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Teoria e applicazione delle scienze pragmatiche ad un copione cinematografico: 1957, ''La parola ai giurati''

Critiche al modello di Brown e Levinson

Una delle principali critiche mosse al modello di Brown e Levinson è quella secondo cui il loro modello sosterrebbe che vi siano delle differenze in base al contesto culturale per quanto riguarda la potenziale minaccia di un singolo atto ma anche i vari rapporti di potere che sussistono tra parlante e ascoltatore, mentre sarebbero universali tutti i meccanismi che spingono un parlante a mettere in atto o a mitigare un FTA.
Un’altra critica al modello era quella di etnocentrismo: la concezione individualistica di Brown e Levinson non sembrava corrispondere ai modelli "collettivistici" dell'organizzazione sociale, mentre la loro nozione di "faccia" sembrava servire a una nozione atomistica piuttosto che interrelata di sé. Facendo un ulteriore passo avanti, alcuni hanno criticato l'enfasi di Brown e Levinson sugli aspetti "calcolabili" della scelta espressiva (e l'idea che gli individui possano manipolarli "volutamente"), a scapito dell'indicizzazione socialmente vincolata o convenzionata della cortesia in alcune culture.
Altre critiche mosse ad esempio da Schmidt, Nwoye o Gu sono ad esempio che si tratti di una visione eccessivamente pessimista e paranoica dell’interazione umana, che l'interazione sociale diventi un'attività di continuo mutuo monitoraggio delle potenziali minacce ai volti degli interlocutori e di strategie per il loro mantenimento, visione che, se fosse sempre vera, potrebbe spogliare l'interazione sociale di tutti gli elementi di piacere. Secondo Watts la nozione di "faccia" non è appropriata alle "culture" in cui l'individuo viene definito in virtù della propria appartenenza al gruppo sociale. La critica presuppone che una teoria della cortesia che sottolinei la scelta di un individuo di utilizzare una strategia di educazione sia appropriata solo alle società individualistiche ma non a quelle collettiviste. Se la libertà di pensiero e di azione dell'individuo è limitata dalle società collettiviste e la sua libertà da ciò che si potrebbe definire "territorio metaforico" è determinata dallo status sociale che l'individuo ha nel gruppo, la nozione di faccia negativa può avere poco o nessun significato in quelle società.

Nel momento in cui affermano che questa ambisca ad essere universale, a valere in tutte le lingue. Però il loro studio si basa unicamente sulla cultura e sulla società nordamericana, e su un segmento specifico di questa cultura, un campione che viene per lo più dalla classe medio-alta, da un ambiente più o meno colto. Si pone il problema di cosa significhi cultura, e cosa significhi cultura nordamericana. Quando asseriscono che la loro teoria è universale si pongono il problema di cosa significa essere universale. Ci sono due ordini di problemi: da un lato potremmo dire che la loro teoria non funziona o funziona meno in società diverse, in culture diverse da quella americana. C'è poi un altro problema, ovvero che anche all'interno della società nordamericana la loro teoria potrebbe non valere per tutti i gruppi sociali, le classi sociali, le sottoculture, tutti i gruppi di età. La nozione di cortesia dipende molto dai legami di solidarietà all'interno di un gruppo. Si parla poi di subculture, termine che fa riferimento a una cultura definita sulla base di interessi, miti, icone legati alla sottocultura stessa. Il più tipico esempio di sottocultura é l'Hip hop, il rap. Sono gruppi di persone a volte anche estese, aperte, che possono condividere linguaggi, modi di dire, tratti e simboli esteriori, come il modo di vestire, e non necessariamente le pratiche linguistiche delle sottoculture sono simili a quelli della cultura dominante. C'è chi dice che parlare di cultura europea o nordamericana o asiatica così come fanno Brown e Levinson e una generalizzazione non sostenibile, perché non esiste una sola cultura europea, asiatica, nordamericana. Se pensiamo alla cultura asiatica ci vengono in mente determinate caratteristiche, ma se pensiamo a Cina e Giappone, sono completamente diversi in termini di come si gestisce la politeness. La Cina anche per ragioni storiche, ha del tutto abbandonato gli onorifici, perché si è imposta una visione egualitaria che ha portato all'eliminazione di differenze di casta.
Il fatto che Brown e Levinson facciano riferimento a queste nozioni, senza definire che cosa si intende con questi termini, secondo alcuni mina le fondamenta della validità scientifica e teorica del loro lavoro. In particolare, tra una cultura e un'altra può cambiare la nozione stessa di faccia. Ci sono culture in cui l'individuo ha un suo ruolo, si definisce socialmente, sulla base della propria appartenenza a un gruppo. In società per esempio orientali l'essere membro di un gruppo è il tratto definitorio dell'identità sociale di ciascuno. Si tratta di culture basate su una visione collettivistica. Se pensiamo ad un tratto che definisce in maniera generale la cultura europea o nordamericana rispetto alle culture asiatiche, possiamo dire che ci sono culture in cui la visione dell’individuo é molto più legata alla visione collettiva, al suo essere membro di un gruppo. Ci sono poi casi limite, come quello di una tribù aborigena che vive isolata rispetto al mondo esterno, e in cui ciascun individuo ha un suo ruolo sociale prestabilito. Sono situazioni sempre più rare. Sta di fatto che ci sono delle culture in cui il godere di buona fama all'interno del gruppo di cui si fa parte è molto più legato non al proprio successo, ma ad esempio all'accettazione delle regole di quella società. In una società in cui i ruoli sono fortemente organizzati e formalizzati, probabilmente la nozione di faccia negativa, ossia la libertà d'azione, ha minore peso rispetto alla faccia positiva, perché vi é minore libertà d'azione, e quindi c'è minor rischio di compromettere la faccia negativa. Se la società é una di quelle in cui i ruoli sono gerarchicamente definiti con poca o nulla libertà d'azione, evidentemente anche la nozione di faccia negativa ha un peso minore, perché difficilmente ci saranno motivi per mettere in discussione la società stessa, e quindi la libertà d'azione non c'è.

