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La regalità di Cristo nel Medioevo tra teologia e politica

Sviluppi della dottrina su Cristo re

Con Bonifacio VIII (1294-1303), la dottrina teocratica medievale raggiunge il suo vertice più alto e trova ampia espressione nelle Decretali del 1298 e in varie bolle emanate da lui, in particolare la celebre Unam Sactam. Alla sua scuola di pensiero sono legati tre monaci agostiniani: Egidio Romano, Giacomo da Viterbo, Agostino Trionfo e diversi teologi tra cui Matteo d’Acquasparta e il canonista Enrico da Cremona. Sull’altro versante, nel novero dei sostenitori delle tesi laiche, si trovano Giovanni da Parigi, che rappresenta una posizione intermedia rispetto a quelle assunte da Pierre Dubois, molto ascoltato da Filippo il Bello, dal teologo Giovanni di Jandun e dal suo amico Marsilio di Padova.

Il pontificato di Bonifacio VIII ha esercitato un’influenza rilevante sullo sviluppo del pensiero politico medievale. In questo periodo storico fanno da catalizzatori per la riflessione teorica i drammatici confronti politici con Alberto I d’Asburgo (eletto re di Germania nel 1298) e con Filippo IV il Bello re di Francia. Di fronte a un papa che non esita a legittimare le proprie azioni politiche, ricorrendo alla preminenza assoluta del suo ufficio sulla cristianità tutta, gli avversari sono spinti a sottoporre a esame critico i fondamenti ideologici delle sue rivendicazioni. Alla lotta politica e diplomatica si affianca così un vivace dibattito pubblicistico, i cui protagonisti si pongono sempre più su un piano teorico, cercando giustificazioni di princìpio. Il loro procedimento è infatti deduttivo, secondo un metodo tipico dell’indagine medievale, riconosciuto e perseguito in tutti i campi del sapere. La riflessione di questi scrittori politici riguarda, da un lato, la natura del potere temporale del papa, e dall’altro, il problema dell’origine del potere in quanto tale nella sua duplice dimensione religiosa e politica.

Appartiene proprio a questo periodo l’origine di un genere letterario specifico, nel quale trovano espressione le idee politiche del tempo: i trattati De potestate papae. Si tratta di testi di carattere sistematico, che hanno come oggetto principale il potere del papa e il rapporto con gli altri poteri appartenenti alla sfera spirituale o temporale. Sono costruiti con tecniche argomentative sviluppate nella cultura universitaria del tempo. Si fondano su tesi scritturistiche, sulla tradizione, in particolare sul pensiero politico di Agostino e sulla concezione gerarchica di Dionigi. Accolgono e piegano al proprio scopo le tesi politiche tratte dalla Politica e dall’Etica Nicomachea di Aristotele.

Prima di affrontare il discorso sui trattati De potestate papae, bisogna tener presente un ultimo tassello importante per il nostro discorso sulle implicazioni politiche legate al concetto della regalità di Cristo. Per i teologi del XIII secolo, come si è più detto volte, la regalità di Cristo non è solo una dignitas ma anche un officium. Se Gesù è re, e se – come insegnava Isidoro nelle Etimologie – “re” viene da “reggere”, cioè “governare, bisogna dunque riconoscere che la regalità di Gesù Cristo gli è data anche per reggere o per avere il potere di farlo . In questa prospettiva essa finisce per avere un senso sociale e delle conseguenze ecclesiologiche. Predicare la regalità di Cristo significa, infatti, predicare la regalità non solo spirituale ma anche “regia” della chiesa e della sua gerarchia. È evidente che vi sono alcuni atti della sfera religiosa che hanno valore giurisdizionale, come decidere chi è idoneo alla consacrazione, assegnare questa o quella parrocchia, stabilire le modalità con cui si devono distribuire le offerte ai poveri, decidere dei beni della chiesa… Prìncipi e imperatori non fanno difficoltà a riconoscere questo tipo di potere “regio” spirituale ai ministri dell’ altare. Il disaccordo nasce invece di fronte alla loro pretesa di un potere temporale. Di qui una vivace pubblicistica che, a seconda degli interessi in gioco, difende o combatte l’auctoritas regia della gerarchia. In generale questi scritti fondano il discorso sulla potere della chiesa su diverse argomentazioni.

a) Concezione gerarchica dell’uomo. Il pensiero medievale si nutre di una visione del mondo ordinato al suo creatore. Tutto si dispiega in base ad un ordo, una disposizione gerarchica di ogni ente e di ogni forma di organizzazione umana in rapporto a Dio. Anche la concezione del potere non sfugge a tale legge. Se non si vuole infrangere l’unità che l’ordo assicura, si deve affermare la superiorità di uno dei due poteri sull’altro: spetta al gladium spirituale la superiorità e al gladium temporale, che è imperfetto, l’essere subordinato e a disposizione (ad nutum) di ciò che è più perfetto. Giacomo da Viterbo sosterrà persino che non esistono due spade, ma un’unica spada a doppio taglio, nel senso che uno è il potere anche se assume due forme distinte ma non del tutto separate tra loro. Uno è il potere e uno è colui che per volere di Dio detiene la massima autorità spirituale e politica: il papa. Questi, però, per ragioni di convenienza, esercita direttamente la spada spirituale e affida quella temporale al prìncipe.

