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Shadow Banking e alternative lending: la liberalizzazione del credito. “A boon and bane for financial system”

Le potenziali insidie derivanti dall’applicazione degli strumenti CRD IV: il problema del sistema bancario ombra

Il framework normativo sommariamente descritto nel paragrafo precedente ha, come visto, quale intento quello di ricapitalizzare, inasprendo i requisiti patrimoniali e di liquidità, il sistema bancario, al fine di garantire la stabilità del sistema creditizio anche in condizioni di stress finanziario. Tuttavia, tali strumenti introdotti da Basilea III al fine di ottenere una maggiore solidità bancaria visti gli avvenimenti della crisi, possono potenzialmente nascondere insidie per il sistema creditizio. La nuova normativa di Basilea di riferimento potrebbe, infatti, da un lato aumentare gli standard qualitativi del patrimonio, ma, dall’altro, provocare una sensibile contrazione dei profitti degli intermediari bancari dovuta all’incremento «dei costi di monitoraggio del livello patrimoniale e di liquidità».

Ciò evidentemente, contribuendo da una parte ad accentuare la situazione di crisi attuale, e, dall’altra alimentando la domanda di forme alternative di finanziamento, si traduce in due effetti sfavorevoli per il tessuto economico reale:
1) da una parte aumenta il costo del credito creando disparità tra i soggetti richiedenti che vivono una situazione finanziaria più florida e che quindi sono in grado di remunerare l’incremento del costo del credito;
2) dall’altra contribuisce al fenomeno del c.d. credit crunch, ossia comporta una riduzione della disponibilità del credito, creando, anche questo, ineguaglianze tra coloro che possono offrire maggiori garanzie ed i soggetti che al contrario, per le peculiarità dell’attività economica posta in essere o per le dimensioni, sono impossibilitati a far ciò.

Evidentemente, come detto, tutto ciò spiega i suoi effetti sull’economia reale, in particolar modo nell’Europa continentale, dove le banche commerciali adottano (adottavano?), tendenzialmente, un modello di business che ha alla base uno schema di intermediazione creditizia che potremmo definire tradizionale. Qui l’intermediario bancario raccoglie risorse dal pubblico dei risparmiatori ed impiega le stesse in operazioni di finanziamento a privati e imprese, gestione di fondi di risparmio o, comunque, attività bancarie poste in essere grazie alle risorse depositate dai clienti.

Questi stessi istituti, paradossalmente, mostrarono un assetto più solido rispetto alle banche di investimenti anglosassoni, le quali, per le attività dalle stesse poste in essere erano maggiormente esposte a rischi di natura sistemica. Differentemente dalle banche commerciali, infatti, le banche anglosassoni, le cc.dd.investment banks, hanno, tutt’ora, una accentuata propensione ad «attività di trading e negoziazione di strumenti finanziari fuori bilancio» alla cui elevata rimuneratività corrisponde un altrettanto elevata rischiosità e assenza di trasparenza. Sono questi, infatti, gli intermediari che maggiormente si sono resi protagonisti di condotte di arbitraggio regolamentare, fuggendo il recinto regolamentare e ponendo in essere, mediante impieghi in attività o mediante costituzione di appositi veicoli societari, attività opache e remunerative costituenti il sistema dello shadow banking. Quest’ultimo, come sopra sostenuto, è stato il veicolo mediante il quale la famosa crisi dei subprime si è propagata ed ha colpito in particolar modo questi intermediari, imponendo di fatto un massiccio intervento degli Stati e delle Banche centrali per frenare il contagio e limitare la crisi sistemica.

Da ciò si evincono le profonde differenze tra queste due tipologie alternative di modelli di business degli intermediari bancari presenti nei sistemi creditizi globali. Modelli di business profondamente differenti i quali, tuttavia, talvolta erano presenti simultaneamente ad esempio all’interno del medesimo gruppo bancario, o comunque non furono pochi i casi, come spiegato nel primo capitolo della presente trattazione, in cui le banche commerciali mutarono il proprio modello di business basato sulla relazione con i clienti e nel quale i prestiti erogati erano detenuti fino alla naturale scadenza, per passare ad un modello “originate-to-distribute”, nel quale, al contrario, i prestiti erogati venivano “impacchettati”, cartolarizzati ed in un secondo momento venduti sul mercato.

Ciò, evidentemente, comportò un incremento dei canali di interconnessione tra le banche tradizionali ed il sistema bancario ombra, e l’ingresso delle prime nella lunga catena di intermediazione caratteristica del secondo. A tal proposito, diversi paesi hanno subordinato a taluni vincoli legislativi lo svolgimento delle attività di una banca commerciale o, in alternativa, di investimenti, al fine di porre in essere una netta separazione tra l’attività creditizia tradizionale da quella di negoziazione di prodotti finanziari complessi condotta dagli intermediari bancari in conto proprio. In altri termini, l’obiettivo, peraltro enunciato, è quello di evitare un supporto indiretto alle attività maggiormente rischiose, separandole dalle attività di pubblica utilità poste in essere dalle banche, tra cui, in particolare, l’«erogazione di credito e la prestazione di servizi di pagamento».

A seguito poi della crisi del 2007, si è rivalutata, sia negli Stati Uniti sia in Europa, l’opportunità della scelta fatta qualche decennio precedente allo scopo di evitare che le perdite generate dall'attività speculative possano comportare ripercussioni sull'attività della banca commerciale, in termini di solidità e rischio per i depositanti, nonché di attenuare lo sviluppo di ulteriori pericolosi contagi tra mercato dei capitali e sistema bancario. A tal proposito, merita senz’altro menzione il c.d. rapporto Liikanen, elaborato da un gruppo di esperti nominato dalla Commissione europea e presentato alla stessa nell’ottobre del 2012. Gli esperti giunsero alla conclusione della necessità di prevedere una netta separazione legale fra alcune attività finanziarie particolarmente rischiose e altamente speculative (di investment banking) e l’attività bancaria strictu sensu intesa (attività di raccolta del risparmio e concessione del credito), soprattutto all’interno del medesimo gruppo bancario.