Le principali critiche al modello di Brown e Levinson sono arrivate da studiosi che hanno lavorato sulla nozione di faccia in ambito orientale. Per esempio, da chi ha studiato la faccia cinese. In alcune società asiatiche vi sono poi delle strategie o massime di Leech che hanno più rilevanza rispetto ad altre, come la massima della modestia che prevale su quella di accordo, e proprio questo spiega la tendenza a negare e rifiutare i complimenti. Da notare il fatto che al centro delle critiche vi sia sempre il concetto di faccia negativa, in quanto è detto essere pensata ad immagine e somiglianza delle società individualistiche e capitalistiche.
O’ Driscoll sostiene che la nozione di faccia di Brown e Levinson riflette il dualismo proprio degli appartenenti alla razza umana tra il desiderio di associarsi e dissociarsi da un gruppo. Brown e Levinson pongono l'accento sul comportamento razionale che sta dietro la cortesia, sul fatto che sia frutto di un insieme di scelte, ma esistono dei difetti e delle questioni aperte. La prima questione aperta è se la teoria della politeness sia un modello della produzione linguistica, se sia un modello predittivo. La teoria della politeness ambisce ad essere un modello predittivo? No. Si tratta più propriamente un modello a posteriori, che sulla base dell'osservazione ripetuta di interazioni linguistiche, fornisce delle chiavi di interpretazione di quei determinati comportamenti linguistici senza predire che date le stesse circostanze, le persone si comporteranno alla stessa maniera. La questione più importante è se sia necessario il modello di Brown e Levinson nella sua globalità. Il modello è fortemente descrittivo, analitico, poco sintetico, la casistica delle strategie di politeness è estremamente ampia, non priva di ripetizioni e una delle domande che gli studiosi della cortesia dopo Brown e Levinson si sono posti è se la teoria di Brown e Levinson sia davvero necessaria e se non sia riducibile alla teoria della faccia, se non sia semplicemente una banalizzazione della teoria della faccia di Goffman.
Molte delle critiche provengono inoltre da studiosi dell’area asiatica ed africana. Quello che mettono in discussione non è l’impianto universalistico complessivo del modello, ma propongono una ridefinizione del concetto di faccia, in quanto la distinzione fra faccia positiva e negativa rivelerebbe una connotazione individualistica tipica della cultura occidentale, che, attribuendo un grande valore all’affermazione e al rispetto dei diritti del soggetto, sarebbe portata a vedere l’interazione sociale in termini di “continuous mutual monitoring of potential threats to the faces of interactants”.

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Informazioni tesi

  Autore: Erika Colombo
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2016-17
  Università: Università degli Studi dell'Insubria
  Facoltà: Lingue straniere per la comunicazione internazionale
  Corso: Lingue e culture moderne
  Relatore: Andrea Sansò
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 163

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