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Il mito di Don Giovanni tra arte e psicanalisi

Don Giovanni (raccontato da lui stesso) di Peter Handke

“Don Giovanni è sempre stato alla ricerca di un ascoltatore. Un bel giorno l’ha trovato in me. Mi ha raccontato la sua storia non in prima persona, bensì in terza. O così almeno mi sembra adesso di ricordare.”
Un Don Giovanni rivisitato alla luce della contemporaneità quello di Peter Handke.

Eternamente in fuga anche se non vorrebbe, malinconico, sempre estremamente affascinante ma con quella punta di saggezza in più che lo rende un eroe dei nostri tempi.
I suoi inseguitori stavolta sono una coppia di motociclisti vestiti di pelle nera, ostacolati dalla boscaglia che Don Giovanni a piedi invece riesce a sfruttare a suo vantaggio. Ma cosa è successo esattamente? Don Giovanni li ha sorpresi nell’atto sessuale, un atto sessuale pensato per un palcoscenico improvvisato nel bosco, o almeno così gli era sembrato. L’eros, stavolta vissuto in terza persona, è sempre il motore dell’azione. Ed ancora in terza persona egli racconterà le sue prodezze amorose all’attento ascoltatore che troverà nel locandiere solitario a Port-Royal, complice della sua fuga.
È un Don Giovanni solo e scarmigliato per la corsa quello che irrompe nel giardino/selva del convento, ed è solitario e schivo l’uomo che lo accoglie. Anni di letture fanno sì che riconosca immediatamente il personaggio che gli si para innanzi, anche senza presentazioni.
“Come il suo corpo, testa e spalle in avanti, arrivò al volo attraverso la breccia, lui mi aveva già chiaramente inquadrato. E sebbene noi due ci incontrassimo così per la prima volta, quell’intruso mi parve subito familiare. Lo sapevo, anche senza aver bisogno che si presentasse (e davvero non ne sarebbe stato in grado, il respiro un unico, strano canto): davanti a me avevo Don Giovanni, e non “un” Don Giovanni, no, lui, Don Giovanni.”
Non è casuale che l’episodio accada proprio il giorno in cui il locandiere aveva deciso di smetterla con le letture: i racconti del fuggiasco non solo sostituiscono i libri, ma gli permettono di estendere quei limiti interiori che altrimenti solo una lettura febbrile quotidiana avrebbe consentito.
Un’atmosfera onirica e rarefatta pervade tutto il romanzo: non si sa neanche se i due motociclisti stessero davvero inseguendo Don Giovanni o un’altra persona. Colui che è stato designato come il confidente attende pazientemente che Don Giovanni inizi il suo racconto, senza chiedergli niente, limitandosi a servirlo e a cucinargli splendidi manicaretti. L’atteggiamento naturale di chi è abituato a farsi servire non è scomparso dal personaggio di Don Giovanni, e neanche la grazia regale e la riservatezza, che si esprime nei famosi sospiri:
“In ogni caso ho sentito ben pochi esseri umani emettere sospiri come quelli di Don Giovanni. E li fece sentire costantemente per tutta la settimana, sia nel suo raccontare sia nello starsene seduto in silenzio. Erano i sospiri di un vecchio e al tempo stesso di un bambino. Erano incredibilmente lievi, anzi tenui, eppure penetravano attraverso qualsiasi rumore, l’alterno frastuono della superstrada che di recente digrignava lungo la valle di Rhodon, il rombo dei bombardieri che per sette giorni fecero vibrare sopra le nostre teste il ritmo delle loro manovre di Pentecoste. Il sospirare di Don Giovanni mi infondeva fiducia, non soltanto verso quell’unica persona lì.”
In un luogo dove gli unici suoni oltre a quelli esterni sono prodotti da questi sospiri e dalla voce di Don Giovanni c’è ampio spazio per una dimensione narrativa che si rifà alla tradizione orale dei racconti intorno al fuoco, con la sola differenza che i ruoli di chi narra e di chi ascolta sono fissi.
Il movimento resta una costante di un personaggio eternamente in fuga, nomade, in caccia di avventure e preda di se stesso. Il distacco della narrazione in terza persona allontana il personaggio dalle imprese compiute durante un vagabondaggio senza meta che ha toccato diversi Paesi, ma non perché sia meno sensibile, anzi! Semplicemente, come già aveva fatto presagire l’opera di Mozart, ha perso definitivamente la spensieratezza propria del libertino, assumendo una dimensione più complessa. In un mondo denso di solitudini lui non deve più adoperarsi per sedurre l’universo femminile. Le Donne, senza bisogno di parole, irretite dal suo fascino magnetico lo seguono e cadono tra le sue braccia senza che lui debba fare altro che essere nel posto giusto al momento giusto. E di posti giusti ne trova quanti ne vuole, in qualsiasi angolo di mondo. Del mito di Don Giovanni sono rimaste sì le imprese amorose, ma quasi simboliche, in ogni caso senza dialogo né gelosie e vendette annunciate e consumate. Ma come sempre il suo presente è annebbiato dal pensiero del futuro: cosa (o meglio, chi) lo aspetterà in un altro Stato, città, paese?

Questo brano è tratto dalla tesi:

Il mito di Don Giovanni tra arte e psicanalisi

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Informazioni tesi

  Autore: Esther Maurini
  Tipo: Laurea liv.II (specialistica)
  Anno: 2006-07
  Università: Università degli Studi Roma Tre
  Facoltà: Lettere e Filosofia
  Corso: Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale
  Relatore: Giovanni Guanti
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 110

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