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La politica fascista tra rivoluzione e ricerca del consenso: uno sguardo d'insieme e il caso del territorio livornese

Roma da distruggere e Roma da ricostruire

All’alba della marcia su Roma, nel 1922, l’opinione che Mussolini ed i fascisti avevano della capitale era tutt’altro che lusinghiera. Roma era considerata “sporca”, sia materialmente sia metaforicamente: un lurido concentrato di casupole, viuzze e “chiesuole” che si addossavano l’un l’altra in maniera disordinata e sciatta, abitato da gente chiassosa e pittoresca che viveva di malaffare e di affitti al turismo d’oltralpe, turismo abbacinato da quell’arte che il fascismo considerava con disprezzo “un ammasso di calcinacci” e divertito dall’abitudine tutta italiana di cantare e suonare e dagli schiamazzi del popolino intento alla vita quotidiana. Da un punto di vista politico e produttivo, il giudizio poi era ancora più pesante: i romani delle classi medio-alte ed il clero erano considerati dei parassiti, che vivevano di burocrazia e potere, del tutto incapaci di contribuire al progresso economico della nazione e dediti essenzialmente all’ozio ed alla vita comoda e lussuosa.

Non fu quindi un caso se la marcia delle camicie nere il 28 ottobre fu vista dagli abitanti della capitale come un “corteo lugubre” portatore solo di volgarità e di oscuri presagi. Roma non amava il fascismo e il fascismo odiava la Roma attuale: tutto era da cambiare, per i fascisti, e quell’opera immane che essi intravedevano li preoccupava; Roma appariva ai loro occhi come una enorme città di provincia, grassa ed indolente, senza nessuna caratteristica che potesse richiamare quella modernità che essi vagheggiavano ed al tempo stesso incapace di ammantarsi dei quella “sana provincialità”, operosa e sana, che invece essi apprezzavano nelle cittadine di provincia da cui in gran parte provenivano.

L’antitesi più esemplificativa era quella con Milano. Amatissima da Mussolini, la città della Madonnina era considerata l’esempio più calzante di industriosità, decoro, produttività: insomma una città moderna e vocata alla produzione, del tutto opposta alla Roma fiacca e popolata di uno sciame di personaggi abituati a vivere di espedienti da una parte e da uno stuolo di professionisti e di impiegati che proliferavano nelle burocrazie ministeriali dall’altra, ma con una tendenza poco sviluppata all’industrializzazione e alla produzione. Del resto, Roma non reggeva il confronto neanche con Napoli e Firenze, considerate all’epoca le capitali intellettuali del Regno anche grazie all’opera di Benedetto Croce all’inizio del secolo a Napoli e alle brillanti riviste d’avanguardia “Il Leonardo” e “La Voce” a Firenze.

Dov’era finita la grande Roma, dov’erano finite le testimonianze della sua potenza che tanto avevano rappresentato per lo scenario mondiale duemila anni prima? I grandi monumenti storici quasi non si vedevano più, nascosti alla vista dai risultati di secoli di urbanizzazione disordinata e non regolata, che avevano finito per restituire agli occhi del fascismo un coacervo indistinto di stili, di testimonianze di epoche diverse, di viuzze buie e piccolissime che mai avrebbero potuto essere utilizzate per lo sviluppo che esso immaginava per una grande metropoli. Ma Roma era comunque Roma, anche con la sua disfatta: e Mussolini non poteva non subirne il fascino eterno, quasi un richiamo che egli sentiva arrivare dalle profondità del tempo e che chiedeva a gran voce la riscossa. Del resto, già nel 1920, nel discorso che tenne a Trieste, apparivano compendiati quelli che sarebbero stati poi i cardini della “romanità” sulla quale il fascismo avrebbe basato la sua visione.

