è il compito di un film: far sentire qualcosa. Profondamente. Un’abitudine che si va perdendo, purtroppo. Quando un film è forte, la gente ha immediatamente una reazione di rigetto, perché questa forza fa loro paura. In TV invece si vedono continuamente uomini morire assassinati, ma la scena è asettica: la vittima cade per terra, ed ecco una pubblicità di deodoranti. I telespettatori allora pensano che uccidere, in fondo, sia una cosa facile, pulita e per niente malvagia.”
L’angoscia non si manifesta solo in particolari scene o sequenza, ma è una vera e propria atmosfera che si respira in tutto il film, e il suo ultimo lungometraggio, Inland Empire, sembra essere quasi dedicato a questo stato d’animo. È nell’inconscio che trovano spazio le angosce e i sensi di colpa dei protagonisti che sembrano vivere in un mondo senza regole, perverso. Tutti i suoi personaggi hanno un segreto, qualcosa di eccezionale e tutti devono lottare contro loro stessi, contro la loro identità nascosta.
Per arrivare a questo traguardo, Lynch usa tutti gli strumenti che la tecnologia cinematografica gli ha messo a disposizione per creare una messa in scena esplosiva e potente. Tra le tecniche di regia più specificatamente lynchiane, vi è la soggettiva. La soggettiva è importante perché mostra il carattere personale del personaggio e la sua visione specifica del visibile. La soggettiva permette a Lynch di mostrare la scena psichica attraverso la moltiplicazione dei punti di vista e delle visioni allucinate dei suoi protagonisti. [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

La sparizione del reale nel cinema di David Lynch

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Informazioni tesi

  Autore: Valentina Calabrese
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2011-12
  Università: Libera Univ. degli Studi Maria SS.Assunta-(LUMSA) di Roma
  Facoltà: Lettere
  Corso: Editoria, comunicazione multimediale e giornalismo
  Relatore: Paola Dalla Torre
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 147

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