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Macchine in dialogo: il test di Turing e la robotica

Ricostruzione del test tramite gli scritti di Turing

Ritornerò adesso ad esaminare la formulazione del test di Turing fornita da Turing stesso. Innanzitutto, il modello originale è quello del gioco dell'imitazione, disputato tra:
• un uomo A;
• una donna B;
• un terzo essere umano nella parte dell'interrogatore C.
Scopo di C, che non può vedere né sentire gli altri due partecipanti, è identificare correttamente A come X (un uomo) e B come Y (una donna), in un dato periodo di tempo, potendo contare solo sulle risposte fornite dai due alle sue domande. Mentre B emetterà risposte veritiere per agevolare C, A farà di tutto perché ciò non avvenga. La comunicazione avviene tramite telescrivente, per evitare che C possa ottenere indizi – aspetto fisico, voce, calligrafia – che agevolino il suo compito.
Come abbiamo avuto modo di notare, uno dei primi accenni al test nell'articolo Computing Machinery and Intelligence si presenta nel momento in cui Turing si chiede quanto potrebbero mutare le capacità di giudizio di C nel caso in cui ad A si sostituisca un'entità artificiale. Sorgono subito alcuni dilemmi, indotti dalla mancanza di ulteriori specificazioni da parte di Turing.
Un'interpretazione letterale del passo porta a credere che il nuovo gioco così modificato si debba disputare tra:
• una macchina A;
• una donna B;
• un terzo essere umano nella parte dell'interrogatore C;
gli scopi di A, B e C restano gli stessi. Perciò, anche adesso C vince il gioco se valuta A come un uomo e B come una donna. A, che pure adesso è una macchina, deve fare in modo di farsi passare per una donna. Si presume che C non sia tenuto a sapere che uno tra A e B è una macchina. Questa è la cosiddetta "interpretazione di genere" (cfr. Moor, 2001, 78) o "interpretazione letterale" (cfr. Piccinini, 2000, 574), una lettura del test di Turing che concentra l'attenzione sulla battaglia tra sessi; un gioco con scambi di ruolo che ha meno a che fare con l'opposizione uomo-macchina e più con quella maschio-femmina, nella quale la macchina si inserisce più o meno abusivamente.
Tuttavia, come già sottolineato, nel corso della presentazione del test Turing opera un improvviso scarto semantico, introducendo la contrapposizione tra macchina e uomo ed oscurando la presenza femminile. I duellanti diventano allora:
• una macchina A (Turing parla di un computer digitale C che assume il ruolo di A nel gioco);
• un uomo B;
• un terzo essere umano nella parte dell'interrogatore C.
Assumendo, in mancanza di specificazioni, che i ruoli di A, B e C, non vengano modificati, l'uomo è adesso tenuto a fornire aiuto all'interrogatore, presentandosi per ciò che è (un uomo), mentre la macchina deve cercare di replicare, quanto più fedelmente, l'essere che ha assunto il ruolo B, dunque, ancora una volta, un uomo.
C, come al solito, deve indovinare la vera natura di A e B. Questa nuova strutturazione viene indicata come "interpretazione standard" del test (Piccinini, 2000, 574): confronto tra esseri umani e macchine, in cui un interrogatore abile può richiedere alle macchine di dimostrare la [propria] padronanza del linguaggio, della conoscenza e delle capacità inferenziali umane. Possedere tali abilità è, secondo molti principi, un chiaro segno di intelligenza o pensiero (Ibidem).
Sebbene questo tipo di lettura sia stato accettato, negli anni, dalla maggior parte della critica, alcune proposte revisioniste hanno tentato di fornire sostegno a vantaggio dell'interpretazione di tipo letterale, recuperando l'importanza delle differenze di genere su quelle di specie. Chiaramente, nonostante le omissioni e le ambiguità dell'articolo di Turing del 1950, sembra abbastanza evidente che l'autore abbia pensato al test come ad un confronto tra un essere umano ed uno artificiale, in cui la componente sessuale viene introdotta per fare chiarezza sull'originale gioco dell'imitazione e trascurata, poi, quando da questo si passa ad illustrare il vero e proprio esperimento concettuale definito in seguito "test di Turing". Haugeland, che pure introduce il test secondo la visione letterale, sembra comprendere bene il motivo di questo passaggio semantico: l'idea di Turing, però, era quella di sostituire un calcolatore al candidato maschio e di vedere se, di fronte ad avversarie femminili medie, fosse in grado di confondere l'interrogante medio (essere umano) con altrettanta frequenza quanto un uomo medio. Se così accade il calcolatore "supera" il test. Perché mai un gioco così particolare dovrebbe essere un test per l'intelligenza (di tipo umano)?
In effetti, le telescriventi, il mettere in confusione l'interrogante e così via, sono solo un abito esteriore, per rendere il tutto opportunamente "sperimentale". Il nocciolo del test è la conversazione: la macchina è in grado di conversare come una persona? (Haugeland, 1988, 14-15).
Addirittura, lo stesso Turing ha modo di difendere la sua scelta di fare affidamento sulla strategia pensata per la macchina, ovvero «l'imitazione del comportamento di un uomo» (Turing, 1994 [1950], 124): pur potendo pensare, in linea con la tesi interpretativa letterale, che si riferisca al comportamento tenuto da un uomo che sta imitando una donna, quindi all'imitazione di un'imitazione, è difficile credere che ciò non venga specificato dall'autore. Né, d'altronde, si comprende la necessità di dover ricorrere a questa forma d'intermediazione, quando sarebbe molto più semplice impostare la macchina in modo che imiti direttamente il comportamento di una donna (cfr. Piccinini, 2000, 577). [...]

Questo brano è tratto dalla tesi:

Macchine in dialogo: il test di Turing e la robotica

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Informazioni tesi

  Autore: Alessandro Onorato
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scuola di studi umanistici e della formazione
  Corso: Teoria della comunicazione
  Relatore: Alberto Peruzzi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 152

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Parole chiave

comunicazione
intelligenza artificiale
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