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Infermità mentale e diritto penale: alcune riflessioni sul tema dell’imputabilità. Ragioni che hanno portato alla chiusura degli ospedali psichiatrici giudiziari e prospettive future

L'imputabilità e il vizio di mente nel Codice Zanardelli

L'unico progetto che finalmente centra l'obiettivo della una codificazione unitaria, è quello elaborato dall'allora Ministro di grazia e giustizia e dei culti, Zanardelli, nel 1887. Tutto ciò, a quasi trent'anni dalla proclamazione dell'unità d'Italia. Il nuovo Codice Zanardelli venne approvato in parlamento con la legge 22 novembre 1888, n. 5108, e fu poi promulgato con il regio decreto 30 giugno 1889, n.6133, durante il governo Crispi. Viene considerato l'ultima tappa del lavoro di unificazione, della classe dirigente liberale, nell'epoca risorgimentale.
Vari sono i meriti di questo codice, che gli sono stati riconosciuti non solamente nel contesto italiano, bensì a livello europeo, ricevette molti apprezzamenti e fu spunto anche per i legislatori di altri paesi. Muovendoci sul terreno dell'imputabilità, ciò che in questa sede interessa, è la rilevanza che viene data all'elemento soggettivo del reato, e la considerazione dell'elemento morale accanto all'esecuzione materiale. Viene ribadito, nel codice penale, il concetto di non imputabilità, senza però essere definita dalla lettera del codice. Il legislatore del 1889, omette di specificare esplicitamente non solo il significato di imputabilità, ma anche quello di dolo, colpa, o altri titoli di imputazione dell'evento del fatto . L'art. 45, stabiliva: "nessuno poteva essere punito per un delitto, se non aveva voluto il fatto….come conseguenza della sua azione od omissione", mentre l'art. 46 aggiungeva: "non è punibile colui che, nel momento in cui ha commesso il fatto, era in tale stato di infermità di mente da togliergli la coscienza o la libertà dei propri atti. Il giudice, nondimeno, ove stimi pericolosa la liberazione dell'imputato prosciolto, ne ordina la consegna all'autorità competente per i provvedimenti di legge". Dalle cause di esclusione dell'imputabilità, sparirono imbecillità, pazzia, morboso furore e forza irresistibile, per lasciare spazio ad una laconica 'infermità di mente'. Dopo un periodo in cui le espressioni proposte dai vari membri delle commissioni, che cercavano invano di dare forma a un codice, si erano rivelate insoddisfacenti, questa formula raccolse vari consensi. Si ritenne che far riferimento a questo flessibile concetto, lasciasse sufficiente spazio alle interpretazioni dei magistrati, e in particolare la rinuncia a votarsi ad una teoria scientifica, esortasse a concentrarsi più che sulla malattia in sé, sugli effetti che esse produceva. Nella relazione davanti al Senato, Zanardelli, conscio della novità da lui introdotta, non mancò di specificare cosa dovesse intendersi per 'infermità di mente', e di fornire dei criteri per l'applicazione del codice, agli operatori del diritto. Ciò nonostante, le difficoltà di coordinamento tra le norme appena introdotte e la disciplina processuale già esistente, non tardarono ad arrivare.
Le principali complicazioni, erano dovute in larga misura, alla eliminazione dalle cause di non imputabilità della 'forza irresistibile', concetto di cui era stato fatto abuso durante la vigenza delle norme anteriori. I giudici, infatti, erano soliti a dichiarare non imputabile il soggetto che avesse agito spinto da stati passionali, ragioni morali o gelosia, proprio sulla base di questa 'forza' alla quale non poteva resistere. L'incertezza causata dall'art. 46, fu tale che l'operato dei giudici di primo grado, in ossequio alla nuova legge, fu più volte sottoposto all'esame della Cassazione, costretta ad intervenire, per confermare che gli stati emotivi e passionali, non escludevano affatto l'addebito del reato. L'intenzione del legislatore, invero, era proprio quella di rendere irrilevanti ai fini della sottoposizione del reo a giudizio, delle questioni riguardanti la sfera emozionale. L'art. 47, prevede poi una sorta d'imputabilità diminuita: "Quando lo stato di mente indicato nell'articolo precedente era tale da scemare grandemente l'imputabilità senza escluderla, la pena stabilita per il reato commesso è diminuita.." Viene quindi, positivamente rafforzata, la non imputabilità per vizio di mente, con l'intento di escludere il 'folle' dal sistema penale, dal momento che la sua mancata libertà d'azione, lo rende non punibile. Se la scelta operata dal legislatore sia stata sospinta da motivazioni etiche o politiche non è noto ai più. Qualcuno ha insinuato, che sia stata l'opportunistica finalità di 'liberarsi' del pazzo, affidandolo alle cure dei medici, a muovere l'organo normativo verso questa direzione. Ma questi sono argomenti che interessano il filosofo e il sociologo, più ancora del giurista. A colui che si occupa dello studio della legge invece, spetta l'analisi dei requisiti del substrato naturalistico del reo, sui quali si fonda la sua penale responsabilità. Manzini, spiega la questione, distinguendo tra il momento dell'imputabilità, intesa come capacità penale (astratta), e il momento della imputabilità, intesa invece come responsabilità concreta, legata alla presenza nella fattispecie dell'elemento soggettivo previsto dal legislatore.

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandra Bressaglia
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2011-12
  Università: Università degli Studi di Trieste
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Pierpaolo Martucci
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 171

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Parole chiave

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