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L'impatto e il ruolo dell'informazione nei mercati finanziari

Il caso Parmalat: umile ignoranza o collusione?

“Se lei avesse un milione di euro, chiederebbe un prestito per comperare una macchina?"
(“Il Gioiellino” di Andrea Molaioli,2011)

Il crack del colosso agroalimentare è ormai patrimonio della storia economica fallimentare; ciò non significa affatto però che da esso non possano essere estratti dati utili per meglio apprezzare la dimensione dell’informazione esterna all’azienda.
Il gruppo aveva sperimentato una sempre più forte crescita a partire dagli anni ‘70, ossia poco dopo la sua fondazione. La diversificazione, produttiva da un lato e geografica dall’altro, aveva assunto un ruolo fondamentale portando a acquisizioni poco strategiche nel settore del turismo(Parmatour) e del calcio professionistico solo per citare alcuni esempi; Sudamerica e Nordamerica erano stati inoltre considerati grandi mercati pronti a subire l’espansione dell’azienda di Collecchio, il tutto sempre e massicciamente sostenuto tramite forte indebitamento.
Sin da i primi esperimenti di espansione e diversificazione l’azienda si trovò in bisogno di coprire e mascherare le ingenti perdite derivanti da quest’ultimi, che evidentemente in alcuni casi non avevano dato i risultati sperati. Con l’aiuto di società di revisione compiacenti nacque così un vero e proprio sistema di società off-shore(Bolat su tutte), volte inizialmente ad assorbire e mascherare le perdite, in seguito a fornire la tanto ostentata quanto falsa liquidità.
Grazie a questo piccolo tesoretto l’azienda continuava a chiedere e ottenere prestiti nonché, in misura preponderante nell’ultimo periodo, emissioni obbligazionarie gestite per la maggior parte da banche d’affari estere.
Non discuteremo approfonditamente in questa sede le colpe presumibilmente imputabili alle banche d’affari o alle società di revisione, mentre d’altro canto ci soffermeremo maggiormente sul comportamento delle agenzie di rating.
Obbligo è comunque ricordare che le stesse banche sono state accusate di aver trasferito gli ingenti crediti in essere con Parmalat sui risparmiatori mediante appunto l’emissione di prestiti obbligazionari sui quali vennero applicate ingenti commissioni e forse medianti i quali venne strutturato un piano di rientro delle esposizioni con le banche.
Focalizziamoci ora però sulle società di rating e in particolare S&P, referente in questo caso del giudizio sul titolo Parmalat.
Il 15 Novembre 2000 viene emesso per la prima volta il rating per il gruppo di Collecchio: BBB- non certamente il più alto disponibile ma ancora decisamente nell’area investment grade, quell’area dove il pubblico risparmio trova porti sicuri.
Nel corso dei tre anni successivi gli outlooks variano da positivi a stabili, anche per via nel 2003 della mancata emissione obbligazionaria precedentemente annunciata.
Questo di fatto non sorprende più di tanto; l’oscillazione dell’outlook è segnale e sintomo di un buon funzionamento del rating, che, in accordo con le vicende societarie, si adegua per meglio darne esposizione al pubblico degli investitori.
Quello che invece risulta sconvolgente è che il rating era rimasto stabile a BBB- fino al 9 Dicembre 2003 quando di fatto Parmalat era già tecnicamente fallita. In 2 giorni il titolo viene declassato di sei notches, prima a B+ poi a CC. Il 19 Dicembre la società viene dichiarata fallita e il rating ritirato.
Certamente una tale velocità di declassamento è quantomeno inusuale, come sostiene Matthew Maxwell, analista di credito presso Nomura.
Ci si chiede allora se il potere informativo sia tale: ci si può davvero fidare di chi ha continuato ad affermare la scarsa possibilità di default di una società che in default già lo era?
In parte si potrebbe pensare che anche S&P fosse stata ingannata dai falsi dati contabili e dalla fantomatica liquidità della Bolat; ma allora qual è il valore aggiunto che esse affermano di apportare?
E se invece S&P non avesse mutato il rating sino alla fine per evitare, da un lato gli aumenti di patrimonio di vigilanza richiesti da assets aventi rating speculative grade, dall’altro non inficiare il collocamento delle obbligazioni presso il pubblico ed evitare che i debiti rimanessero in gran parte nei bilanci bancari delle sottoscriventi?
Non è dato saperlo, tuttavia a Luglio del 2011 la giustizia italiana ha ordinato S&P di rimborsare 784.000 euro di commissione per l’emissione del rating rigettando però il rimborso di 4 miliardi di euro.
La corte ha affermato che la valutazione di S&P non fu corretta.

Questo brano è tratto dalla tesi:

L'impatto e il ruolo dell'informazione nei mercati finanziari

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Informazioni tesi

  Autore: Stefano Boccasile
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2011-12
  Università: Università Commerciale Luigi Bocconi di Milano
  Facoltà: Economia
  Corso: Economia delle istituzioni e dei mercati finanziari
  Relatore: Maurizio  Dallocchio
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 39

FAQ

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