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Giornalisti in bilico: tra informazione e diffamazione. Dalla carta stampata alle nuove tecnologie, quando manifestare il proprio pensiero significa correre un rischio

Gli illustri precedenti giurisprudenziali

Il caso Sallusti, espressione emblematica di una notevole problematica legislativa, ha certamente riportato alla ribalta dell’attenzione sociale una tematica che apre le porte a grandi dibattiti di opinione; il disegno di legge elaborato dal Parlamento nei mesi di ottobre e novembre del 2012 è stato alquanto chiacchierato, tra indiscrezioni, voti segreti e polemiche; una legge nata per togliere il carcere ai giornalisti, nel dichiarato intento di salvare il direttore Sallusti dal carcere, ma che ha finito per confermare la previsione della detenzione, seppur diminuita ad un solo anno, e che ha finito con l’essere affossata a Palazzo Madama. Much ado about nothing, nonostante il fatto che la sceneggiata elaborata da Camera e Senato abbia alimentato, addirittura, le condanne dell’Europa: il clamoroso voto segreto nell’aula del Senato sull’emendamento leghista che ripristinava il carcere per i giornalisti nel testo che doveva cancellarlo, ha suscitato «grande preoccupazione» in Nils Muiznieks, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, il quale ha affermato che sarebbe stato un «grave passo indietro¬ per l’Italia. D’altronde, guardando al passato del nostro Paese, non è la prima volta che una decisione della magistratura porta il Parlamento ad elaborare riforme di legge, che, tuttavia, vengono messe nel dimenticatoio non appena il caso si sgonfia. […]

Il caso più significativo e sconcertante, tuttavia, resta quello di Giovannino Guareschi: scrittore, giornalista, caricaturista e umorista italiano, è stato lo scrittore italiano più tradotto in assoluto, e ciò grazie alla sua creazione più nota, anche per le trasposizioni cinematografiche, di Don Camillo. Una vita movimentata, politicamente attiva, e una penna pungente e pronta ad attaccare senza riverenza i bersagli che più gli sembravano meritevoli di critica, lo portarono in più occasioni ad essere giudicato, come quando nel 1950 fu condannato con la condizionale a otto mesi di carcere nel processo per vilipendio al Capo dello Stato, Luigi Einaudi, a causa di alcune vignette del suo giornale, il satirico Candido, che avevano messo in risalto che Einaudi, sulle etichette del vino di sua produzione, permetteva che venisse messa in evidenza la sua carica pubblica di senatore;

Guareschi non era l’autore materiale della vignetta, ma fu condannato in quanto direttore del periodico. L’episodio che maggiormente colpì, e tutt’oggi viene ricordato come saliente, tuttavia, è la condanna per diffamazione su denuncia di Alcide De Gasperi, potente politico italiano democristiano del dopoguerra: il 24 e il 31 gennaio 1954, sul Candido, vennero pubblicate due lettere risalenti a dieci anni prima, in piena Seconda Guerra Mondiale, e firmate da De Gasperi, che ai tempi aveva trovato rifugio in Vaticano; le missive erano dirette al generale britannico Harold Alexander, comandante delle forze alleate in Italia, chiedendo il bombardamento di alcuni punti nevralgici di Roma, come l’acquedotto, «per infrangere l’ultima resistenza morale del popolo romano¬ nei confronti di fascisti e truppe tedesche. Lo scottante materiale venne sottoposto a Guareschi da Enrico De Toma, e nonostante Indro Montanelli avesse cercato in ogni modo di convincere il collega a non pubblicarle, egli, convinto dell’autenticità, poiché aveva fatto sottoporre le lettere ad una perizia calligrafica, le rese pubbliche; ad inizio febbraio venne querelato, il 13 e il 14 aprile ebbero luogo la seconda e la terza udienza, e il 15 giunse la condanna di dodici mesi di carcere per diffamazione. Il giornalista non solo non presentò appello, ma si recò in prigione, affermando che «per rimanere liberi bisogna, ad un bel momento, prendere senza esitare la via della prigione»; nel frattempo, venne rubata dalla sua abitazione la macchina da scrivere e alcune cartellette legate alla faccenda del cosiddetto “Ta-pum del cecchino”, così viene ricordata la vicenda, mentre le due lettere non poterono essere trovate, in quanto custodite in Svizzera da De Toma; sul piano probatorio, mentre la prima lettera era dattiloscritta e risultava autografa solamente nella firma, la seconda era interamente autografa, risultava di pochi giorni successivi alla prima e ad essa strettamente connessa, anche sotto il profilo contenutistico, avrebbe potuto, quindi, comprovare o demolire la tesi di Guareschi.

