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Amartya Sen: Etica, libertà e democrazia come fini e mezzo dello sviluppo

La critica all’utilitarismo di Amartya Sen

L’utilitarismo è uno dei punti chiave della critica di Sen. Lo definisce come il risultato di tre componenti: il conseguenzialismo, il “welfarismo” e la classifica per somme. Con il primo si intende la necessità di giudicare le scelte in base alle conseguenze e ai risultati che generano; con il secondo si fa riferimento alla valutazione del benessere sulla base delle utilità; con la classifica per somme, infine, si sommano le utilità di una certa situazione senza considerare le disuguaglianze. Il successo di un economia dunque, secondo la teoria utilitaristica, dipende dalla somma totale di utilità generata, la sola cosa dotata di valore intrinseco.

I confronti interpersonali di utilità vengono presi in considerazione negli anni trenta del novecento quando si va affermando che tali confronti abbiano natura normativa o etica. Dopo la crisi dei confronti interpersonali, la teoria che sopravvive è quella dell’ottimalità paretiana che prevede che uno stato sociale sia in ottimo paretiano quando non è più possibile migliorare la condizione di un soggetto senza peggiorare la condizione di un altro. È facile notare che l’ottimo paretiano non impedisce ad alcune persone di vivere in estrema miseria e ad altre di vivere nel lusso, fino a quando non si può cercare di migliorare le condizioni dei poveri a svantaggio dei più ricchi.

L’ottimalità paretiana non presta quindi alcun riguardo alla distribuzione della ricchezza. Oltre all’interesse personale come movente e all’ottimalità paretiana, espressione importante è il primo teorema dell’economia del benessere che afferma che l’allocazione dell’equilibrio del mercato in concorrenza perfetta è pareto-efficiente. La componente etica di questo teorema è comunque molto modesta, in quanto il criterio dell’ottimo paretiano non mette in evidenza i risultati sociali. Il rovescio del teorema, quindi ogni stato che sia in ottimo paretiano è un equilibrio perfettamente competitivo data una certa distribuzione iniziale, è più interessante, ma le informazioni necessarie per il calcolo della distribuzione originaria richiesta sono di difficile ottenimento poiché i singoli non hanno alcun interesse a rivelare le informazioni occorrenti (Sen, 2002, pp. 41-52)

Sen individua alcuni limiti nella concezione utilitaristica. Il calcolo utilitaristico ignora le disuguaglianze nella distribuzione della felicità interessandosi solo alla somma complessiva. In secondo luogo non garantisce importanza intrinseca ai diritti e alla libertà, che hanno valore solo se influiscono sulle utilità. Infine, il benessere individuale può essere influenzato dal condizionamento mentale e dall’adattamento. I deprivati, infatti, tendono ad accettare la propria condizione e, per la semplice necessità di sopravvivere, possono non avere il coraggio di cercare di intraprendere cambiamenti radicali; i desideri si adattano alle circostanze e la scarsità di ambizioni fa sì che non vadano oltre le azioni considerate fattibili. Nell’etica utilitaristica l’utilità è considerata felicità, piacere o realizzazione dei desideri. Questo modo di intenderla è quindi basato su una misura mentale che è soggetta a distorsioni provocate dall’adattamento psicologico allo stato di deprivazione permanente.

La domanda che si pone Sen è se sia possibile eliminare questa limitazione dalla teoria utilitaristica. Oggi si è rinunciato ad intendere l’utilità con il piacere o il soddisfacimento dei desideri, si è arrivati ad identificarla come mera rappresentazione numerica delle scelte di un individuo. Il problema dell’adattamento mentale, comunque, permane. William Jevons afferma che non esiste un denominatore comune dei sentimenti, è quindi scorretto utilizzare confronti interpersonali di utilità. In seguito alle critiche mosse dai metodologi positivisti si è giunti al compromesso di rappresentare l’utilità con la rappresentazione numerica delle preferenze.

In tal modo si evita il confronto tra le condizioni mentali di persone diverse, negando ogni possibile confronto interpersonale. L’ipotesi che esistano delle preferenze e comportamenti di scelta comune è utilizzata per giustificare il fatto che abbiano tutti la stessa funzione di utilità. Sen lo considera un artificio in quanto privo di veridicità. Sebbene due comportamenti di scelta e di domanda coincidano, questo non comporta l’ottenimento della stessa utilità. L’esempio dell’autore riguarda il confronto tra due persone, una delle quali depressa, minorata o ammalata che abbiano la stessa funzione di domanda. È assurdo sostenere che la persona affetta da problemi ricavi la stessa utilità, benessere o la stessa qualità della vita di quella sana (Sen, 2000, pp. 64-66).

Sen sostiene, inoltre, che la teoria economica dell’utilità descriva gli uomini con una struttura troppo semplicistica. Ad ogni persona viene attribuito un ordinamento di preferenze in base agli interessi, al benessere, e all’idea di ciò che bisogna fare e che descrive le scelte effettive ed il comportamento. Sen non crede che un ordinamento di preferenze possa svolgere tutti questi compiti. L’individuo razionale può non palesare incoerenza nelle sue scelte, ma il fatto di non potere operare distinzione tra concetti così diversi, lo rende una persona sciocca. Il puro uomo economico viene infatti definito un idiota sociale. Una struttura più elaborata della teoria è offerta da John Harsanyi che distingue tra preferenze etiche e preferenze soggettive. Mentre le prime considerano ciò che la persona preferirebbe fare sulla base delle sole considerazioni sociali impersonali, le preferenze soggettive esprimono ciò che l’individuo effettivamente preferisce. Una struttura di questo tipo distingue tra ciò che è ritenuto giusto dal punto di vista sociale e quello che è considerato buono a livello personale (Sen, 2006, pp. 166-168).

Ancora oggi la concezione di razionalità utilizzata nel discorso economico è di tipo logico e le credenze e le preferenze del soggetto sono razionali se obbediscono alla coerenza interna di scelta. L’ipotesi di fondo sulla quale si basa la teoria economica è che il comportamento dei singoli operatori sia razionale. Gli individui massimizzano la propria funzione di utilità, tenendo conto di determinati vincoli, cercando di massimizzare il piacere personale. Per l’autore il concetto di razionalità utilitaristica è limitato. Precisamente “Il tipo freddamente razionale può predominare nei nostri libri di testo, ma il mondo reale è ben più ricco (Sen, 2002 p. 8)”. Non è, infatti, ragionevole assumere che le persone si comportino effettivamente in tale maniera, si pensi alla possibilità dell’errore umano. Per Sen è quindi possibile criticare l’economia moderna a partire da questo punto.
[…]

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Informazioni tesi

  Autore: Marco Gavioli
  Tipo: Laurea liv.I
  Anno: 2015-16
  Università: Università degli Studi di Milano - Bicocca
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia e Commercio
  Relatore: Emilio Cosma Orsi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 31

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