I principali obiettivi di tale separazione legale sono quelli di rendere i gruppi bancari, ed in particolar modo le componenti socialmente vitali degli stessi (i.e. gli istituti di deposito o gli istituti che forniscono servizi finanziari al settore non finanziario dell’economia), più sicuri e meno connessi alle attività di c.d. proprietary trading più rischiose al fine, anche, di evitare che tali attività riguardanti i soli settori che pongono in essere tali attività, possano arrecare danno anche ai semplici depositanti ed, eventualmente, ai contribuenti in caso di dissesto del gruppo, ovvero, in altri termini, «l'obiettivo principale di tale misura sarebbe pertanto di impedire che le garanzie di cui beneficiano i depositi bancari possano estendersi alle attività più rischiose quali quelle di trading, riducendo pertanto il rischio di azzardo morale da parte delle banche europee», ponendo «fine al sistema in cui si privatizzano i profitti e si socializzano le perdite».

In considerazione di ciò, tuttavia, la regolamentazione proposta dal nuovo framework di Basilea III per incrementare la stabilità dei singoli intermediari e del sistema nel suo complesso, presenta linee troppo standardizzate rispetto ai differenti modelli, proponendo medesime norme per le une e per le altre, non tenendo dunque in considerazione le profonde differenze. Mentre, infatti, la nuova regolamentazione può senz’altro tradursi in un rafforzamento delle condizioni patrimoniali e di liquidità delle banche d’investimento tale da permettere una più efficiente gestione dei rischi connessi alle attività fuori bilancio maggiormente rischiose e costituenti gran parte del portafoglio di investimenti delle stesse, non è così ovvio che il positivo riscontro si verifichi, ed i dati relativi in particolar modo alla «crisi sovrana» del 2012 lo dimostrano, anche per le banche commerciali.

Queste ultime, infatti, al fine di ottenere una migliore adeguatezza patrimoniale, o anche solo per mantenere il rapporto minimo di adeguatezza patrimoniale, si sono mostrate riluttanti, a causa appunto dell’introduzione dei nuovi requisiti patrimoniali e di liquidità, a concedere nuovi finanziamenti al sistema imprenditoriale, in particolar modo alle piccole e medie imprese (PMI) che corrispondono ad investimenti a minore redditività e a rischio più elevato. Tutto ciò, evidentemente, non ha fatto altro che aggravare ancor di più lo stato di crisi e ad aumentare la domanda di forme alternative di finaziamento dell’economia che ha prontamente, soprattutto per quanto concerne il continente europeo, trovato risposta in nuove forme di prestiti garantiti da soggetti operanti al di fuori del sistema bancario regolare.

Il potenziale rischio di avversità delle misure regolamentari nei confronti delle PMI, d’altronde, fu notato dal Financial Stability Board e dal Macroeconomic Assessment Group del Comitato di Basilea, i quali, già nel 2010, affermarono che la stretta regolamentare avrebbe potuto comportare per le PMI dipendenti dal credito bancario, una eccessiva difficoltà nell’ottenere nuovi finanziamenti. Attualmente, inoltre, sempre con particolare riferimento al contesto italiano ed europeo, l’aumentare dei cc.dd. non-performing loans (NPL) o crediti deteriorati, ha condotto gli istituti bancari a mitigare i rischi dei propri impieghi concedendo prestiti a condizioni più difficilmente accessibili, generando, di conseguenza, un decremento costante dell’erogazione degli stessi prestiti a favore di imprese e famiglie.

Così, le PMI, in particolare quelle italiane, che tradizionalmente hanno fatto affidamento sull’intermediazione creditizia di tipo bancario, si sono viste costrette a ricercare nuovi strumenti di finanziamento, e, specularmente, il c.d. «effetto di Basilea III» ha comportato il ridimensionamento del “ruolo di infrastruttura di mercato” ricoperto dalle banche commerciali. Diverse autorevoli voci dottrinali sostengono che una volta conclusasi la fase di passaggio al nuovo regime, la maggiore capitalizzazione degli intermediari bancari si rifletterà positivamente sull’offerta di finanziamenti all’economia reale. Tuttavia, però, nella fase attuale, l’imposizione di requisiti di capitale e di liquidità ha generato una riduzione significativa del credito.

Conseguenza ulteriore, e parallela, all’applicazione del nuovo quadro regolamentare di Basilea III e della Direttiva CRD IV, è il verificarsi di condotte opportunistiche da parte degli istituti creditizi, i quali, considerati i maggiori oneri patrimoniali richiesti a copertura delle operazioni maggiormente rischiose, potrebbero voler trasferire le stesse operazioni al sistema bancario ombra, attuando un arbitraggio regolamentare, di cui si è già parlato in precedenza.

Questo brano è tratto dalla tesi:

Shadow Banking e alternative lending: la liberalizzazione del credito. “A boon and bane for financial system”

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Informazioni tesi

  Autore: Giuliano Rigatti
  Tipo: Tesi di Laurea Magistrale
  Anno: 2016-17
  Università: Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano
  Facoltà: Giurisprudenza
  Corso: Giurisprudenza
  Relatore: Andrea Giannelli
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 249

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Parole chiave

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