De Gasperi affermò, per mezzo del suo avvocato, che non aveva senso effettuare perizie sui documenti, in quanto rilevavano sul piano processuale, ben più del giudizio di periti, il giuramento dello stesso De Gasperi e le prove fornite dai graduati inglesi che avevano sostenuto la tesi dell’onorevole democristiano; il Tribunale di Milano non mostrò, per contro, alcuna curiosità per i documenti agli atti, negó l’effettuazione della perizia calligrafica e negò persino la possibilità di escutere le testimonianze potenzialmente favorevoli allo scrittore in ordine alla provenienza e alla attendibilità dei documenti attribuiti a de Gasperi, tra cui anche quelle di persone vicine allo stesso De Gasperi: «Le richieste perizie chimiche e grafiche si appalesano del tutto inutili, essendo la causa sufficientemente istruita ai fini del decidere¬; l’unica perizia effettuata in questa sede fu quella del perito calligrafo Umberto Focaccia, accreditato presso il Tribunale milanese, il quale dichiaró l’autenticità delle due lettere, tuttavia, tale parere fu citato, ma non considerato, dalla sentenza di condanna. Nel 1956, nel corso del processo intentato in contumacia contro De Toma, il Tribunale di Milano affidò a un collegio di tre periti l’esame delle due lettere negato due anni prima a Guareschi e la conclusione fu che «non esistevano prove tali da stabilire inequivocabilmente la falsità delle lettere»; a quel punto, il Tribunale incaricò un quarto perito che ritenne le lettere «sicuramente false»; tra un'analisi e l'altra, il 17 dicembre 1958 i Giudici dichiararono estinto per amnistia il reato di falso e assolsero De Toma dall’accusa di truffa per insufficienza di prove, con l’ordine di distruggere i documenti. Divenuta esecutiva la sentenza, alla pena fu accumulata anche la precedente condanna per vilipendio al Capo dello Stato, così Guareschi venne recluso nel carcere di San Francesco del Prato a Parma, per 409 giorni, oltre a sei mesi di libertà vigilata ottenuta per buona condotta; rifiutandosi di chiedere la grazia, egli è stato il primo giornalista della Repubblica Italiana a scontare interamente una pena detentiva in carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa.

Per tornare a tempi più recenti, altri due avvenimenti di cronaca di asserita “malagiustizia” hanno portato, all’inizio degli anni 2000, ad un tentativo di riforma senza successo: nel dicembre 2001, Stefano Surace, giornalista italiano che viveva a Parigi da circa trent’anni anni, tornò a Napoli per visitare il fratello gravemente malato, consapevole di essere ricercato per una condanna inflittagli in contumacia e diventata definitiva, senza sapere esattamente per quale motivo; si mostrò alla macchina della giustizia, che ne ordinò la cattura per residuo di pena di ben 2 anni, 6 mesi e 12 giorni per pubblicazioni oscene e diffamazione. Infatti, negli anni Sessanta Surace era direttore del settimanale Le Ore, sul quale aveva pubblicato due articoli in merito ad un abuso commesso da un colonnello dei Carabinieri e a dei “pasticci” di bilancio di una Cooperativa vesuviana, i quali sentendosi diffamati avevano sporto querela; il processo era andato avanti senza di lui, in quanto residente a Parigi, e le condanne in contumacia, divenute esecutive, lo portarono, a distanza di anni, ormai settantenne, ugualmente in prigione. Il caso finì su giornali italiani e non, che evidenziarono come fosse riduttivo fornire un’immagine del giornalista, che era stato inviato di Abc, aveva scritto notevoli inchieste sul mondo carcerario, aveva fondato l’Associazione italiana detenuti ex detenuti, aveva scritto un libro sulla misteriosa morte di Mino Pecorelli, giornalista e direttore di Osservatorio Politico ucciso nel 1979, come un misero “sostenitore della pornografia” e “diffamatore”; incarcerato a Napoli, scrive per Libero, richiama l’attenzione delle alte cariche dello Stato, ottiene gli arresti domiciliari e torna a Parigi, dove, significativamente, tiene una conferenza: “In Italia la libertà di stampa ê in pericolo”.

Nello stesso anno, per il giornalista Lino Jannuzzi diventano definitive ben tre condanne inflittegli per diffamazione a mezzo stampa commesse tra il 1991 e il 1993, durante la sua direzione de Il Giornale di Napoli; la prima è ai danni di Pasquale Nonno, direttore del Mattino di Napoli, che, a suo dire, ha usato parole che ricordano la prosa di Mino Pecorelli in una polemica su Cossiga, quindi carcere di un anno per diffamazione e minaccia; la seconda per un giudizio espresso sull’allora Giudice istruttore del processo Tortora, quindi un altro anno; la terza, infine, per un articolo non firmato, a lui attribuito in quanto direttore, su un farmacista di Napoli, quindi 5 mesi e 10 giorni; per un totale di 2 anni, 5 mesi, 10 giorni di prigione. Jannuzzi, tramite il suo legale, chiede l’affidamento ai servizi sociali, negati dal Tribunale di sorveglianza di Napoli in quanto il richiedente non aveva mostrato alcun ravvedimento, e perché la sua professione di giornalista non era idonea a favorire quel tipo di percorso di rieducazione del condannato; il giornalista, che aveva contribuito alla nascita di Radio Radicale, del Foglio, collaboratore di Panorama e dell’Espresso, viene ritenuto irrecuperabile, se non con la detenzione; viene messo agli arresti domiciliari, con il permesso di uscire di casa dalle 8 alle 19 per i lavori parlamentari in quanto senatore di Forza Italia, e viene graziato nel 2005 dal Presidente della Repubblica Ciampi.

Le due circostanze di fatto qui delineate hanno portato all’elaborazione di proposte di modifica delle vecchie norme, con un disegno di legge che si è arenato nel 2003 alla Camera, per un emendamento che riproponeva la galera per i giornalisti, e un nuovo testo che ha trovato l’affossamento in Senato nel 2004, il tutto condito da scontri e dibattiti, nonché dall’opposizione della categoria giornalistica che riteneva la nuova legge peggiore di quella precedente, per cui ha vinto la prospettiva del “meno peggio”; insomma, dopo aver visto ripetersi i medesimi meccanismi e strategie con il “caso Sallusti”, sembra proprio che dobbiamo abituarci a dei veri e propri déjà vu, soprattutto alla luce del passaggio in atto tra carta stampata ed evoluzione tecnologica, che apre le porte a numerose altre problematiche.

Questo brano è tratto dalla tesi:

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Informazioni tesi

  Autore: Marika Poggese
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2012-13
  Università: Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Oreste Pollicino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 232

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libertà di espressione
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