b) Prove bibliche. Tra le citazioni scritturistiche, poste a fondamento del potere assoluto del papa, assumono grande importanza quelle che presentano la chiesa come un Regno e quelle che testimoniano dell’autorità che Cristo ha avuto sugli uomini e sulle cose. Ma si cita anche il sacerdozio di Aronne e la sua relazione con il potere giurisdizionale per giustificare l’attuale relazione Regnum e Sacerdotium. Su questi passi biblici avremo modo di ritornare più avanti.

c) Fonti patristiche e teologiche. Si fa riferimento in particolare ad Agostino (agostinismo politico), che sostiene una concezione essenzialmente negativa del potere politico, considerato come rimedio concesso da Dio dopo il peccato di Adamo. Tra i teologi medievali, si citano soprattutto Ugo da S. Vittore, Bonaventura, Tommaso d’Aquino.

d) Prove filosofiche e giuridiche. Si rivendica la natura della chiesa come societas perfecta e come regnum, facendo ricorso al diritto romano per applicare alla chiesa quelle concezioni che furono elaborate in riferimento all’impero e all’imperatore. L’espressione regnum ecclesiae non è più una metafora per indicare il “regno di Dio”, ma indica una realtà estremamente concreta e tangibile come lo può essere un principàto e un regno temporale. La sua superiorità è data dal fine universale che esso persegue: la salvezza delle anime. Tale regno assicura non solo la sopravvivenza ma anche il vivere virtuosamente, al di sopra della mera soddisfazione dei bisogni materiali (tale argomentare rimanda al libro III della Politica di Aristotele, filtrato attraverso la prospettiva cristiana).

e) Dottrina della regalità di Cristo. Partendo dall’assunto che la regalità di Cristo sia anche un “ufficio”, un “potere effettivo”, ci si domanda quale potere Gesù abbia concretamente posseduto in quanto Dio e in quanto uomo, e quali poteri abbia realmente trasmesso al suo vicario in terra. L’analisi della regalità di Cristo così intesa costituirà il cavallo di battaglia di molti teologi e controversisti medievali.

Grazie ai trattati De potestate e a tutta una letteratura minore dal carattere polemico-propagandistico (Pamphlet o opuscoli), la dottrina della regalità di Cristo riceve nel XIV secolo un nuovo impulso e compie un ulteriore progresso. I teorici del potere papale sono tanti, canonisti e teologi. Essi realizzano una costellazione di trattati di diversa importanza ma dai titoli molto simili. Tra quelli che riscuotono maggior fama troviamo Tolomeo da Lucca (Determinatio compendio-sa de iurisdictione imperii, 1281), Enrico da Cremona (De potestate papae, 1300-1301), Egidio Romano (De ecclesiastica potestate, 1301-1302), Giacomo da Viterbo (De regimine christiano, 1301-1302), Matteo d’Acquasparta (Sermo de potestate papae, 1302), Pietro della Palude (Tractatus de potestate papae, 1317), Agostino Trionfo (Summa de potestate ecclesiastica, 1320. Tra i teorici della monarchia troviamo il teologo Giovanni da Parigi (De potestate regia et papali, 1302-1303), il giurista Pierre Dubois (De recuperatione Terrae sanctae, c. 1305), una serie di libelli anonimi databili agli inizi del trecento (Quaestio in utramque partem; Antequam essent clerici; Disputatio inter clericum et militem…) e la quaestio de potestate papae comunemente conosciuta come Rex Pacificus.

Nei trattati de potestate per la prima volta si tratta della regalità di Cristo in forma articolata, ponendola in relazione con il concetto di dominium o di potere temporale. Egidio Romano e Giacomo da Viterbo se ne servono per giungere alla medesima conclusione: la pienezza dei poteri spirituale e temporale risiede nel papa quale vicario di Cristo. Ma le loro vie argomentative per dimostrare questa tesi tendono a differenziarsi con notevoli divergenze.

Questo brano è tratto dalla tesi:

La regalità di Cristo nel Medioevo tra teologia e politica

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Informazioni tesi

  Autore: Maria Annunziata
  Tipo: Tesi di Dottorato
Dottorato in Teologia dogmaica, cristologia medievale
Anno: 2009
Docente/Relatore: Antonio Terracciano
Correlatore: AdolfoRussoLuigiLongobardo
Istituito da: Pontificia Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale
Dipartimento: San Tommaso D'Aquino
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 217

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