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Postresuscitation care e Ipotermia post Arresto Cardiaco: dalle linee guida al nostro contesto clinico

Storia dell'ipotermia terapeutica

Le radici dell'utilizzo della riduzione di temperatura a scopo terapeutico risalgono all'antichità: l'induzione di ipotermia era già diffusa fra gli antichi egiziani, greci e romani; Ippocrate prescrisse l'applicazione topica di ghiaccio sulle ferite per favorire l'emostasi. Il chirurgo di Napoleone, il generale Larrey, durante le campagne militari osservò una mortalità più alta fra i soldati feriti che venivano scaldati rispetto a quelli che rimanevano esposti a temperature ambientali più rigide, e notò che vi era un'incidenza minore di infezioni nei pazienti che, accidentalmente, si trovavano in condizioni di ipotermia. Il moderno interesse clinico verso il raffreddamento corporeo programmato, al fine di indagarne l'eventuale accezione terapeutica, nacque fra il 1930 ed il 1940, anni in cui si moltiplicaro.no le osservazioni in merito al miglior outcome delle vittime di arresto cardiocircolatorio sottoposte, casualmente prima, e volutamente poi, ad un periodo di ipotermia, rispetto ai casi-controllo. Il primo studio scientifico riguardante l'utilizzo dell'ipotermia terapeutica in pazienti con traumi cranici gravi fu pubblicato nel 1945 dal neurochirurgo Temple Fay.
In questi anni i pazienti furono trattati con ipotermia severa, basandosi sull'erronea convinzione che l'importante riduzione della temperatura fosse il requisito necessario per l'efficacia del trattamento. Sempre nel 1954 Botterell pubblicò un articolo su "Journal of Neurosurgery" in merito alla possibile applicazione clinica dell'ipotermia a scopo di neuro-protezione durante clampaggio chirurgico della carotide. Nel 1950 Bigelow presentò il primo studio sperimentale sul raffreddamento programmato in ambito cardiochirurgico che, nove anni dopo, integrò con l'analisi delle modalità e delle tempistiche di riscaldamento.
Nello stesso anno Rosomoff, con uno studio caso-controllo su cani, mise in luce i vantaggi del trat.tamento con ipotermia moderata durante e dopo ischemia cerebrale focale. Dieci anni dopo, Safar indagò i benefici dell'ipotermia moderata sulla riduzione della mortalità e sull'outcome neurologico in pazienti che avevano avuto ritorno alla circolazione spontanea dopo arresto cardiocircolatorio. Nel ventennio successivo gli studi in merito alla possibile accezione terapeutica della riduzione della temperatura corporea furono discontinui per problematiche gestionali ed economiche. All'inizio de.gli anni ottanta si cominciò in modo sistematico ad analizzare gli effetti dell'ipotermia terapeutica sugli animali. Le specie studiate furono quelle più simili all'uomo per caratteristiche neurologiche e metaboliche dell'encefalo e per affinità della risposta del parenchima cerebrale al "brain injury": topi, maiali, conigli e cani. Il cardine di questi trials fu la valutazione dell'evoluzione della penombra ischemica cerebrale dopo trauma indotto, in gruppi di animali caso-controllo, trattati in regime di ipotermia moderata o di normotermia. I risultati furono univoci nell'attestare la riduzione del danno cerebrale secondario e dell'infarcimento della penombra ischemica nei gruppi trattati con raffredda.mento corporeo, decretando perciò l'efficacia del trattamento. Si attribuirono tali effetti alla riduzione del metabolismo cerebrale del 5-7% per la riduzione di ogni grado celsius. Posti i cardini di efficacia scientifica dell'argomento, dagli anni novanta si moltiplicarono gli studi sull'uomo, sempre incentrati sul tema dell'ipotermia come metodologia di protezione tissutale a seguito di insulto prima ischemico e poi da riperfusione. I due studi considerati dalla comunità scientifica le pietre miliari che decreta.rono definitivamente l'efficacia clinica dell' ipotermia terapeutica furono pubblicati nel 2002 su "New England Journal of Medicine", uno ad opera di Bernard e l'altro dell' "Hypothermia After Cardiac Arrest Study Group". Assieme ai numerosi studi condotti da Polderman sull'argomento, essi costitui.rono le basi per l'inclusione dell'ipotermia terapeutica nel trattamento consigliato per "Post Cardiac Arrest Care" nelle più recenti linee guida dell' American Heart Associatione dell'ILCOR.

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Postresuscitation care e Ipotermia post Arresto Cardiaco: dalle linee guida al nostro contesto clinico

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Informazioni tesi

  Autore: Laura Di Stefano
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2012-13
  Università: Università degli Studi Gabriele D'Annunzio di Chieti e Pescara
  Facoltà: Medicina e Chirurgia
  Corso: Infermieristica
  Relatore: Luigi Ferrante
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 71

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Parole chiave

rianimazione
118
arresto cardiocircolatorio
blsd
arresto cardiaco
ipotermia terapeutica
catena della sopravvivenza
danno celebrale

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