Un primo elemento era il concetto della “universalità nel tempo”, ossia l’essenza intrinseca della romanità che Mussolini considerava presente nella storia fin dal suo sorgere, corroborata dall’italianismo sviluppato dopo la sua personale conversione all’interventismo e durante la grande guerra, essenza che avrebbe dovuto nuovamente esplodere in tutta la sua potenza attraverso il fascismo. La ricorrenza che meglio si prestava a celebrare questa fusione era il 20 settembre, come liberazione di Roma dal potere temporale dei papi e celebrazione dell’unità italiana. Un secondo elemento fondante era la “romanità del cattolicesimo”: la religione cristiana assume carattere universale proprio dopo il suo spostamento a Roma, trasformandola nel centro del mondo anche da un punto di vista spirituale; la religione cristiana diviene “cattolica” nel suo senso originale di “universale” proprio attraverso Roma. Terzo elemento, anch’esso esposto a Trieste, ma in un discorso posteriore, tenuto il 6 febbraio 1921, era il “destino imperiale” della stirpe italiana. Mussolini era infatti fermamente convinto del forte “potenziale di supremazia” intrinseco al popolo italiano, dovuto a vari elementi, tra i quali la prolificità assumeva carattere fondamentale. A questo elemento si collegava il quarto, la “vitalità della razza”: essa era ritenuta elemento fondamentale anche per quanto riguardava la polemica contro il bolscevismo, in quanto la storia dimostrava la capacità della stirpe “ariana e mediterranea” di imporsi a livello storico e di sollevarsi contro quella che veniva definita “una tragica follia” che ne metteva in pericolo l’esistenza ed il “primato”.

Mussolini assegnava inoltre alla romanità una formidabile capacità mitopoietica, rimasta nel tempo soprattutto grazie a quelle testimonianze che si “pietrificavano” nei monumenti millenari, ma che erano al contempo portatrici di un fermento vivente che continuava a vibrare anche nella società contemporanea. E questo mito non si esauriva nella contemplazione celebrativa dei fasti del passato, ma chiamava a gran voce ad un’azione politica che potesse creare un futuro grande e moderno: il mito di Roma era quindi tutto pervaso di “attualità modernista”, scevro da una mera nostalgia reazionaria e proteso verso una potenza e una grandezza tutte da costruire e realizzare attraverso la “visione” fascista.

Tutti questi elementi trovarono la loro naturale celebrazione nella ricorrenza del Natale di Roma, il 21 aprile. La trasformazione della Roma reale, così poco rispondente al sogno mussoliniano, nella nuova Roma esigeva una “rigenerazione” totale. E tale rigenerazione appariva molto simile ad un’operazione chirurgica: per poter rinascere a nuova gloria era necessario intraprendere una serie di azioni decise e risolutive, capaci di “depurare” e “disinfettare”, per usare due espressioni personalmente utilizzate dal duce, la città da tutti quegli elementi che la corrompevano e la infangavano. E il fascismo si presentava al mondo come il luminare capace di compiere questa delicatissima operazione; d’ora in avanti esso avrebbe compiuto tutte le azioni necessarie a trasformare la città, da sordido ricettacolo di viltà, indolenza e sporcizia morale e materiale, nel nuovo faro capace di guidare l’Italia alla conquista del suo impero.

Essa, diventata il modello della romanità fascista, sarebbe servita da esempio per edificare la nuova “italianità fascista”. Il duce aveva ben chiare le idee riguardo alle azioni da intraprendere in tal senso. Egli riteneva infatti che esistessero due ordini di problemi a cui far fronte: quelli derivanti dalla “necessità”, ossia la creazione di nuove strade rispondenti all’entità attuale del traffico cittadino e di nuove case nelle zone periferiche, che andassero a sostituire quelle che dovevano essere abbattute a ridosso dei monumenti storici, e quelli relativi alla “grandezza”, che prevedevano la “liberazione” di questi ultimi e la trasformazione urbanistica in una città nuova, ordinata, quasi metafisica. Iniziava l’era del piccone, avviata il 31 dicembre 1925 con le direttive date da Mussolini al governatore appena insediato nella capitale: “Voi continuerete a liberare il tronco della grande quercia da tutto ciò che ancora l’aduggia. Farete largo attorno all’augusteo, al Teatro di Marcello, al Campidoglio, al Pantheon.[..] Voi liberete anche dalle costruzioni parassitarie e profane i templi maestosi della Roma cristiana. I monumenti millenari della nostra storia devono giganteggiare nella necessaria solitudine. Quindi la Terza Roma si dilaterà sopra altri colli lungo le rive del fiume sacro, sino alle spiagge del Tevere.”

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Informazioni tesi

  Autore: Anna Maria Andreini
  Tipo: Tesi di Laurea
  Anno: 2014-15
  Università: Università degli Studi di Firenze
  Facoltà: Scienze Politiche
  Corso: Scienze Politiche
  Relatore: Marco Tarchi
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 101

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