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Il clown e l'attore

Il lavoro dell'attore sul clown

Premetto ancora una volta che le riflessioni e i concetti che seguono hanno origine dal personale percorso di lavoro teatrale accennato inizialmente.

Ho verificato dunque che per un attore, lavorare sul clown significa avere la possibilità di sperimentare uno stato di grande concentrazione, presenza, prontezza e libertà che ritengo fondamentali per qualunque genere teatrale egli scelga di approfondire: la narrazione, il lavoro sul personaggio, la parodia...

La caratteristica di un percorso di lavoro sulla scoperta del proprio clown è quella di non lasciare all'attore alcuna possibilità di nascondersi, condizione assai ardua da sostenere in scena.

Qualunque alibi egli tenterà di produrre per prendere tempo o chiudersi in sé stesso, lo precluderà totalmente dalla scoperta del nuovo.

Il clown mette I'attore di fronte ad una scelta netta: rischiare e lasciar entrare ciò che non si conosce ancora, o non rischiare e rimanere fermi; non esistono vie intermedie.

E proprio questa la componente che può rivelarsi di grande aiuto per la crescita artistica di un attore, perché lo priva di tutti i possibili stratagemmi di difesa e lo pone di fronte al bivio: andare o restare.

Se I'attore accetta di rischiare, sperimenta una condizione di assoluta creatività e le sue reazioni in scena sono vere e imprevedibili, al punto tale da coglierlo di sorpresa. L'attore infatti, si scopre a dire o a fare qualcosa che egli stesso non si sarebbe mai aspettato, sulla base di ciò che conosce della propria personalità.

Il più delle volte egli libera la forte emozione scaturita dallo stupore attraverso una risata.
Altra caratteristica del lavoro sul clown è quella di focalizzare l'attenzione su tutto ciò che riguarda gli aspetti di debolezza, di incertezza e di contraddizione che appartengono a tutti noi. La ricerca del proprio clown è la ricerca del proprio lato ridicolo ed esso ha a che vedere con le proprie fragilità.

Il clown è colui che sbaglia il suo numero mettendo il pubblico in una condizione di superiorità, con questo scacco rivela la sua natura umana profonda, che ci commuove e ci fa ridere. Non basta però sbagliare una cosa qualsiasi, il clown manca una cosa che sa fare bene, una prodezza.

Il lavoro del clown mette in relazione la prodezza e il fiasco; più I'attore riesce ad essere sé stesso, a non proteggersi, a non recitare degli atteggiamenti e a lasciar affiorare le proprie reazioni ed emozioni e più il clown avrà la possibilità di definirsi.

Non si recita il clown, lo si è.

Il clown riesce a parlare delle nostre difficoltà e incoerenze ridimensionandole al punto tale da scorgere in esse aspetti assolutamente ridicoli.
Quando ce li mostra noi ridiamo anche fino alle lacrime.

Egli mette in evidenza quanto siamo comici nei momenti di difficoltà e ancora di più quando cerchiamo di nasconderli agli altri; il clown in scena mette più in una continua situazione di fragilità spinta fino al paradosso e in questo modo ci porta a ridere di noi stessi.

Un attore, per avvicinarsi a realizzare in scena ciò che ho appena descritto, deve maturare una profonda consapevolezza delle proprie fragilità e accettarle al punto da cogliere in esse il lato comico, o assurdo, o paradossale, da osservarle cioè non con lo sguardo della quotidianità ma con lo sguardo del clown. Riuscire in questo per un attore significa liberarsi dai limiti posti dal proprio giudizio critico e di conseguenza cominciare ad agire con meno inibizioni, a divertirsi, a "giocare" e a vivere veramente in scena.

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Questo brano è tratto dalla tesi:

Il clown e l'attore

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Informazioni tesi

  Autore: Elisabetta Antonucci
  Tipo: Laurea I ciclo (triennale)
  Anno: 2004-05
  Università: Università degli Studi di Bologna
  Facoltà: Discipline delle arti della musica e dello spettacolo
  Corso: Lettere
  Relatore: Eugenia Casini Ropa
  Lingua: Italiano
  Num. pagine: 65

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