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Leandro Arpinati. Un gerarca fascista fra calcio e politica

Arpinati alla guida della FIGC (1926-1933)

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Quando Arpinati venne chiamato alla guida della Federazione Italiana Giuoco Calcio nel 1926, il football italiano stava attraversando un fase controversa e caotica, che rischiava di compromettere seriamente la stabilità degli organi incaricati di assicurare il regolare svolgimento delle competizioni nazionali.

Dopo essere stato concepito inizialmente come passatempo per stranieri (di origine prevalentemente inglese) e membri dell’alta borghesia, negli anni Venti del Novecento questo sport andava pian piano accrescendo la propria popolarità all’interno della intera società italiana (raggiungendo i livelli di interesse suscitati dall’automobilismo e dal ciclismo nel decennio precedente) che, dopo la fine del conflitto mondiale, stava vivendo al suo interno notevoli trasformazioni di ordine ideologico-politico, non ultima in questo senso l’ascesa del PNF.

Antonio Papa sostiene in linea generale che “la rivoluzione tecnologica dell’Ottocento aveva fatto compiere impensabili progressi alla cultura materiale dello sport” , e l’intero fenomeno della Rivoluzione industriale manifestatosi in Europa in quegli anni ne ha innegabilmente facilitato la diffusione all’interno delle classi sociali, borghesi o proletarie che fossero.

Il perché è presto detto: le lotte di classe e gli scioperi dei lavoratori contro i proprietari delle fabbriche avevano come scopo la concessione di tempo libero supplementare da dedicare al riposo ed altre attività, tra cui lo sport, e le nuove scoperte ed invenzioni caratteristiche di quegli anni potevano essere usate per perfezionare lo svolgimento di quei passatempi (si veda ad esempio il motore a scoppio, la fotografia, i nuovi materiali utilizzabili per costruzioni e rivestimenti, ecc.), migliorando di fatto anche l’oggettistica necessaria per praticare attività sportiva.

Va riconosciuto quindi che il fenomeno ‘sport’ viene riscoperto grazie a questa serie di progressi nelle condizioni tecnologico-sociali a livello mondiale; il football in particolare venne esportato prevalentemente dagli emigrati inglesi in Europa, e dai nobili di Oltre Manica nelle città del Nord Italia alla fine del secolo, prima tra tutte Genova.

E’curioso notare al tempo stesso come la creazione dell’ente Federazione Italiana Giuoco Calcio nel 1909, in sostituzione della FIF (Federazione Italiana del Football) travolta l’anno prima dalla rivolta dei grandi club contro l’esclusione degli stranieri, abbia di fatto istituzionalizzato un particolare neologismo per definire questo pioneristico sport: mentre gli altri paesi, America esclusa, conservano l’etimologia del termine originale, ad esempio ‘Fussball’ in Germania o ‘Fùtbol’ in Brasile, il tentativo bizzarro effettuato dalle autorità italiane di fare proprio questo gioco straniero, affibbiandogli un termine che voleva evocare le antiche figure dei ‘calcianti’ del Calcio fiorentino rinascimentale e ad esse attribuire l’origine effettiva e misconosciuta del calcio moderno, fu dovuto al fatto che gli educatori più autorevoli e zelanti dell’epoca, legati prevalentemente al mondo della ginnastica, volevano trovare in esso il valore pedagogico con un collegamento alla tradizione storica italiana e sopprimerne i tratti più incivili, caratteristici di qualunque sport di origine nordica.

Questo processo di ‘italianizzazione’ si accelerò ulteriormente negli anni successivi alla Prima Guerra Mondiale (molti dirigenti e giocatori stranieri militanti in Italia morirono sul fronte, e al loro posto si fecero spazio un nuovo gruppo di giovani italiani, di diversa origine sociale) e Mussolini, una volta completata la sua ascesa politica, sceglierà Arpinati ed altri uomini di fiducia del regime per appropriarsi di questo fiorente sport per farne potente mezzo di propaganda e di affiliazione del popolo alla causa fascista.

Gli sforzi profusi per creare una nuova serie di rituali (feste nazionali e folcloristiche, attività e svaghi nei circoli sociali, ecc.) in grado di coinvolgere l’intera comunità e di riplasmarla in una immagine più consona agli ideali patriottici del Fascismo, mettendo da parte le croniche e campanilistiche rivalità territoriali, si rivelarono comunque effimeri e di breve durata. Nonostante ciò, va dato al gerarca bolognese il grande merito di avere saputo affrontare fin da subito e risolvere le problematiche interne della FIGC ed aver contribuito notevolmente alla crescita complessiva dell’intero movimento, sia sul piano nazionale che internazionale, gettando di fatto le basi per il successo organizzativo dei Mondiali di Calcio del 1934 e la conquista dei trofei ottenuti dalla Nazionale di Vittorio Pozzo.

Prima di concentrarci sul suo operato, vale la pena citare alcune delle controversie che avevano minato la credibilità e l’autorità della FIGC negli anni precedenti (capitolo 2.1), la più eclatante di queste vede il coinvolgimento dello stesso Arpinati (capitolo 2.2). Questo comporterà l’intervento massiccio del PNF per ristabilire ordine e garantire il regolare svolgimento delle competizioni grazie ad una serie di importanti riforme espresse nella ‘Carta di Viareggio’ (capitolo 2.3), il cui scopo era quello di allargare l’estensione territoriale del football tramite la creazione di nuovi stadi adatti ad ospitare un pubblico sempre più in aumento, grazie al coinvolgimento delle squadre del sud (capitolo 2.4). I sette anni del suo mandato (1926-1933) porteranno al ciclo vincente della Nazionale Italiana di Calcio degli anni Trenta (capitolo 2.5), e la struttura innovativa del campionato a girone unico introdotta nel 1929 non verrà mai più modificata, dato che solo con essa può essere garantito ogni anno il maggior livello di rappresentanza di ciascuna entità territoriale italiana.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Leandro Arpinati. Un gerarca fascista fra calcio e politica

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Informazioni tesi

  Autore: Filippo Ricciarelli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze della comunicazione
  Relatore: Fulvio Conti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 66

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